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In Repubblica ceca vince Andrej Babiš

A Praga crollano i socialdemocratici. Al governo va il “Trump boemo” con il 29,7 per cento, dopo una campagna elettorale contro l'arrivo di rifugiati e di stampo euroscettico

6 Ottobre 2017 alle 14:11

In Repubblica ceca è partita la ricorsa a Andrej Babiš

Foto via Wikimedia Commons

(Articolo aggiornato il 22 ottobre 2017)

Il miliardario populista Andrej Babis, soprannominato il "Trump boemo", si conferma vincitore delle elezioni nella Repubblica Ceca. Il suo partito Ano risulta in testa con il 29,7 per cento dopo una campagna elettorale contro l''arrivo di rifugiati e di stampo euroscettico. Il voto ha segnato una svolta a destra per il paese. Secondo arrivato è il partito conservatore Democratici Civici con l'11,3 per cento. Il suo leader, Petr Fiala, ha escluso un'alleanza con Babis. Segue il partito anti immigrati Libertà e Democrazia Diretta dell'uomo d'affari ceco-giapponese Tomio Okamura che promette di impedire
"l'islamizzazione" del paese, arrivato al 10,6 per cento rispetto al 6,9 del 2013 . I socialdemocratici (Cssd) del primo ministro uscente Bohuslav Sobotka, vincitori delle elezioni di quattro anni fa con il 20,5 per cento,
sono crollati al 7,9 per cento.


 

Roma. La Repubblica ceca, il 20 e il 21 ottobre, andrà a votare e davanti a sé ha due alternative: il populismo o il populismo. Il primo tipo di populismo è incarnato dal partito Ano 2011 e dal suo capo, Andrej Babiš, che nei sondaggi al momento è quindici punti percentuali davanti ai diretti inseguitori. Magnate, ex ministro delle Finanze, è conosciuto come “il Trump boemo”. Il secondo è rappresentato dai socialdemocratici della Cssd, che a caccia di consensi (sono i diretti inseguitori) hanno deciso di cavalcare l’antieuropeismo in crescita nel paese. Andrej Babiš è impegnato in bagni di folla e a farsi fotografare tra i suoi elettori, o tra i vip mentre tiene tra le braccia un cucciolo di tigre; i socialdemocratici al contrario soffrono di una crisi identitaria.

 

La Cssd è un partito antico, rilevante nel paese, promotore della Rivoluzione di velluto e dei valori democratici: il partito di Vaclav Havel ha messo fine a quarantuno anni di comunismo senza rompere con i comunisti e senza fratture interne, fedele sostenitore dell’Unione europea che nel 2004 ha unito Praga a Bruxelles. Vicini da sempre alle istanze delle classi meno agiate, con gli anni i socialdemocratici sono diventati i rappresentanti della nuova borghesia boema, colta, cosmopolita e raffinata che alle prossime elezioni non saprebbe per chi votare. Finita l’era dell’idealismo europeista, ora la Cssd ha un nuovo target e per racimolare voti punta a usare la stessa rabbia e la stessa insoddisfazione che negli altri paesi del gruppo Visegrad hanno portato all’elezione di Orbán, Fico e Szydło. Peccato che, in Repubblica ceca, quel terreno sia già occupato da Babiš.

 

La svolta della Cssd è iniziata un anno fa. Il premier uscente, Bohuslav Sobotka (che non si ricandida premier), aveva avviato l’epurazione dell’ala più liberale del partito dopo che Ano aveva tolto ai socialdemocratici alcune delle regioni più importanti. Poi Sobotka ha preso un’altra decisione impopolare quando, a maggio, il ministro delle Finanze Babiš era finito sotto indagine per evasione fiscale. Anziché rimuovere il magnate, aveva rassegnato le dimissioni dell’intero governo, dichiarando in una conferenza stampa: “Se sollevassi Babiš, ne farei un martire e lui userebbe questa mossa a suo beneficio”. Così, al governo da soli due anni, Sobotka aveva tentato di togliere la scena all’imprenditore, che però rimane il politico più popolare del paese e gode anche del favore del presidente Miloš Zeman.

 

Sobotka non è mai stato un politico amato: considerato scialbo, debole e manipolabile, è leader del Partito socialdemocratico ceco dal 2010 e da giugno è stato sostituito dall’ex ministro dell’Interno Milan Chovanec che insieme a Lubomír Zaorálek, agli Esteri nella passata coalizione e ora candidato premier, è l’artefice della nuova strategia: una profonda operazione di make-up che ha trasformato il partito socialdemocratico in una copia bruttina di Ano 2011. La Cssd non è stata finora capace di produrre nuove idee da opporre al nazionalismo, al sentimento antieuropeo e alle paure legate alla crisi migratoria. Spaesati e confusi, i socialdemocratici sono rimasti sedotti dalla figura di Babiš come il resto del paese, hanno deciso di imitarlo, nel tentativo impossibile di sfidarlo sullo stesso terreno.

 

La campagna elettorale in Repubblica ceca si è così trasformata in una rincorsa. Non sono più i partiti a proporre idee agli elettori, ma i partiti a inseguire gli istinti, le paure e gli stereotipi di chi vota. La classe media alle elezioni di ottobre, probabilmente, voterà per partiti minori quali il partito di centrodestra Top 09 o per i Verdi.

 

Se l’obiettivo della Cssd è semplicemente quello di andare al governo, allora potrebbe farcela. Per quanto popolare, il partito antiestablishment di Babiš avrà comunque bisogno di alleati. I socialdemocratici saranno lì ad aspettarlo.

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