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Storia ultras dell'odio anti-immigrati: “Qui comandiamo noi!”, urlano a Chemnitz

Gli hooligan della cittadina tedesca sono stati tra i protagonisti delle proteste di questi giorni in Sassonia. E le autorità non sanno come contenerli

29 Agosto 2018 alle 17:51

Storia ultras dell'odio anti-immigrati: “Qui comandiamo noi!”, urlano a Chemnitz

Una foto di ultras dei Kaotic Chemnitz (foto via Facebook)

Berlino. Organizzati, veloci e violenti. Gli hooligan affluiti a Chemnitz domenica e lunedì per urlare la loro rabbia contro gli stranieri hanno colpito per la capacità quasi militaresca di scendere in piazza. Poco importa che abbiano manifestato per protestare contro la morte di un tedesco di origine cubana e con la pelle scura: la loro prova di forza è perfettamente riuscita e la figuraccia alla polizia della Sassonia è stata garantita. "Wir sind das Volk!" (“Noi siamo il popolo!”) e "Das ist unsere Stadt!" (“Questa è la nostra città”) gridavano i mille hooligan che si sono radunati a Chemnitz. “Facciamogli vedere chi comanda”.

 

Fra le teste rasate che hanno marciato per le strade della città urlando slogan razzisti e agitando braccia tese si è fatto notare il gruppo di hooligan chiamato Kaotic Chemnitz che ha gettato una luce sinistra sul mondo dei fan del calcio in Germania. Per fortuna i tedeschi amanti del pallone non sono tutti così, spiega al Foglio Jonas Gabler. Autore di diversi studi sui movimenti ultras e sull’estremismo negli stadi, già collaboratore dell’ormai concluso progetto bolognese dell’Archivio del tifo, il sociologo berlinese spiega che “in linea generale le tifoserie sono meno politicizzate in Germania che in Italia”, con l'eccezione forse di quella del St. Pauli di Amburgo, tradizionalmente di sinistra. Il che non significa che gli stadi tedeschi non conoscano la violenza. Al contrario, il ricercatore spiega che in molti stadi tedeschi gli hooligan erano già presenti dagli anni Ottanta, “tanto all’est come all’ovest”. Eppure, dagli anni Settanta a oggi, ci sono stati molti meno morti dentro e attorno agli stadi tedeschi rispetto a quelli italiani, “dove anche la presenza di armi è stata a lungo più comune che in Germania”. Verso la fine degli anni Novanta, Gabler ha osservato l’importazione più sistematica del modello degli ultras anche negli stadi tedeschi, dove il tifo era tradizionalmente poco organizzato. “In Germania questo ha significato un’ulteriore depoliticizzazione delle tifoserie, che hanno messo al bando razzismo e antisemitismo”. Dagli anni 2000, i cori agli avversari “Juden juden!” (in tedesco significa ebrei) e il verso della scimmia all’indirizzo dei calciatori neri sono diminuiti ovunque.

  

 

Un quadro quasi idilliaco se non fosse per gli hooligan, che sono “presenti soprattutto a Chemnitz e a Cottbus”, rispettivamente in Sassonia e in Brandeburgo, ma anche nell’occidentalissima Aquisgrana e fino a una quindicina di anni fa anche a Brema. Gabler ricorda gli HooNaRa di Chemnitz – la sigla significa hooligan nazisti e razzisti – e i Kategorie C di Brema. Con una sostanziale differenza: nella città anseatica gli ultras si sono schierati apertamente contro il neonazismo “e hanno organizzato striscioni e attività contro il sessismo e l’omofobia”, diventando anche obiettivo di attacchi violenti. Niente di tutto questo esiste in Sassonia “e il Kaotic di Chemintz resta il brutto esempio di un gruppo tollerato, dal quale la tifoseria non prende le distanze”. Davanti al braccio teso o all’insulto antisemita nessuno reagisce con una denuncia alla polizia, osserva Gabler, che spiega come questa sostanziale accettazione “è tipica dei centri urbani minori come Chemnitz o Zwickau” mentre nelle più grandi Lipsia e Dresda la società sembra avere maggiori anticorpi. Il problema degli hooligan, insomma, è più antico: “Sono gruppi che non esistono solo negli stadi ma che in questi luoghi trovano nuova energia”. Gli spalti fanno da catalizzatore di un odio che esiste già, mentre l’uso dei social media ha fatto il resto, fornendo agli hooligan rapidità di azione e organizzazione militaresca. E intanto le istituzioni sono in difficoltà. “In Sassonia c’è la brutta abitudine di nascondere sotto al tappeto le cose che non piacciono”. L’ha fatto la Ddr fino agli anni Ottanta e le cose non sono molto cambiate negli ultimi trent’anni. Per Gabler è difficile che lo stadio di Chemnitz segua l’esempio positivo di Brema “ma certo si potrebbero fare molte cose coinvolgendo la polizia, il comune e soprattutto il governo regionale”. Se ci fosse la volontà politica.

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