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Occhio all’Olanda, sintesi delle turbolenze europee targate 2017

Si vota nel marzo prossimo, è alto il rischio di frammentazione e di ascesa del populismo. Con festa italiana rovinata. Scontro tra Wilders e il premier Rutte. Il fattore (falco) Dijsselbloem e la corsa al “kingmaker”.

28 Ottobre 2016 alle 10:18

Occhio all’Olanda, sintesi delle turbolenze europee targate 2017

il leader del PVV Geert Wilders (a destra) e il premier olandese Mark Rutte

Milano. L’Europa è sempre in attesa del prossimo schiaffo in arrivo, anche quando ancora non ha smaltito l’ultimo, così il 2017 si prospetta ancora più turbolento di questo 2016 che pure è stato caratterizzato dallo schiaffo massimo: la Brexit. A dicembre ci saranno le presidenziali austriache (previsione: uno scossone); sempre a dicembre Angela Merkel dovrebbe annunciare se si candiderà al quarto mandato per le elezioni dell’autunno del prossimo anno (previsione: si candida), e poi il 2016 viene archiviato, per aprire un 2017 che una fonte italiana in Europa descrive come la tempesta perfetta dell’instabilità dopo la Brexit e l’Austria: il 15 marzo le elezioni in Olanda (rischio populismo e frammentazione); a maggio le elezioni in Francia (Marine Le Pen al secondo turno, Assemblea nazionale a rischio ingovernabilità); in autunno elezioni in Germania (ascesa del populismo, rischio di coalizioni colorate e instabili). L’Olanda è al momento la preoccupazione più imminente, non soltanto perché apre la stagione temporalesca 2017, ma anche perché a marzo l’Italia ha in programma la grande celebrazione dei sessant’anni dal Trattato di Roma (25 marzo), un’occasione per rilanciare l’Europa e metterci la faccia, proprio mentre gli olandesi potrebbero rovinare la festa.

 

Perché l’Olanda conta? Perché l’elettorato olandese è un termometro delle tendenze europee. Un esempio: Pim Fortuyn, ucciso nel febbraio del 2002 a 9 giorni dalle elezioni, anticipava già a inizio secolo la questione identitaria dell’Europa, il rapporto con l’islam, con l’integrazione, sia a destra sia a sinistra.

 

Geert Wilders, che di Fortuyn è considerato (impropriamente) un erede, ha portato avanti questo filone identitario, inaugurando quel nazionalismo-populista che in Europa ha continuato negli anni a rigenerarsi e allargarsi. Wilders oggi incarna al contempo lo spettro della frammentazione politica e l’ipotesi di un effetto domino della Brexit, quella “Nexit”, di cui s’è parlato in questi mesi, visto che Wilders è molto solido nei sondaggi e vuole l’uscita dell’Olanda dall’Europa (a differenza del Regno Unito, che in qualche modo sta cercando di giocarselo bene, il suo divorzio, l’Olanda che regge la propria economia sul porto di Rotterdam sarebbe mezza morta fuori dall’Ue). C’è da dire che Wilders ha imparato a non amare troppo la vita al governo: nell’unica sua esperienza – appoggio esterno a un governo di liberali e cristiano-democratici – ha perso consenso, ha confermato il ruolo di “troublemaker” facendo cadere l’esecutivo sulla riforma delle pensioni e all’appuntamento elettorale successivo ha visto il suo partito ridimensionato. Non è detto che voglia andare al governo, Wilders, ma poiché nei sondaggi è dato molto in avanti, costringerà gli altri partiti a un negoziato complicato e lungo. E si sa che nell’Europa che pure vive di attese, il tempo è la risorsa più scarsa che c’è, perché instabilità vuol dire governi fragili, riforme indebolite, processi comunitari sospesi.

 

L’Olanda è importante anche perché olandese è il capo dell’Eurogruppo, il ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem, che è considerato un falco fiscale e che ha avuto parecchi battibecchi a causa del lassismo dei paesi mediterranei (narrano i reporter brussellesi che quasi venne alle mani con l’ex collega greco, Yanis Varoufakis). Dijsselbloem è convinto che le politiche di salvataggio, che siano dei paesi o delle banche, non siano efficaci e per questo è da sempre una figura controversa in Europa, per quanto non sia mai arrivato a mettersi di traverso rispetto all’accondiscendenza della Commissione europea. Parlamentare del Labour (PvdA), non si sa se Dijsselbloem riuscirà a mantenere il suo posto al governo – e questo compromette anche il suo ruolo all’Eurogruppo – così come non lo sa il suo capo, il premier olandese Mark Rutte, leader dei liberali del Vvd, al momento testa a testa con Wilders nei sondaggi. Ci vorrà una buona dose di creatività per sopravvivere allo schiaffo olandese: l’appiglio al momento ha la faccia di un trentenne dal padre di origini marocchine e madre indonesiana, Jesse Klaver, leader dei Verdi, probabile (ma ce ne saranno tanti) kingmaker della salvezza d’Olanda. Dicono che sembra JFK e anche un po’ il canadese Trudeau, che in questi giorni però non è uno che, in Europa, si cita troppo volentieri.

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