Ci salverà l'est

Giulio Meotti

Il megalomane comunista Ceausescu radeva al suolo le chiese. Oggi la Romania è il paese più religioso in una Europa scristianizzata

Manca ancora la cupola e l’interno è privo dell’iconografia per cui le chiese ortodosse sono famose. Poi la Cattedrale della Salvezza del Popolo a Bucarest diventerà la chiesa ortodossa più imponente al mondo. La cattedrale raggiungerà un’altezza di centoventi metri. Due patriarchi e cento sacerdoti ne hanno appena consacrato l’altare di fronte a cinquantamila persone. “Questo è il compimento di 140 anni di aspettative e fa parte dell’anima romena”, ha detto Deacon Ionut Mavrichi, portavoce della chiesa ortodossa, maggioritaria nel paese. “Questo è un momento di grande gioia per i credenti ortodossi di tutto il mondo”. La cattedrale sarà 34 metri più alta del Parlamento. I progetti di costruzione risalgono al 2010. L’occasione dell’inaugurazione è stato il centesimo anniversario della creazione della Romania moderna, paese latino di religione ortodossa. Dopo la consacrazione, la cattedrale è stata aperta tutto il giorno, con decine di migliaia di persone in fila per visitarla. Dei 125 milioni di dollari spesi finora, i tre quarti provengono dai contribuenti, in un paese in cui ospedali, strade e istruzione sono spesso malconci. Non poche quindi sono state le critiche.

  

Il dittatore era ossessionato dal rimuovere le chiese e fece di Bucarest una “città martire”. Devastata, ma senza una guerra 

Ad agosto, quando il governo annunciava tagli di bilancio – inclusa una riduzione di trenta milioni al ministero della Ricerca – l’esecutivo forniva alla chiesa ortodossa altri 28 milioni per la cattedrale. La stessa posizione della cattedrale nel centro di Bucarest – accanto alle vanaglorie del dittatore comunista Nicolae Ceausescu – ha fatto sollevare non poche sopracciglia. Il palazzo, considerato il secondo più grande edificio amministrativo del mondo, è ora sede del Parlamento romeno e sarà sovrastato dalla nuova cattedrale.

  

Seicento operai lavorano giorno e notte per completare la basilica. Il poeta Mihai Eminescu propose per la prima volta un progetto simile nel 1885 per onorare i soldati che erano morti nella guerra di indipendenza contro i musulmani ottomani. “Quella zona è appropriata perché sotto il regime comunista vi erano precedentemente cinque chiese”, ha detto Vasile Banescu, portavoce del Patriarcato ortodosso. “Il fatto che la cattedrale sia progettata per essere più alta del Parlamento non è irrilevante”, ha dichiarato Toma Patrascu della Secular Humanist Association. “E’ un’affermazione simbolica della superiorità della religione rispetto all’autorità suprema dello stato”.

  

L’area, sotto la dittatura comunista, divenne un unico e vasto cantiere per la costruzione di un “centro civico” monumentale, della “Casa della Repubblica”, del viale della Vittoria del Socialismo, con una vasta spianata e giochi d’acqua, e dell’imponente “castello” del presidente Ceausescu e di sua moglie Elena. La coppia era rimasta colpita in un viaggio a Pyongyang, la capitale della Corea del Nord, e aveva avuto l’idea di demolire il centro storico di Bucarest per far posto a un distretto governativo dominato dalla faraonica “Casa del Popolo”.

  

La Bbc ha raccontato che in Romania sono realizzati e restaurati ogni mese circa dieci luoghi di culto cristiani 

La realizzazione del progetto del conducator aveva comportato la demolizione sistematica di tutte le chiese. Alcune furono letteralmente “spostate” grazie a un sistema di trasporto geniale e ingegnoso che permetteva di sollevare e trasportare nella loro interezza gli edifici usando rotaie simili a quelle di una ferrovia. Quelle chiese oggi possono essere viste a Bucarest sovrastate dai vecchi edifici dell’edilizia popolare di memoria socialista. Schitul Maicilor, con i suoi splendidi dipinti esterni, fu la prima chiesa salvata nel giugno 1982 e spostata di 245 metri. Venne nascosta dietro a un enorme edificio che oggi ospita il servizio di intelligence dello stato. “La vista di una chiesa infastidiva Ceausescu: non importava se lo demolissero o lo spostassero, bastava che non fosse più in vista”, ha detto l’ex architetto capo della capitale Alexandru Budisteanu. Tutto ciò che non era stato fatto costruire dal regime comunista doveva scomparire o essere nascosto.

  

Quelle chiese sono ricordate in un libro intitolato “Le chiese condannate da Ceauşescu”, realizzato da un gruppo di architetti nel 1995. L’architetto Gheorghe Leahu nel suo libro “La Bucarest scomparsa” scrive che “Bucarest può essere considerata una città martire. Nessuna città al mondo ha subito tanti danni causati da demolizioni premeditate, dettate da un unico uomo in tempo di pace”. I bulldozer comunisti abbatterono 22 chiese tra il 1977 e il 1987, lasciando spazio ai grandiosi piani di Ceausescu per Bucarest, che alla fine demolirono un quinto della capitale. E’ l’“eredità” del dittatore giustiziato con la moglie nel 1989 dopo il crollo del comunismo.

  

“Quando hai intenzione di spostare quella chiesa?”, Iordachescu ricorda che Ceausescu gli avrebbe detto durante le sue visite settimanali ai cantieri. Un semplice gesto della mano del megalomane comunista poteva portare alla demolizione di un edificio religioso o di un’intera strada. Quella Romania atea ha lasciato il posto al paese più fervido d’Europa, dove Papa Francesco dovrebbe fare un viaggio nella primavera prossima.

  

In un suo nuovo rapporto uscito la scorsa settimana, l’americano Pew Forum ha stabilito che la Romania è “la nazione più religiosa d’Europa”, sulla base di una serie di quattro fattori: l’importanza che le persone attribuiscono alla religione nelle proprie vite, la pratica religiosa settimanale, la vita di preghiera e la certezza della fede. Emerge un preciso modello geografico, il Pew ha scoperto, con gli europei centrali e orientali molto più propensi degli occidentali ad avere una posizione elevata in ciascuna delle quattro misure di religiosità.

  

Secondo un nuovo rapporto del Pew, la Romania oggi è il paese europeo dove il cristianesimo è più forte e più seguito dalla popolazione 

Oltre il 90 per cento delle persone in Grecia, Bosnia, Romania, Moldavia, Armenia e Georgia hanno tutte affermato di credere in Dio, con forti maggioranze che affermano lo stesso in quasi tutti i paesi misurati. La Repubblica Ceca e l’Estonia fra gli ex paesi comunisti sono le uniche eccezioni, dove appena il 29 e il 44 per cento dice di avere fede in Dio. In Romania, ad esempio, addirittura il 64 per cento della popolazione afferma di credere in Dio con assoluta certezza, mentre il 50 per cento afferma che la religione è molto importante nelle loro vite, il 50 per cento frequenta i servizi religiosi almeno una volta al mese e il 44 per cento afferma di pregare quotidianamente. Sulla base di questi parametri, il Pew ha affermato che il 55 per cento dei romeni potrebbe essere considerato “altamente religioso”. Dopo la Romania, alcune delle nazioni più religiose in Europa sono Armenia, Georgia, Grecia e Moldovia. Anche la Polonia è nella top ten.

  

La Georgia è stata una delle prime nazioni al mondo assieme all’Armenia ad adottare il cristianesimo come religione di stato nel 337 (l’Armenia addirittura lo fece, prima nella storia, nel 301). I georgiani hanno mantenuto la loro fede nel corso dei secoli, nonostante le ondate di invasioni e orde, tra cui gli eserciti di Ghengis Khan e del Tamerlano. Il comunismo sembrava averlo distrutto. Nel 1917, in Georgia c’erano 2.555 chiese attive, ma alla metà degli anni Ottanta ne erano rimaste solo 80, insieme ad alcuni monasteri e un seminario. “Durante il comunismo, la chiesa era obsoleta, qualcosa per vecchie signore”, ha detto l’analista politico Ghia Nodia. Oggi oltre l’80 per cento dei 4,5 milioni di cittadini della Georgia dichiarano di appartenere alla chiesa ortodossa georgiana e il 95 per cento degli intervistati ha espresso parere favorevole sulla chiesa come istituzione.

  

E’ un vento di recristianizzazione che sembra spirare ovunque nell’Est Europa. Per capirci, secondo questi standard, l’Italia è religiosa la metà della Romania, con il 27 per cento della popolazione che si definisce “altamente religiosa”. I tedeschi e i francesi, al contrario, sono meno della metà religiosi degli italiani. Belgio, Svezia e Inghilterra sono in fondo alla classifica. Ironico che la Romania, a differenza dell’Europa occidentale che ha goduto di ogni libertà, sia il paese dove il regime comunista, come altrove, in nome del culto della personalità socialista, dell’ateismo di stato, del materialismo storico e del marxismo aveva cercato di sradicare la religione cristiana, che in Romania si fa risalire all’apostolo Andrea, che avrebbe evangelizzato l’Asia minore e le regioni lungo il mar Nero, giungendo fino al Volga. Padre Arsenie Papacioc (1914-2011), che ha scontato quattordici anni di carcere, affermava che la sofferenza vissuta nella carceri comuniste era stata una grande prova per un cristiano.

  

L’ateismo di stato, il materialismo storico e il marxismo avevano cercato di sradicare la religione dal cuore dell’uomo e della società

“Il comunismo – diceva spesso padre Popacioc – ha riempito il cielo di santi”. Nel 1989, poco prima del rovesciamento della dittatura ceausista, il Partito comunista romeno contava quattro milioni di iscritti, un terzo della popolazione adulta del paese. Era il più grande partito comunista all’interno del blocco sovietico. Oggi i leader delle chiese cattoliche affermano che la partecipazione è esplosa se misurata in battesimi, matrimoni, presenze domenicali e vocazioni. Nel 2007, le chiese ortodosse, cattolica ed evangelica della Romania hanno pubblicato insieme un libro di ottocento pagine con le biografie di 240 persone uccise a causa della loro fede cristiana sotto il comunismo. Centinaia di preti ortodossi sono stati arrestati e interrogati, imprigionati nei centri di rieducazione a Sighet, Jilava, Aiud, Gherla e Piteti, mandati a lavorare presso il canale Danubio-Mar Nero, o deportati in Siberia.

  

Oggi si assiste a un fenomeno opposto, a un boom religioso. Il numero dei monasteri della Romania è quasi triplicato dal 1990, e il numero dei suoi monaci è quadruplicato. La più alta concentrazione di entrambi si trova nella regione intorno a Tanacu, una delle zone più povere del paese, dove l’acqua proviene dai pozzi rurali e la luce di notte spesso è data dalle candele.

 

Dopo il 1989, la chiesa ortodossa nel paese ha completato la costruzione di 3.191 chiese, mentre le altre confessioni religiose ufficialmente riconosciute hanno costruito 5.222 luoghi di culto. La Bbc ha trasmesso un servizio sul boom di costruzione di chiese in Romania “con circa dieci nuovi luoghi di culto completati ogni mese”. Ovunque si guardi ci sono chiese, grandi, piccole, medievali, nuove di zecca, di latta, di legno, dipinte. In nessuna parte della Romania l’ossessione per le chiese è più visibile che nella città nord-orientale di Târgu Ocna. Secondo Actmedia, un’agenzia di notizie economiche, questa città di circa quattordicimila persone vanta 27 luoghi di culto (in altre parole, 19,3 chiese ogni diecimila abitanti). In confronto, gli Stati Uniti del sud, la cosiddetta “cintura della Bibbia” dove vivono le grandi comunità evangeliche, ha 15,4 chiese ogni diecimila abitanti.

 

Il celebre scrittore e filosofo romeno in esilio a Parigi, Emil Cioran, negli anni Ottanta scrisse di odiare il cristianesimo occidentale perché era diventato “stanco”. Cioran non avrebbe mai immaginato che l’Est e la sua Romania, che al tempo dava per spacciata a causa della bruttezza e della malvagità del marxismo, avrebbero ambito a recristianizzare un’Europa ridotta a museo.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.