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Basta con il tic del “non è terrorismo”

Se in Australia una ragazza viene uccisa al grido di “Allahu Akbar”

24 Agosto 2016 alle 19:13

Basta con il tic del “non è terrorismo”

Mia Ayliffe-Chung

Ha gridato “Allahu Akbar” più volte, prima di colpire la ragazza a morte e anche dopo, mentre le forze dell’ordine accorse sul luogo dell’attacco lo arrestavano. Ma per la polizia del Queensland, “non si può escludere alcuna pista”, “il sospetto non sembra avere legami con gruppi terroristici” e “stiamo verificando se l’uomo facesse uso di droghe o soffrisse di disturbi mentali”. Dunque, ci risiamo. E’ il tic a cui siamo abituati ad assistere: anche di fronte a prove evidenti di collegamento con l’estremismo islamico,   le autorità tendono a minimizzare, a confondere le idee, a cercare motivazioni psichiatriche. Tutto, pur di non chiamare le cose con il loro nome.

 

E’ accaduto ieri sera, le undici, ora locale, in un ostello a Home Hill, una cittadina del Queensland, in Australia. Una ragazza inglese di ventun’anni, Mia Ayliffe-Chung, è stata accoltellata a morte da un ventinovenne di nazionalità francese, e poi avrebbe ferito altri due uomini – non in pericolo di vita – un inglese e un australiano, e avrebbe ammazzato pure il cane dell’ostello. Una mattanza, perpetrata al grido di “Allahu Akbar”. Ma Steve Gollschewski, vicecommissario della polizia del Queensland, durante la conferenza stampa ieri ha detto che “qui non si tratta di razza o di religione, si tratta di un comportamento criminale individuale”. Sharon Cowden, comandante della polizia federale, ha aggiunto: “E’ un atto di violenza senza senso”. E invece, forse, un senso ce l’ha e un messaggio, quell’uomo, l’ha pure gridato. Del resto, è già successo con il terrorista di Nizza: ci sono voluti giorni prima di scoprire che non aveva agito da solo, che i collegamenti con i gruppi di terroristi islamici c’erano eccome. Nel caso dei cosiddetti “lupi solitari”, ancora di più, si tende a cercare una scusa, quasi avessimo paura di pronunciare quella parola, e le sue più irragionevoli ma determinanti motivazioni. Non c’è nulla di confermato, nel caso australiano di ieri, ma fa rabbrividire il fatto che ancora una volta l’uso delle parole sia quello più lontano da una battaglia di civiltà che dovremmo iniziare a combattere.

 

Secondo i dati del ministero dell’Immigrazione di Canberra, almeno cento australiani avrebbero lasciato il paese per andare a combattere in Siria. Nel dicembre del 2014, un uomo armato tenne in ostaggio per ore diciassette persone nel Lindt Café di Sydney. Il bilancio fu di due ostaggi morti oltre all’attentatore, che voleva punire i soldati australiani impegnati in Afghanistan.

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