Il contrattacco di Moore, candidato sotto accusa, mette alla prova Trump

Il giudice accusato di molestie dichiara guerra totale al partito repubblicano. Il ruolo di Sessions e l'attendismo del presidente. Un democratico in Alabama?

16 Novembre 2017 alle 06:16

Il contrattacco di Moore, candidato sotto accusa, mette alla prova Trump

New York. Roy Moore, candidato repubblicano al Senato in Alabama accusato di molestie da cinque donne che, al tempo dei fatti, quarant’anni fa, erano minorenni, è stato scaricato dal Partito repubblicano e diffidato dal leader dei senatori, Mitch McConnell. L’accordo sui finanziamenti elettorali con il Gop è stato stracciato. Dopo aver detto che “crede alle donne” che lo accusano e avergli intimato di abbandonare la corsa, ieri McConnell ha spiegato che anche se dovesse vincere il 12 dicembre un processo della commissione etica certamente gli toglierà l’incarico. E’ un modo per dire che preferisce la vittoria di un democratico a quella di Moore, sentimento già espresso da altri repubblicani. Il fatto inedito in questa lacerante diatriba dove la faida politica si sovrappone alla caccia globale al molestatore è che l’accusato non solo non si scusa e non si ritira, ma contrattacca. Moore proclama la sua innocenza, dice che è un inside hit job, un assassinio politico ordito dai nemici interni che già alle primarie avevano fatto di tutto per disarcionarlo, promette vendetta immediata: “La gente dell’Alabama non si farà ingannare da questo #insidehitjob. I giorni di Mitch McConnell come leader della maggioranza arriveranno alla fine molto presto. La lotta è appena cominciata”, ha scritto su Twitter. Dalla parte di Moore combattono Steve Bannon e l’apparato di Breitbart, sostenuti da Rush Limbaugh, Mark Levin e dal caravanserraglio degli imbonitori radiofonici più vocianti, mentre la corazzata di Fox News prende tempo e osserva gli inserzionisti che abbandonano la rete per il trattamento troppo clemente offerto a Moore.

 

L’anchorman Sean Hannity, che finora ha trattato con riguardo Moore, ieri gli ha dato una specie di ultimatum: se entro 24 ore il giudice dell’Alabama non si presenta con spiegazioni convincenti sui fatti contestati dovrà ritirarsi dalla corsa. In tutta risposta, Moore ha iniziato a mandare, attraverso i suoi avvocati, minacce di azioni legali ai media che a suo dire l’hanno diffamato. I primi avvisi sono arrivati all’Alabama Media Group e al Washington Post, che ha pubblicato lo scoop sulle molestie: se entro cinque giorni non pubblicheranno una smentita accompagnata dalle scuse, scatterà la querela. Nel frattempo, però, la campagna di Moore sta collassando. I sondaggi lo danno in caduta libera, pericolosamente vicino al democratico Doug Jones. Con una maggioranza conservatrice che ha solo due voti di scarto, un seggio fa una differenza enorme, specialmente in vista delle elezioni di midterm del prossimo anno. L’idea di McConnell per affondare Moore senza perdere il seggio è lanciare la candidatura in corsa di Jeff Sessions, procuratore generale che è stato senatore per vent’anni e gode di popolarità indiscussa in Alabama. Questa manovra, ragiona McConnell, difenderebbe il partito e toglierebbe Sessions dall’imbarazzante rapporto che si è creato con Trump. Sessions, tuttavia, non dà il minimo segnale di voler ritornare al Senato, anche perché Moore non ha alcuna intenzione per ora di farsi da parte. Il puzzle è complicato dall’attendismo di Trump, presidente che non ha sostenuto Moore alle primarie. Dall’Asia ha parlato con McConnell e si è confrontato co Mike Pence e il capo di gabinetto, John Kelly, ma non ha ancora deciso da che parte stare in una guerra che, come dice l’opinionista Ross Douthat in un tweet tagliente, si concluderà comunque con una sconfitta: “Moore vincerà perché Dio ha deciso di punire il Gop con orribili, devastanti ‘vittorie’, non con le sconfitte”.

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