Geert Wilders Presidente di Pvv alla riunione del Parlamento a L'Aia (foto LaPresse)

Un test identitario in Europa

Redazione
Quel che si può capire dal processo a Geert Wilders in Olanda

Nel marzo del 2014, durante un comizio a L’Aia, Geert Wilders chiese ai suoi sostenitori se volessero più o meno marocchini in Olanda (secondo le statistiche, la popolazione marocchina equivale al 2 per cento di quella olandese). Non era una domanda inusuale per il leader del partito anti immigrazione del paese, il Partito della libertà, che da tempo faceva – e forse farà – da ago della bilancia dentro e fuori governi dalle coalizioni complicate: le porte chiuse e i muri, assieme alla retorica anti islam, sono da sempre il messaggio di Wilders.  I sostenitori quindi risposero senza sorprese: “Di meno! Di meno!”. “E allora ce ne occuperemo”, disse il politico olandese, con un sorriso-ghigno non esattamente rassicurante.

 

Da allora questo scambio durato meno di trenta secondi è diventato una battaglia legale che si protrae da quasi due anni e in questa settimana s’apre il processo contro Wilders, che è accusato di aver deliberatamente insultato un gruppo di persone sulla base della loro razza e di aver incitato discriminazione e odio contro tale gruppo. Come ha scritto Uri Friedman sull’Atlantic, i confini tra la libertà d’espressione e l’hate speech sono sempre stati poco definiti, ma sono diventati sempre più importanti da quando i “politici nativisti” hanno rigettato globalizzazione ed élite e hanno riscoperto e valorizzato le identità nazionali e la sovranità nazionale. Marine Le Pen è già stata processata, per dire, così come lo è stato lo stesso Wilders, ma se il Wall Street Journal sottolinea che questo è un test preciso sul fatto che la libertà d’espressione per i politici possa o debba essere in qualche modo limitata, il caso Wilders in realtà non riguarda soltanto lui, le sue parole e il suo populismo. E’ un processo che riguarda il territorio, la sicurezza, l’identità, cioè tutti noi.