C'è un giudice a Seul. Il leader di Samsung e la "Mani pulite" coreana

La Corte d’Appello ha ridato la libertà al vicepresidente del conglomerato sudcoreano. Una scelta che provocherà l’indignazione di chi pensava che il rinnovamento di un sistema politico passasse per una giustizia sommaria

Giulia Pompili

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5 Febbraio 2018 alle 20:16

C'è un giudice a Seul. Il leader di Samsung e la "Mani pulite" coreana

Il vicepresidente di Samsung, Lee Jae-yong (foto LaPresse)

Roma. Gli occhi spalancati, un sorriso accennato, un blazer blu su una camicia bianca immacolata. Così è apparso il vicepresidente di Samsung ieri, dopo che il giudice della Corte d’Appello di Seul gli ha ridato la libertà. Lee Jae-yong, il Grande successore del mastodontico conglomerato sudcoreano, ha trascorso l’ultimo anno in carcere, accusato di corruzione ma soprattutto di aver cercato l’appoggio governativo per la sua scalata al potere di Samsung trasferendo soldi alla potentissima Choi soon-sil, consigliera particolare dell’ex presidente Park Geun-hye, entrambe a tutt’oggi in stato di arresto. Ieri la Corte ha ridotto la pena di Lee da cinque a due anni e mezzo, pena sospesa per quattro anni.

 

Secondo il giudice Cheong Hyung-sik, il businessman cinquantenne non avrebbe cercato favori illeciti in cambio di soldi; l’azienda, sotto la sua direzione, non avrebbe beneficiato di favoritismi da parte dell’ex presidente: “L’accusa sosteneva che l’azienda aveva problemi urgenti che richiedevano il sostegno del governo, con l’obiettivo finale di posizionare Lee come leader di Samsung, ma non esistono prove a sostegno di tale affermazione”, ha detto durante la lettura della sentenza, così come riportato dal Korea Times.

 

Certo, spiega il giudice, ci sono delle questioni etiche, la responsabilità sociale di aziende così grandi, il business che si inserisce così tanto nella politica, ma non ci sono prove sufficienti per dire che il sistema era marcio: “Park Geun-hye e Choi Soon-sil sono da ritenere i principali attori di questo scandalo”. L’unica corruzione riconosciuta, secondo il giudice di Seul, è quella che riguarda il sostegno finanziario di Samsung alle fondazioni di Choi Soon-sil – compresi quei 6,4 milioni di dollari per sponsorizzare la carriera equestre di sua figlia, all’epoca residente in Germania.

    

L’attuale presidente di Samsung, Lee Kun-hee, si trova in ospedale dal 2014, e da anni va avanti la saga dei figli di Lee che tentano di prendere il potere del gruppo. Del resto, Samsung è considerato il “ministero dell’Economia” sudcoreano, e rappresenta il mondo dei chaebol, i conglomerati a conduzione familiare che hanno fatto la storia dell’economia sudcoreana. In questo senso, le frequenti amnistie concesse ai businessman sudcoreani dalla presidenza della Repubblica servivano a tenere buoni i potenti chaebol: il padre di Lee Jae-yong è stato condannato dai tribunali due volte, e per due volte è stato perdonato – ufficialmente in nome dell’interesse nazionale.

     

Un anno e mezzo fa, però, tutto sembrava cambiato. Le oceaniche manifestazioni contro la presidente Park Geun-hye, contro lo strano coinvolgimento negli affari politici della consigliera Choi soon-sil, e contro un sistema che sembrava sempre più paralizzato e corrotto, hanno portato rapidamente a una “Mani pulite coreana”, con raid della polizia e colletti bianchi finiti in carcere preventivo – compresi Cho Yoon-sun, ex ministro della Cultura, e Kim Ki-choon, ex capo dello staff dell’Amministrazione Park, in carcere da due settimane per abuso di potere.

  

Anche l’ex presidente, spesso ritratta nella sua nuova dimora con le manette ai polsi e la divisa da detenuta, nel novembre scorso si è rifiutata di partecipare al processo perché secondo la difesa era celebrato in un clima di “vendetta politica”. Quello di Lee Jae-yong è il terzo processo chiave di questa “Mani pulite”, e la decisione presa ieri dal giudice di Seul provocherà senza dubbio l’indignazione di chi pensava che il rinnovamento di un sistema politico passasse per una giustizia sommaria. Adesso bisognerà aspettare l’eventuale ricorso alla Corte Suprema per mettere fine alla vicenda.

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