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La Francia è “terrorizzata” dalla crisi algerina. Anche l’Italia dovrebbe esserlo. Ecco perché

Immigrazione, riserve energetiche, pochi interlocutori, la Libia a due passi (e già perduta). Questa è una “bomba a orologeria”

28 Febbraio 2019 alle 06:00

La Francia è “terrorizzata” dalla crisi algerina. Anche l’Italia dovrebbe esserlo. Ecco perché

Algeria, proteste degli studenti contro il presidente Abdelaziz Bouteflika (foto LaPresse)

Lo scorso 24 febbraio, il giornalista dell’Obs Vincent Jauvert ha firmato un piccolo trafiletto in cui raccontava di un suo incontro con un importante diplomatico francese avvenuto a inizio febbraio, quasi un mese prima dell’inizio delle proteste in Algeria. Alla domanda su quale fosse la più grande preoccupazione di Emmanuel Macron in politica estera la risposta è particolarmente forte, e inaspettata: “L’incubo del presidente è l’Algeria. Era anche quello dei suoi predecessori. Le più alte autorità dello stato francese sono terrorizzate dalla prospettiva di una grande destabilizzazione della nostra ex colonia dopo la morte di Bouteflika”.

  

Si può comprendere: non soltanto per evidenti motivi storici, visto che l’Algeria è stata colonia francese fino al 1962. Ma soprattutto per motivi economici e di politica migratoria. Il 10 per cento delle importazioni francesi di gas viene dal paese nordafricano, la Francia è il primo investitore diretto in Algeria se non si contano gli idrocarburi (circa 2,5 miliardi di euro nel 2016), e uno dei più presenti: più di 500 imprese francesi hanno sede in Algeria. Inoltre, secondo varie stime, circa 7 milioni di francesi hanno a vario titolo un legame con l’Algeria e di questi 1 milione possiede la doppia cittadinanza.

  

Così si spiega la difficoltà di Parigi, che da un lato non approva lo stato degenerativo del regime algerino, dall’altro è molto spaventata dall’ipotesi di una destabilizzazione del paese, che avrebbe ripercussioni immediate sui flussi migratori e sulla regione. Il 15 maggio scorso, in un’audizione al Senato, Fernard Gontier, direttore della Polizia di frontiera francese, ha descritto chiaramente la situazione: “Siamo molto preoccupati dall’Algeria, i giovani sono senza speranza, lasciano il territorio nazionale e la Francia resta attrattiva. Gli algerini rappresentano la seconda comunità irregolare presente sul nostro territorio, portiamo a termine più di diecimila fermi l’anno. Molti algerini arrivano in Francia con dei visti e poi non tornano più, ma cominciano anche ad arrivarne illegalmente con delle barche”.

   

La posizione dell’Italia è ovviamente diversa, ma non per questo il paese è insensibile a quanto accade dall’altra parte del Mediterraneo. Innanzitutto per delle ragioni commerciali: l’Italia è il primo partner dell’Algeria come importatore e la terza nazione esportatrice. Grandi interessi legano all’Algeria Eni e Enel, da sempre presenti ed apprezzate. L’Italia importa il 28 per cento del suo gas dall’Algeria, nostro secondo fornitore dopo la Russia. A questo proposito sono emblematiche le parole di Paolo Scaroni che, intervistato da Rainews24 nell’aprile 2014, rispondeva, da amministratore delegato uscente dell’Eni, sulle eventuali ricadute energetiche della crisi ucraina: “L’Italia può fare a meno del gas russo soltanto con difficoltà e sempre scommettendo sul fatto che gli altri fornitori, in particolare Algeria e Libia, continuino le loro forniture a ritmo regolare”.

   

Mohamed Sifaoui, giornalista francoalgerino che ha da poco pubblicato “Où va l’Algérie et ses conséquences pour la France”, spiega al Foglio quanto sia complesso per le nostre diplomazie leggere come stia reagendo, al suo interno, il potere algerino alle manifestazioni di questi giorni: “Il sistema è molto diviso, Bouteflika e il suo clan fingono che ci sia omogeneità. Anzi, se il presidente ha potuto imporre la propria candidatura per la quinta volta la ragione è che non c’è unanimità sulla successione”. Ciò che il nostro governo si chiede sulla possibile conclusione repentina del mandato del presidente algerino è: chi sono gli interlocutori? L’Italia ha la percezione che il quinto mandato di Bouteflika sia una forzatura e ritiene naturale che la gioventù algerina ricerchi una sua autonomia politica, tanto che le manifestazioni di questi giorni vengono lette più come un risveglio che come una rivolta.

  

A Bouteflika si riconosce il merito di avere rimesso in piedi un paese in pezzi dopo la guerra civile ma non sempre la continuità è sinonimo di stabilità. Tuttavia, si ragiona a Roma, l’Algeria non è la Libia, se il regime dovesse cadere è improbabile che tracolli anche la struttura dell’amministrazione, considerata invece capillare. In più, ad Algeri, il peso dell’esercito, sia in termini di effettivi sia di influenza politica, è considerabile. Insomma, il governo italiano per adesso non è “terrorizzato”, come invece appare quello francese, ma dovrebbe seguire molto da vicino ciò che accade. Secondo un ex diplomatico italiano che ha accettato di rispondere alle domande del Foglio: “L’Algeria è un paradosso: per noi è fondamentale che resti stabile, perché dalla sua stabilità dipende quella della regione. Allo stesso tempo questo stato di cose è garantito da un sistema fallito, che ormai non ha più alcuna legittimazione. Il regime è sostenibile soltanto nell’immobilismo, ma per quanto ancora sarà possibile fare affidamento sullo status quo?”. Il nostro interlocutore mostra di comprendere le preoccupazioni dei francesi: “Mi chiedo se nei palazzi romani ci sia la stessa attenzione. Basta guardare la carta geografica e vedere quanto distano le coste algerine dalla Sardegna. Per essere chiari: ci troviamo di fronte a una bomba a orologeria”. Anche perché il contesto è delicato: la Libia è molto lontana dall’essere pacificata e i confini meridionali con il Mali e il Niger, principali paesi di transito migratorio, sono controllati con grandissima difficoltà, per utilizzare un eufemismo. Algeri è una specie di “tappo” che consente di avere ancora i flussi sotto controllo.

  

Se l’instabilità preoccupa, indubbie sono le potenzialità dell’Algeria. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in visita ad Algeri lo scorso 5 novembre, descrisse con toni entusiastici i rapporti italo-algerini: “Ci sono alcuni settori assolutamente strategici come energia e infrastrutture, il nostro interscambio si è intensificato e auspichiamo possa presto superare i dieci miliardi. L’Italia è pronta a contribuire con investimenti alla strategia di diversificazione dell’economia algerina”. E’ quindi chiaro che il governo italiano intraveda delle enormi potenzialità economiche in un paese che sta, pur con parecchie difficoltà, lentamente abbandonando un’economia dirigista di stampo sovietico incentrata sull’esportazione energetica, ed è in piena esplosione demografica.

  

In più, gli italiani sono apprezzati e ben accolti nel paese, oltre che seguiti con interesse dalla classe politica e intellettuale algerina. Come racconta una nostra fonte, quando nel 2015 Paolo Gentiloni incontrò ad Algeri il presidente Bouteflika, già debilitato dalla malattia, fu piacevolmente sorpreso nel vedere il suo interlocutore algerino discutere in modo puntuale l’ultimo libro di Roberto Saviano.

   

Certo, le imprese italiane vedrebbero con favore se all’apertura culturale si affiancasse quella economica. Secondo un rapporto Res4Med, istituto di ricerca fondato da Enel, Siemens, Terna, Pwc e Intesa Sanpaolo, l’Algeria potrebbe accumulare fino a 22 gigawatt di fonti rinnovabili anche senza costruire infrastrutture. Sulla base di questo studio nel febbraio 2017 il paese lanciò un progetto per costruire una centrale fotovoltaica dalla capacità di 4 gigawatt, progetto al quale le imprese italiane erano molto interessate. Tuttavia, a causa della pretesa del governo algerino di costruire i pannelli sul territorio senza averne la capacità, l’opportunità è praticamente svanita. Un governo diverso e disposto a lavorare per migliorare la capacità di attrarre investimenti sarebbe più che benvenuto tra gli imprenditori italiani.

Francesco Maselli

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