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Il casus belli per sbloccare lo stallo in Venezuela

Due concerti e i confini sigillati dal regime. Il tentativo di sbloccare gli aiuti potrebbe fare precipitare la situazione

23 Febbraio 2019 alle 06:00

Nel Venezuela di Maduro anche un concerto diventa un casus belli

Il concerto organizzato dal magnate Richard Branson per raccogliere gli aiuti per il Venezuela (Foto LaPresse)

Roma. È iniziato ieri alle 11 locali, le 17 italiane, il concerto Venezuela Live Aid. A Cúcuta: città colombiana di confine ormai piena di profughi venezuelani e di aiuti umanitari che si vorrebbe portare dall’altra parte della frontiera. Si è partiti con l’inno venezuelano, cui sono seguiti l’inno colombiano e “Me fui”, una specie di inno degli esuli che la rifugiata Reymar Perdomo ha composto e interpretato sul cuatro, la chitarrina a quattro corde icona del folklore venezuelano. “Lasciare la mia casa, la mia famiglia, i miei affetti/ lasciare la mia terra e i miei amici/ perché non tutti vengono con me/ e io piansi, gridai e protestai/ ma la vita mi fece capire/ io presi la mia chitarra e il mio bagaglio/ e dissi: Maduro vattene affanculo!”, dice il testo: allo stesso tempo tenero e violento fino alla volgarità.

 

Solo a quel punto ha parlato Richard Branson, il tycoon della Virgin ideatore dell’evento. Ha ringraziato chi ha reso possibile il concerto in sole tre settimane, e ha chiesto un cambio di governo: “Ora!”. “Se possiamo portare la gente nello Spazio, perché non possiamo togliere i nostri fratelli alla povertà?”. “Stanno morendo neonati, i bambini hanno fame e gli anziani non possono ottenere i medicinali di cui hanno bisogno. Ogni giorno in più che passa tutto peggiora. Il paese più ricco dell’America latina è ora il più povero. Ciò è inaccettabile”.

 

Una massa di almeno 400.000 persone ha applaudito, per poi restare a ascoltare fino alle 18 locali una straordinaria concentrazione delle più note star latine. Al momento in cui Venezuela Live Aid iniziava ancora non si sapeva invece praticamente niente dell’altro concerto Hands Off Venezuela, che il governo di Maduro aveva annunciato dall’altra parte del confine. Giusto un paio di cantanti venezuelani non tra i più noti avevano confermato la loro presenza, contro almeno altri quattro tra artisti e gruppi che la hanno invece smentita: in genere con toni sdegnati. C’è stato poi il bassista dei Pink Floyd Roger Waters che ha criticato Branson e anche Peter Gabriel per l’iniziativa del Venezuela Live Aid, e ha difeso Maduro, dicendo che è vittima di fake news e campagne ostili. Ma neanche lui è andato in realtà a suonare per il regime di Caracas.

 

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Quanto al re della musica no global Manu Chao, ha tenuto a far sapere che erano “false” sia la voce che lo voleva dal lato colombiano sia quell’altra che lo indicava invece dal lato venezuelano. Non è chiara la vicenda dei cinque venezuelani che la Colombia ha espulso, col sospetto che potessero preparare attentati contro il concerto. Quel che invece Maduro aveva promesso di fare e sta facendo è chiudere i confini. Lo stesso Hands Off Venezuela sembra più che altro una manovra per sigillare il passaggio di Cúcuta, ma nel contempo sono stati chiusi anche i confini marittimi con le isole olandesi di Aruba, Bonaire e Curaçao: in quest’ultima, era appena sbarcato un aereo con 50 tonnellate di aiuti proveniente da Miami. E’ stato inoltre vietato a tempo indefinito il volo sullo spazio aereo nazionale agli aerei privati ed è stato anche dato l’ordine di sbarrare il confine col Brasile.

 

Le contromosse di Guaidó

  

Un convoglio di Guardie Nazionali che si recava a eseguirlo si è trovato bloccato da un picchetto di indios Pemón che invece volevano tenere la frontiera aperta, e per passare hanno aperto il fuoco. Tra le 10 e le 20 persone sono rimaste ferite e due sono state uccise: una di loro è stata identificata con la 42enne Zorayda Rodríguez. Un episodio tutto sommato minore, anche se cruento. Ma dà l’idea di cosa potrebbe succedere oggi, quando scatta l’operazione che Guaidó ha definito “valanga umanitaria”, e rispetto alla quale il concerto è una anteprima.

 

Ovviamente, se la sparatoria avvenisse non all’interno del territorio venezuelano ma tra i confini potrebbe essere un casus belli: forse cercato dall’Amministrazione Trump, che così potrebbe sbloccare uno stallo in realtà logorante per tutti. Non solo per Maduro. Guaidó, dopo aver ordinato l’apertura delle frontiere all’aiuto via Twitter, si è recato verso Cúcuta con una carovana di veicoli.

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In teoria, avrebbe l’ordine di non uscire dal paese, e la colonna è stata affrontata dai militari a colpi di bombe lacrimogene, mentre a vari autisti venivano sequestrate le chiavi di accensione. Però poi il convoglio ha proseguito. Migliaia di altri volontari stavano intanto organizzandosi in altre carovane per recarsi a ricevere gli aiuti verso le frontiere terresti e marittime. Guaidò ha anche anticipato che i politici dell’opposizione si presenteranno alle caserme, chiedendo ai militari di mettersi a disposizione per la consegna dell’aiuto internazionale, o per lo meno di non ostacolarlo. “Ci concentreremo di fronte alle caserme in maniera pacifica ma molto decisa”, ha preannunciato.

 

Nel frattempo è continuato lo stillicidio di alti gradi militari che dichiarano di mettersi dalla parte dell’Assemblea nazionale. Dopo l’addetto militare all’ambasciata di Washington colonnello della Guardia Nazionale José Luis Silva, il generale dell’Aviazione e responsabile della Direzione di Pianificazione Strategica Francisco Esteban Yánez Rodríguez e il colonnello Rubén Paz Jiménez, martedì ha dichiarato fedeltà a Guaidó l’addetto militare aggiunto presso l’Onu, colonnello Pedro Chirinos Dorante, e giovedì anche l’ex comandante del controspionaggio e deputato chavista all’Assemblea Nazionale Maggio Generale Hugo Carvajal: un personaggio che in interviste al New York Times ha subito fatto capire di poter rivelare una quantità di retroscena sui rapporti tra regime e narcotraffico. “Generali, come è possibile che avendo il potere di lasciar entrare l’aiuto umanitario internazionale al nostro paese decidano di non farlo?”, ha chiesto polemicamente in un video di Twitter, dichiarandosi “un soldato in più per le cause della libertà e della democrazia”.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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