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Dietro alla facciata di Bin Salman

Gratti il principe visionario e riformista saudita e ci trovi Raqqa. Ma Trump crede ancora nel rapporto con Riad

13 Ottobre 2018 alle 06:00

Dietro alla facciata di Bin Salman

L’erede al trono Mohammed bin Salman (Foto LaPresse)

New York. Tredici mesi fa il fondo sovrano dell’Arabia Saudita aveva lanciato la Future Investment Initiative 2018, un incontro di altissimo livello tra leader politici e dell’economia per individuare le grandi spinte che guideranno il mondo nei prossimi anni. Il programma prevedeva una durata di tre giorni, dal 22 al 25 ottobre, nella capitale saudita Riad. I media più importanti d’America e del pianeta avevano aderito in modo massiccio: New York Times, Cnn, Cnbc, Bloomberg, Financial Times, Economist. Del resto che l’Arabia Saudita tentasse di acquistare visibilità e una posizione centrale nel mercato – come si dice – delle idee e dell’innovazione era molto chiaro.

 

All’erede al trono Mohammed bin Salman piace incontrare faccia a faccia Jeff Bezos di Amazon e Mark Zuckerberg di Facebook e ha lanciato un ambizioso programma di riforma dell’intera economia del paese (troppo arretrata e dipendente dal greggio) che si chiama Vision 2030. Due giorni fa però fonti dei servizi di sicurezza turchi hanno avvertito l’intelligence americana: abbiamo video e audio dell’uccisione di Jamal Khashoggi, collaboratore del Washington Post e autore di alcune critiche miti contro Bin Salman, dentro il consolato saudita di Istanbul. Si sentono con chiarezza alcuni uomini che parlano arabo, trascinano via Khashoggi dalla stanza del console, lo picchiano, lo uccidono, fanno a pezzi il corpo e lo portano via. Gratti la Vision 2030 e sotto ci trovi lo smembramento di un giornalista come a Raqqa quando era controllata dallo Stato islamico.

 

L’informazione a proposito degli audio e dei video è stata passata al Washington Post che l’ha pubblicata giovedì sera ed è stato il segnale della reazione generale. A questo punto nessuno può più permettersi di apparire incerto perché esistono prove che prima o poi potrebbero uscire. New York Times, Cnn, Cnbc, Bloomberg, Financial Times ed Economist hanno annunciato in blocco che non parteciperanno più alla monumentale Investment Initiative prevista fra dieci giorni. Virgin e Goldman Sachs hanno anche loro annunciato che non ci saranno e ci si aspetta altre defezioni a catena.

 

L’unico che finora ha confermato la sua presenza è Steve Mnuchin, segretario del Tesoro dell’Amministrazione Trump. Il presidente americano per ora è immobile, anzi ha già parlato del rischio che le commesse di armi da centodieci miliardi di dollari da lui negoziate durante la visita dell’anno scorso che fanno molto bene ai lavoratori americani (in realtà per ora sono circa 14 miliardi) potrebbero essere annullate e i sauditi potrebbero rivolgersi ad altri venditori.

 

Il Congresso la pensa in modo molto diverso. Ventidue senatori repubblicani e democratici hanno firmato una lettera in cui chiedono a Trump di indagare, di produrre un rapporto e di annunciare se vuole imporre o no sanzioni. La lettera fa per la prima volta scattare la fase iniziale di una legge americana del 2016 che si chiama Global Magnitsky Act e che è stata approvata per punire “chiunque nel mondo violi i diritti umani” (per questo è “Global”). Non si tratta di una legge vincolante per Trump, che di solito è abituato a uscire illeso da questo genere di problemi, vedi per esempio la nomina molto controversa del giudice Kavanaugh alla Corte suprema. Ma questo caso potrebbe diventare molto più imbarazzante.

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