Francia, Emmanuel Macron in campagna elettorale (foto LaPresse)

Il guaio di Macron

Giuliano Ferrara

A colazione con Jean-Claude Casanova e i suoi di Commentaire, per capire perché in Francia la società aperta parte da una base minoritaria

Sbattono Macron in copertina, i fillonisti cauti del Point, settimanale vivace, e si domandano: è veramente così forte? I sondaggi, è noto, premiano al primo turno del 23 aprile il capo di En Marche! – partito o movimento che compie un anno tra qualche giorno, il 6 aprile. Per quanto maliziosa, la domanda si regge in piedi. Un liberale all’Eliseo, ed europeista sbandierante, e giovane e telegenico abbastanza, non sarebbe una novità assoluta. Valéry Giscard d’Estaing ha preceduto nel ruolo Emmanuel Macron. Con l’appoggio a tradimento del gollista Jacques Chirac (anche Manuel Valls, il socialista che “tradisce” il socialista, non è senza precedenti) prevale al primo turno contro il gollista Jacques Chaban-Delmas, dopo la morte di Georges Pompidou, successore del Generale. Poi vince di stretta misura su François Mitterrand, “monsieur Mitterrand, voi non avete il monopolio del cuore” è la sua frase famosa, e prova a governare da centrista, liberale, indipendente, una smarginatura nella storia della V Repubblica. Ma è il 1974, c’è la Guerra fredda, l’Europa è salda, Giscard non è un novizio, era stato ministro dissidente già con De Gaulle, capeggiava un partito ressembleur con i suoi quarti di nobiltà e la sua anzianità di servizio.

 

Con Macron è un po’ diverso. Sopra tutto perché suo antagonista è una donna di estrema destra, una Marine Le Pen che ha il monopolio del cuore frustrato e furente della nazione più pessimista del mondo, l’identitarismo, un’attitudine carnale a rappresentare una certa idea della Francia. E siamo di nuovo in terreno golliano, il che è paradossale per una facho-bobo, una dei quartieri alti che ha omologato agli altri soggetti calanti un movimento impresentabile, il Front national, in una contesa in cui, sebbene lei sia meno eguale degli altri per il vizietto vichysta delle origini, però tutti i maiali della fattoria alla fine sono eguali.

Jean-Claude Casanova (foto via sciencespo.fr)


Un liberale, un banchiere, un tecnocrate che agita la bandiera dell’Unione ce la può fare contro la retorica che denuncia il partito dell’argent, del denaro, dei poteri forti in nome del popolo? Sì, è probabile, mi dice Jean-Claude Casanova, 82 anni, decano dei liberali aroniani, da Raymond Aron, il grande pensatore e sociologo che ne sapeva una più del diavolo e contro il quale Jean-Paul Sartre esercitò il suo torto retorico e ideologico. Casanova tiene salotto in un bistrot parigino, ogni ultimo venerdì del mese riunisce i suoi di Commentaire, la rivista politica e di cultura che con Le Débat di Marcel Gauchet e Pierre Nora tiene banco da queste parti, e sono funzionari, professionisti, politici, universitari, filosofi, storici, economisti, gente seria e di ogni età che ha qualcosa da mettere in comune e che si era riconosciuta per un periodo nella République du centre incarnata da Raymond Barre, un primo ministro di Giscard che era di notevole levatura in fatto di economia, di società aperta. Anche il grande compianto storico della Révolution François Furet era in un certo senso della partita. “Il dogma dei gollisti, e di Pompidou, fu ‘niente nemici a destra’.

È saltato, sarkozismo e populismo, ciascuno a suo modo, hanno legittimato la destra fino a ieri esclusa dal gioco per definizione, e riconosco che la Le Pen ha delle chance, non è da escludere una sua elezione, ma alla fine il potere morale e culturale di coalizione contro di lei e il suo Front national dovrebbe averla vinta”. Secondo Casanova Macron ha avuto avversari deboli, e il suo miglior amico è stato la sua “audacia”. Nell’ultimo numero di Commentaire Pierre Manent, straussiano e notevole ingegno non solo accademico, si domanda, parafrasando il Coriolano e il Giulio Cesare di Shakespeare, quale sia il ressort, la legittimazione, di una repubblica.  

 

E si risponde, con Casanova che conferma, se non altro pubblicandolo come primo saggio: come nella Repubblica romana, è legittima quella forma di stato in cui ambizione, una virtù, e rango di un’élite, un’aristocrazia popolare, concorrono a dare un governo ai cittadini. Nessuno, scrive Manent allargando a noi la sua analisi storico-letteraria, chiede alla democrazia rappresentativa moderna di rappresentarlo, sarebbe tautologico. Le si chiede o si dovrebbe chiederle di esprimere attraverso la rappresentanza un comando razionale fondato sul bene comune, con la “selezione di coloro che ne sono più capaci e che non sono mai tanto numerosi”. Fosse così, Macron andrebbe a segno.

 
Casanova non ha mai capito perché la Francia debba essere enfaticamente definita “una e indivisibile”, e vale per tutte le retoriche repubblicane, una e indivisibile come una chiesa dogmatica. Il grande predicatore e scrittore del Seicento Bossuet era centralista e identitario, ma nell’Ottocento Constant, padre del liberalismo, era per la diversità e la decentralizzazione. “Se eletto, Macron dovrebbe convocare un referendum istantaneo, nella stessa data delle legislative, secondo l’articolo 11 della Costituzione, e cambiare il sistema per poter governare dal centro, con gli strumenti di un’élite europeista e liberale”. Meno deputati, moralizzazione, nuova legge elettorale e nuovo parlamentarismo razionalizzato dopo l’esaurimento del bipolarismo della Cinquième (gollisti e gauche resterebbero esclusi dal gioco secondo anche gli ultimi sondaggi sul primo turno presidenziale). In Francia con le costituzioni e le repubbliche sono seri ma non lenti, sono rock.

“La libertà e la società aperta partono in Francia da una base minoritaria, un tipo come Alain Juppé avrebbe salvato il salvabile, rassicurando e moderando il conflitto senza farlo uscire dai binari, e ce l’avrebbe fatta a mani basse, maggioritariamente, ma è venuta l’ora del giovane audace, competente, colto, e ce la può fare”. Il direttore di Commentaire pubblica citazioni varie, molto ben scelte, dei grandi del pensiero e della letteratura, e tutte danno un’indicazione. Sul numero ultimo, prima delle presidenziali, si legge un testo di Macron, non ancora un grande ma impegnato in un’impresa notevole, che riflette sul popolo francese: in realtà non voleva la morte del re, e il Terrore ha aperto un vuoto mai definitivamente riempito né dai napoleonidi né dai gollisti. “C’è un seggio vuoto nel cuore della vita politica, dopo    De Gaulle. Ma quel che ci si aspetta da un presidente della Repubblica è che occupi quella funzione”. La scommessa viva e promettente dei liberali, che vivono in Francia da esiliati del Novecento ideologico, è che Macron sia abbastanza forte da vincere e da risolvere questo problemino.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.