Dopo il test d'Olanda

Paola Peduzzi

La socialdemocrazia soffre parecchio in Europa. La mancanza di idee e l’elettorato che cambia

Milano. Nella campagna elettorale olandese, il celebre “primo test” della resilienza europea dopo lo scossone Brexit e lo scossone trumpiano, la voce della sinistra socialdemocratica è stata flebile e poco incisiva. Prendere l’Olanda come lo specchio di tutto il continente è eccessivo – gli stessi olandesi si sono interrogati per settimane sul perché di tanto interesse per le loro elezioni – ma certo la debolezza socialdemocratica riguarda il Labour locale (PvdA) come molti altri partiti dell’Unione europea. Per di più stiamo parlando del nord dell’Europa, che sulla socialdemocrazia ha dettato legge per molto tempo, e così questo progressivo indebolimento risuona ancora più forte sul resto del continente.

 
“La coalizione con i liberali del premier Mark Rutte ha costretto i laburisti a molti compromessi”, spiega al Foglio Audrie van Veen, esperta di Europa che gestisce il sito The Europeanologist. “I conservatori liberali sembrano essere l’alternativa più plausibile al populismo del Pvv di Greet Wilders, mentre il Labour ha perso rilevanza, anche a causa di una lotta interna per la leadership. La gente non capisce più per che cosa si batte il Labour”, dice Van Venn. Scontri interni, correnti divise, una proposta politica in affanno: questa malattia è abbastanza contagiosa in Europa. E’ per questo che i media internazionali si sono appassionati in Olanda all’ascesa di altri leader che hanno provato a riempire il vuoto laburista mantenendo intatta – almeno – la vocazione europeista. “Si sono rafforzati partiti più a sinistra, come i Verdi e il loro leader Jesse Klaver con la sua politica della personalità”, spiega Van Veen, “che però sono anche chiari nelle loro idee”. Klaver è stato definito il “Justin Trudeau dell’Olanda” tanto è forte il desiderio di immedesimarsi in formule che in altri paesi hanno avuto successo. Ma a parte la giovane età, la ricetta di Klaver assomiglia semmai più a quella proposta da Bernie Sanders in America, cioè con una vena protezionista un pochino più pronunciata.

 
Se fosse una questione di nomi e di leader però, il problema forse sarebbe di soluzione più semplice. Ma la questione è di idee. Di fronte a un’offerta altalenante, fatta di adeguamenti più che di proposte, nel nervosismo generale causato dagli choc del 2016 – che porta a un innalzamento delle aspettative, e della conseguente disperazione: i liberali hanno bisogno di buone notizie – le sinistre spesso soccombono. O si radicalizzano: l’esempio inglese è in questo caso calzante. Il Labour britannico guidato da Jeremy Corbyn ha dovuto trasformarsi in un partito a favore della Brexit per riuscire a mantenere una circoscrizione-feudo alle ultime elezioni suppletive: così è riuscito a controbilanciare l’ascesa dell’Ukip, il partito indipendentista, che comunque si era indebolito autonomamente a causa dei passi falsi del suo leader Paul Nuttall. Si dirà: l’elettorato laburista era in realtà a favore della Brexit prima che il Labour se ne accorgesse, questo almeno ha raccontato il risultato referendum inglese sull’uscita dall’Ue. L’elettorato si sta in effetti spostando e spesso a pagarne le conseguenze è la sinistra tradizionale.
 

In Francia, il Front national di Marine Le Pen sta attingendo all’elettorato tradizionale della sinistra. ActeursPublics ha pubblicato un sondaggio in cui mostra come la Le Pen stia avanzando “chez le fonctionnaires”, quel settore pubblico che ha tendenzialmente sempre votato per il Partito socialista: in questo segmento, la Le Pen è al 28 per cento, mentre il candidato socialista Benoit Hamon è al 20 (in mezzo c’è Emmanuel Macron al 22 per cento). Una fonte del Partito socialista europeo dice al Foglio: “Le elezioni in Olanda e Francia mostrano che, dopo aver perso l’elettorato popolare, stiamo perdendo anche la classe media riflessiva”, che è quella borghesia progressista che si sta disperdendo: in Francia segue Macron, in Olanda i liberali o i Verdi. Quando Justin Trudeau, quello vero, il premier canadese, venne in Europa per firmare il tanto sospirato accordo di libero scambio tra i due paesi, lanciò un progetto comune “a favore della classe media”, centrando perfettamente l’obiettivo politico delle forze progressiste: se le fasce più povere della popolazione tendono a spostarsi verso i cosiddetti populismi, la classe media oggi resta senza un’offerta politica precisa. E la competizione è alta. “Le persone stanche delle cosiddette ‘old politics’ – spiega Van Veen – cercano un cambiamento. E lo possono trovare nei populisti o nelle nuove forze che stanno emergendo”. E la socialdemocrazia paga un po’ per tutti.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi