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Alla festa di Playboy

Tra fake news, confessioni e femmine arrabbiate il mondo gira ancora attorno alle conigliette

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

20 Aprile 2018 alle 06:00

Alla festa di Playboy

Modelle di Playboy posano in costume da bagno a Beverly Hills (foto LaPresse)

Per il secondo anno di fila, Donald Trump non parteciperà al White House Correspondent Dinner, il gala a Washington organizzato dai giornalisti che seguono, raccontano, criticano la Casa Bianca. Per il 28 aprile, il presidente ha già altri programmi: mentre i media-fake-news si autocelebreranno assieme ai salottieri della capitale “nella palude” (il mitico swamp), Trump sarà in un’altra Washington, nel Michigan, a festeggiare “il nostro revival economico assieme agli americani patrioti”. In rappresentanza andrà Sarah Huckabee Sanders, la portavoce di Trump che ogni pomeriggio sta nella stessa stanza con i maledetti giornalisti politici a rispondere alle domande, e una serata in più tutti insieme non le cambia molto, anzi magari può persino essere utile: visti da vicino, alcuni migliorano. Trump no, è disposto a sedere allo stesso tavolo con il ciccione “rocket man” della Corea del nord, ma con i giornalisti non ci pensa proprio, gli fa anche un po’ comodo farsi vedere dai suoi elettori in giro per il paese, visto che il sospetto che abbia perso lo slancio delle origini è venuto a molti. Senza Trump però che divertimento c’è? E così, tra dichiarazioni sulle schiene dritte e contaminazioni opache tra giornalismo e Casa Bianca, il grande appuntamento che Obama aveva reso imperdibile (e super pop) stava diventando una di quelle sere che ti inventi il mal di testa piuttosto che uscire. Poi è arrivato Playboy, e l’entusiasmo si è riacceso.

    

La Cnn ha raccontato che i capi di Playboy hanno preso un tavolo alla cena: ci sarà il figlio di Hugh Hefner, Cooper, assieme a ospiti di cui ancora non si conosce il nome (solitamente, per avere un tavolo è necessario avere un giornalista accreditato alla sala stampa della Casa Bianca, ma pare che Hefner non abbia dovuto insistere granché per garantirsi un posto) e poi sono già stati spediti gli inviti per il grande party organizzato in un nightclub dopo il gala. Playboy “è sempre stato in prima linea quando essere progressisti è diventata una cosa politicizzata – ha detto un rappresentante della Playboy Enterprises – e siamo da sempre appassionati difensori del Primo emendamento e della stampa libera”. La dichiarazione ci voleva, l’esercito dei cercatori di verità arriva ovunque e non si ferma certo di fronte a qualche dito puntato dal podio presidenziale o alle varie tempeste di tweet cui si abbandona Trump, ma a molti non è sfuggito che Playboy sembra al centro di tutto. Mentre commentatrici pensose si interrogano e si rispondono sul femminismo, sul #Metoo, su quel che è cambiato in questi mesi di confessioni e accuse; mentre gli uomini cercano di adattarsi a questa nuova, incontenibile suscettibilità; mentre alcune esponenti politiche scendono in battaglia armate (la ministra per le Pari opportunità francese Marlène Schiappa ha detto, recitando i celebri monologhi di fronte a un pubblico di 800 persone, che “la mia vagina è arrabbiata”), Playboy vive una nuova stagione di popolarità e giovinezza.

   

C’entra Trump ovviamente, che su Playboy parlò per la prima volta di dazi e protezionismo nel 1990, perché tra le sue avventure amorose – sembrano tante, con anche un figlio non riconosciuto, o forse sono le stesse che si ripetono e ha ragione Stormy, la prima a esporsi sulla questione, quando dice che in realtà il presidente è un amante totalmente ordinario, ti aspetta in stanza con la tuta – c’è anche una ex ragazza coniglietta. Si era fatta pagare 150 mila dollari per stare zitta sulla sua relazione di dieci mesi con Trump, quando Melania aveva appena partorito il suo unico figlio con il presidente, Barron (si tratta più o meno dello stesso periodo in cui anche Stormy ha avuto una relazione con Trump: il periodo in cui la tua donna diventa madre e cambia ogni cosa). Ieri è caduto il vincolo che Karen McDougal aveva stretto con l’American Media, Inc. La società che pubblica tra gli altri il National Enquirer ed è di proprietà di David Pecker, molto generoso con l’amico Trump. Nel 2016, quando l’affaire con la McDougal era stato tuittato da un amico di lei, era arrivata rapidissima l’offerta per il silenzio. Oggi il vincolo è caduto, ma intanto la McDougal ha comunque già rilasciato un’intervista a Anderson Cooper e a Ronan Farrow, che si stanno specializzando nel settore raccogliere-confessioni. Di dettagli sfiziosi forse finiremo per sentir parlare poco: c’è tutto il filone giudiziario da seguire sulle vicende e gli intrecci dell’avvocato e dell’editore che risolvono i guai di Trump. Ma per fortuna c’è la festa di Playboy.

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