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La longa manus della censura di stato alimenta le tensioni tra Berlino e Ankara. Il caso Deutsche Welle

Il ministro dello Sport turco requisisce la registrazione di un’intervista appena concessa al giornalista tedesco Michel Friedman. Il governo Merkel interviene ma a decidere sul dissequestro del nastro saranno i giudici di Erdogan.

27 Settembre 2016 alle 18:26

La longa manus della censura di stato alimenta le tensioni tra Berlino e Ankara. Il caso Deutsche Welle

Michel Friedman (immagine di Youtube)

“Ci sarà un giudice ad Ankara”. Questo deve aver pensato il direttore della Deutsche Welle, Peter Limbourg, nello sporgere denuncia contro il ministro turco dello Sport e della Gioventù, Akif Cagatay Kilic. Il ricorso ai giudici sta diventando un curioso corollario delle già complicate relazioni turco-tedesche. Mesi fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha utilizzato una vecchia legge tedesca sul vilipendio dei capi di stato stranieri – adesso in via di abrogazione – per far scattare un’indagine penale contro il comico Jan Böhmermann che lo aveva pesantemente dileggiato in diretta tv. Allora la cancelliera Angela Merkel si attirò le critiche di mezza Germania per aver autorizzato formalmente il ricorso del sultano. Oggi Limbourg non intende spedire il ministro Kilic in carcere ma chiede giustizia per riavere quello che gli appartiene: un servizio giornalistico firmato da Michel Friedman.

 


Angela Merkel e Tayyip Erdogan (foto LaPresse)


 

Per la Deutsche Welle, equivalente tedesco di Rai International, il mezzobusto tedesco conduce un programma di approfondimento, Conflict Zone. A inizio settembre Friedman aveva deciso di girare una puntata da Ankara per raccontare ai suoi ascoltatori gli sviluppi del fallito golpe di metà luglio e la dura reazione del governo. Ottenuto il benestare del ministro Kilic, Friedman e la sua troupe partono per la capitale turca. Il 5 settembre registrano l’intervista col titolare dello Sport, un uomo molto vicino al presidente Erdogan. Conclusa la registrazione, poco prima di prendere congedo, i giornalisti sono avvicinati dal servizio di sicurezza del ministro. “Consegnateci il nastro”. Sorpresi, i giornalisti oppongono resistenza ma l’entourage di Kilic non demorde e fa capire agli uomini della DW che non lasceranno l’edificio senza prima aver consegnato l’intervista.

 

Complice un repentino ripensamento del ministro, il clima da ospitale si fa ostile e Friedman e i suoi collaboratori sono obbligati ad andarsene a mani vuote. “Ciò che è successo costituisce un atto di coercizione da parte del regime turco e non ha niente a che fare con lo stato di diritto o la democrazia”, aveva protestato ad aprile Limbourg, minacciando azioni legali. Noi non concordiamo le domande e tuttavia anticipiamo il tema dell’intervista, ha sempre sostenuto Deutsche Welle. I reporter hanno fatto quello che volevano, ha replicato il ministro Kilic ottenendo per tutta risposta un “noi non siamo i portavoce del regime turco”.

 

Il governo tedesco era già in difficoltà per una serie di inciampi diplomatici iniziati ancora prima del caso Böhmermann e amplificati dal voto quasi unanime del Bundestag a favore di una risoluzione che ha definito “un genocidio” i massacri di armeni ad opera di turchi fra il 1915 e il 1916. Stavolta, il governo tedesco si è schierato con Deutsche Welle. Resta ora da vedere se i giudici turchi daranno ascolto alle richieste del giornale ordinando il dissequestro del servizio.

 

A febbraio di quest’anno, quattro mesi prima del golpe, la Corte costituzionale turca ordinò la scarcerazione del giornalista Can Dundar, accusato dal governo di alto tradimento per aver svelato una fornitura d’armi ai ribelli islamici da parte dei servizi di intelligence di Ankara. “Io non rispetto la sentenza né mi sento ad essa vincolato”, fu la reazione di Erdogan. Il 16 luglio, poche ore dopo la fine del fallito putsch, due membri della stessa Corte suprema finirono dietro le sbarre con l’accusa di aver contributo a ordire il golpe mentre altri 2.750 fra giudici e magistrati furono immediatamente sospesi dal servizio. Da allora la repressione contro i nemici dello stato, laici kemalisti o gulenisti islamici, non si è più arrestata. I giudici del tribunale di Ankara sono avvertiti.

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