Bucarest, capitale occidentale nell'estremo oriente d'Europa



Michele, il re bambino, salito al trono a sei anni nel 1927 perché il padre, molto coureur de femmes, aveva rinunciato alla successione


Tornato al potere, Carlo II soppresse partiti e Parlamento e instaurò una dittatura regia per contrastare l'egemonia nazista


Per cinque mesi, dal settembre 1940 al gennaio 1941 domina il regno del terrore, con violenze, eccidi a raffica, assassini politici
Il fatto è che a trent’anni dalla caduta di Ceausescu, il despota che si era costruito una specie di Zigurat distruggendo tre quarti della città vecchia, sfidando il Pentagono col secondo palazzo più grande del mondo, per farne il Centrul Civic, la Casa del Popolo, oggi sede del Parlamento è come se si volesse mondare il passato ancora grondante di sangue, per cercare di arredarlo ex novo, non potendolo condannare all’oblio, puntando dunque sugli eroi, sui martiri della libertà, sui simboli dei valori attuali.


Michele di Romania vive ancora in Svizzera, centenario. Dopo la caduta di Ceausescu è stato accolto a Bucarest da una folla festante
L’oblio, come in ogni rivoluzione, anche per i rumeni è impossibile. Del regno di Ceausescu, che ha distrutto i vecchi quartieri, continuando le demolizione sino a pochi giorni prima del crollo del regime, restano ancora tracce indelebili. E si trovano non solo nel carcere di Sighet, diventato un luogo della memoria grazie alla poetessa Ana Blandiana e a suo marito Romulus Rusan, che hanno raccolto e ordinato le testimonianze di migliaia di vittime della represssione comunista. Queste tracce sono anche nei matarozzi coreani che alterano il profilo della città, come quello che sbuca all’improvviso su un lato della Piata Victoriei completamente fuori scala, rovinando l’armonia dell’insieme. Plumbei edifici spettrali gravano come fantasmi sulla città. E per capire il prima e il dopo bisogna leggere i romanzi allucinati e dolenti di Mircea Cartarescu (tutti magnificamente tradotti da Voland) e prima ancora il saggio su Bucarest di Paul Morand, l’amico di Proust che dopo aver sposato la principessa Sutzo, nata Chrissoveloni, grande famiglia di banchieri discendenti dei Fanarioti, i greci stambulioti che governarono nel Settecento per conto degli ottomani, era finito come ambasciatore di Francia in Romania negli anni bui del regime di Vichy. Ma per cogliere in un colpo d’occhio la differenza tra lo stile della monarchia e quello del regime comunista, basta percorrere la Calea Victoriei, dove si vedono ancora i più bei palazzi dell’Otto e Novecento: quello dei Cantacuzeno, con la tettoia a forma voliera, trasformato oggi in Museo Enescu, in omaggio a una delle poche glorie nazionali passate indenni dal comunismo; quello degli Stirbei, con le sue cariatidi neoclassiche e i cespugli incolti, dimora di un’altra famiglia principesca, responsabile di sventramenti ma dedita al culto dell’arte, e poi il palazzo dei Monteoru, in stile ecclettico con scalone monumentale, e persino il palazzo in stile viennese che tra le due guerre ospitava l’ambasciata del Terzo Reich, oggi in stato di perfetto abbandono, come anche il villino orientaleggiante dove negli anni Trenta c’era l’Istituto italiano di cultura.
La vera sorpresa è scoprire nel centro della città l’Ateneul Român restituito al suo antico splendore con i medaglioni di Carlo I e degli altri re finalmente liberati del velo rosso che per quarant’anni li aveva tenuti nascosti alla vista del popolo. Entriamo in questo tempio dell’arte e, altra sorpresa, il direttore della Filarmonica Andrei Dimitriu, un ingegnere melomane, ci mostra l’ultima scena dell’ affresco circolare dipinto alla vigilia della Seconda guerra mondiale e prontamente rimaneggiato quando il dittatore Antonescu ordinò di sostituire i volti degli ultimi re con quelli di tre contadine ben in carne. A Bucarest, l’università, con suoi edifici imponenti, segno di emancipazione in nome della scienza e della cultura, occupa vari isolati tra la Piazza della Rivoluzione e il boulevard Balcescu, intitolato al patriota liberale morto di tisi a Palermo nel 1852 e mai rimpatriato, che sfocia nella piazza dell’Università, epicentro della rivoluzione anti Ceausescu, col teatro nazionale oggi completamente ricostruito e il Palazzo Sutzo, passato ormai al comune ma dove si respira ancora il fasto di un tempo. Sulla piazza della Rivoluzione, davanti alla biblioteca dell’università, rifulge la statua di Carlo I a cavallo, un bronzo scolpito ex novo, per risarcire il suo autore, un croato che vinse la causa contro il regime, colpevole di averla fatta a pezzi. Da allora, vige la cautela. Le statue vengono rimosse, seppellite, ma non distrutte. Più avanti, una stele in marmo bianco con un globo di ferro a mo’ di gomitolo infilzato in cima, con macchia rossa colante, simbolizza il martirio dei 1.600 oppositori di Ceausescu, ultime sue vittime. La scultura è al centro della spianata tra il Palazzo reale costruito per il nuovo re prussiano e la sua corte, destinato poi a ospitare la Galleria nazionale di arte rumena, e il ministero degli Interni, un freddo edificio in puro stile sovietico, un tempo sede della Securitate, la polizia di Stato, col famoso balcone dal quale il dittatore Ceausescu arringava le folle e la terrazza da dove tentò in extremis la fuga in elicottero, per finire poi fucilato a furor di popolo.
Oggi però la prospettiva sul palazzo di Ceausescu è nascosta da un immenso cubo in bronzo, sul quale è seduta una statua filiforme e possente di un uomo dalle spalle dritte, che guarda verso il cielo e tiene i palmi delle mani rivolti verso l’alto. Rappresenta Iulio Maniu, politico liberale, oppositore di Carlo II, avversario del dittatore Antonescu, difensore degli ebrei, sostenitori degli Alleati: fu un oppositore del regime comunista, che l’accusò di alto tradimento, lo condannò all’ergastolo nel carcere di Sighet, dove finì i suoi giorni nel 1953 dopo esser stato torturato. Oggi è lui l’eroe, il simbolo della Romania moderna e garantista, questa marca dell’est più occidentale del mondo, che senza cancellare le miserie della storia vuole dare di sé un’altra idea, più libera e più degna di quella ereditata dal passato.