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In Turchia la repressione post golpe continua senza sosta. Merkel però si affretta a ricucire con Ankara

Le purghe vanno oltre la burocrazia e fin dentro l’Akp, dice al Foglio il prof. Jean Marcou

6 Ottobre 2016 alle 06:14

In Turchia la repressione post golpe continua senza sosta. Merkel però si affretta a ricucire con Ankara

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Berlino. In Turchia lo stato d’emergenza decretato all’indomani del fallito golpe del 15 luglio scorso è stato prolungato per altri tre mesi. Mentre continua ad arrestare decine di presunti putschisti, il governo di Binali Yildirim, fedelissimo del presidente Recep Tayyip Erdogan, ha spento altri 23 canali radiotelevisivi perché sovversivi o separatisti. Fra le tivvù sediziose oscurate “per proteggere la democrazia, lo stato di diritto e le libertà dei nostri concittadini” figurano anche Govend Tv e Zarok Tv. Il primo canale trasmetteva solo video musicali, il secondo solo cartoni animati. Entrambi lo facevano in curdo, segnale evidente di come la repressione contro i cospiratori gulenisti sia ormai solo un pretesto per avviare una più generalizzata stretta autoritaria. Oggi il regime schiaccia chiunque ostacoli il potere di Erdogan e del suo partito per la Giustizia e lo sviluppo (Akp). “Noi siamo rimasti la sola forza di opposizione nel paese”, dice al Foglio il rappresentante in Europa del partito pro curdo Hdp, Eyüp Doru. “Già prima del golpe il Chp aveva votato con l’Akp per privare i deputati curdi dell’immunità parlamentare. Dopo il golpe anche i nazionalisti (Mhp) si sono allineati col potere”. Un’alleanza non dichiarata dagli “effetti nefasti per normalizzare l’apparato pubblico e puntare a un regime islamico di stampo sunnita che non corrisponde alla diversità etnica e culturale della Turchia”. Se ieri il premier Erdogan aveva aperto all’autonomia culturale dei curdi, oggi il presidente Erdogan punta a impedire che anche in Siria si crei una regione autonoma curda come già successo nel confinante Iraq. Fin dove arriverà Ankara in questa cavalcata avviata dopo il 15 luglio? Difficile dirlo. Più facile prevedere che non sarà l’Europa ad arrestarla. 

 

Nei giorni scorsi il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas, ha rappresentato i timori dei curdi ai dirigenti dell’Ue e al ministro degli Esteri tedesco Steinmeier, fra i più solleciti assieme alla cancelliera Angela Merkel a prendere le distanze da una risoluzione del Bundestag che definiva un genocidio i massacri di armeni compiuti dai turchi un secolo fa. La risoluzione aveva scatenato l’ira del sultano. Nelle scorse settimane il portavoce di Merkel, Steffen Seibert, ha dichiarato che la risoluzione del Bundestag “non è vincolante” per il governo. Così la cancelliera ha ottenuto il via libera per i rappresentanti del suo paese di visitare la base Nato di Incirilik in Turchia.

 

“Più che di repressione a me sembra corretto parlare ormai di ristrutturazione dello stato”, dice sempre al Foglio Jean Marcou, turcologo e docente di Relazioni internazionali all’Istituto di Scienze politiche di Grenoble. “Non si tratta solo di purghe nell’apparato statale e parastatale: il fenomeno va dalle imprese private alle scuole di calcio, senza dimenticare lo stesso Akp”. Marcou ricorda come nel giro di pochi mesi Erdogan si sia sbarazzato di tutta la vecchia guardia del partito, dall’ex premier Davutoglu, all’ex ministro delle Finanze Babacan, all’ex capo dello stato Gül, “una generazione di politici cresciuti dentro a un sistema parlamentare”. Al loro posto è subentrata una nuova squadra di Giovani Turchi al contrario, pronti a sostenere il progetto neo ottomano e presidenzialista del sultano. L’odierna fase politica è legittimata dalla reazione alla confraternita di Gülen “che ha sì infiltrato i gangli dello stato ma della quale l’Akp si è servita a lungo in passato”. Anche Marcou trova “ambiguo e malsano” l’unanimismo di nazionalisti e kemalisti con l’Akp, soprattutto con i secondi che criticano a parole la portata delle purghe “ma che non osano rompere con il potere”. D’altronde arginare il gulenismo, definito una minaccia terrorista, è un obiettivo condiviso, non limitato ai simpatizzanti dell’Akp. Farsi amici pericolosi per poi scaricarli e distruggerli sembra dunque una strategia collaudata di Erdogan, “che ha fatto lo stesso con l’Isis” in funzione anti Assad “ignorando a lungo le cellule dormienti dello Stato islamico, salvo impegnarsi un anno fa a combatterlo”. Sul fronte interno le purghe antiguleniste permettono inoltre di individuare nuovi nemici, da cui il giro di vite contro tanti curdi ma anche contro i giornalisti. Etichettare come terroristi indifferentemente i gulenisti, i curdi o l’Isis funziona, conclude Marcou, perché “legittima il mantenimento di uno stato d’emergenza permanente”.

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