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Il canone del jihad all’americana

L’attentatore di New York è il perfetto esemplare dell’imperfetto schema dell’islamismo negli Stati Uniti che ha reso arcaici termini come “cellula” e “lupo solitario”. La reticenza di Obama e le cavalcata elettorale della paura.

19 Settembre 2016 alle 20:34

Il canone del jihad all’americana

La polizia di New York ispeziona il luogo dell'esplosione (foto LaPresse)

New York. Ieri mattina la polizia ha arrestato Ahmad Khan Rahami, il 28enne di origine afghana sospettato di essere l’autore dell’attentato che sabato sera ha ferito 29 persone a Chelsea, quartiere di gallerie e modelle nel cuore di Manhattan. Le impronte digitali dicono che è stata la stessa mano a piazzare anche l’ordigno che è rimasto inesploso qualche isolato più a nord, sulla 27esima strada, e una telecamera di sorveglianza di Seaside Park, cittadina del New Jersey a oltre cento chilometri da New York, ha intercettato sempre lui, intento a piazzare una pipe-bomb che soltanto per un cambio di programma non è esplosa durante il passaggio di una corsa di beneficenza organizzata da un gruppo di veterani sabato mattina. Ad Elizabeth, la città del New Jersey dove Rahami vive con i genitori, è stata ritrovata una borsa con cinque ordigni casalinghi costruiti in modo simile. Due uomini avevano trascinato per qualche centinaio di metri il pesante fardello trovato lungo la strada, credendo contenesse qualcosa di appetibile per ladruncoli locali, ma avevano desistito, lasciando gli ordigni vicino a una stazione ferroviaria locale. Lo spostamento ha involontariamente agevolato il lavoro degli investigatori.

 

Rahami è stato catturato a Linden, poco lontano da Elizabeth, al termine di uno scontro a fuoco nel quale è rimasto ferito. Nella serata di domenica alcune persone sono state fermate in un’automobile sulla Belt Parkway, la bretella che cinge il confine meridionale di Brooklyn, all’altezza del Verazzano Bridge, che porta a Staten Island, porta d’accesso al New Jersey per la parte sud della città, ma l’unico sospettato per il quale l’Fbi ha scatenato una caccia all’uomo di dimensioni epiche è Rahami. Nella città blindata dall’apertura dell’Assemblea generale dell’Onu, l’evento che raduna la più alta concentrazione di capi di stato e di governo del mondo, la prova di forza delle operazioni antiterrorismo risulta ancora più impressionante.

 


Ahmad Khan Rahami (foto LaPresse)


 

Attenendosi a un copione consolidato, il presidente Barack Obama ha deplorato l’accaduto e promesso giustizia, dicendo che “continueremo a guidare la coalizione globale nella lotta per la distruzione dello Stato islamico che recluta tanti attraverso internet”, ma non si è mai discostato dalla generica definizione di “violent extremist”, l’estremista violento senza qualifica islamica specifica. Si parla di “radicalizzazione”, ma senza citare quale ideologia di partenza.

 

Nel giro di una notte la “bomba intenzionale” senza “connessioni internazionali”, come aveva detto il governatore di New York, Andrew Cuomo, è rientrata nel canone classico del reclutamento jihadista in America. Gli ordigni rudimentali, costruiti con pentole a pressione, un cellulare come timer e riempiti di bulloni e pallini di metallo, sono parte del manuale della radicalizzazione fai da te su scala globale almeno da quando, nel 2010, il magazine qaidista in lingua inglese Inspire ha fissato una volta per tutte le istruzioni per l’uso. Pare anche che il fratello di Rahami avesse sul suo profilo Facebook foto di Anwar al Awlaki, leggendario traghettatore dell’ideologia jihadista in America ucciso da un drone americano cinque anni fa, un topos ricorrente nel jihadismo a stelle e strisce.

 

In questi anni la propaganda ad altissima capacità di penetrazione dello Stato islamico ha incoraggiato in tutti i modi gli aspiranti jihadisti americani che non potevano unirsi ai combattenti al fronte – operazione complicata per chi deve attraversare l’Atlantico – a condurre attacchi contro gli infedeli sul suolo americano. Gli obiettivi e le modalità non sono fondamentali: alcuni messaggi spronano a investire occidentali con la macchina, altri a imbracciare il fucile sul posto di lavoro. Questa terrificante creatività concessa all’origine ha generato attentati molto diversi fra loro, dalla strage di San Bernardino, così simile a un “mass shooting” all’americana, a quella di Orlando, dove la comunità gay è stata colpita in modo particolare, fino allo sventato attacco di Garland contro un concorso per vignettisti di Maometto e al cosiddetto “complotto delle mutande” su un volo per Detroit. Il trait d’union fra questi e molti altri episodi è la possibilità di fare vittime senza ricorrere a organizzazioni strutturate, senza ricevere ordini da un comando centrale. Cambiano le armi del delitto e gli obiettivi, non cambia la natura rudimentale e casalinga dei fatti, che colloca i perpetratori in una zona grigia fra le categorie, ormai superate, della “cellula” e del “lupo solitario”.

 


La polizia di New York ispeziona il luogo dov'è avvenuta l'esplosione (foto LaPresse)


 

L’affiliazione a un gruppo ispiratore, che avviene convenzionalmente nella forma del giuramento prestato a un capo – sui social network o con altri mezzi – è la prova che poi il gruppo in questione usa per rivendicare in forma postuma un attentato che non aveva mai ordinato, se non in maniera indiretta, attraverso la promozione della sua ideologia mortifera. “Non trovo utile mettersi a discutere di sigle e affiliazioni in casi come questo dove, da quanto sappiamo, non c’è dietro una macchina organizzativa complessa né ordini che arrivano dall’alto”, dice al Foglio Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo alla George Washington University. “La guerra intestina fra i vari gruppi è certamente importante in medio oriente, al livello dei leader dei vari network, ma è sostanzialmente irrilevante per quelli che fanno attentati qui: loro prestano giuramento all’ideologia jihadista, non si curano molto della complicata faida fra gli acronimi. E’ normale, naturalmente, che i gruppi più potenti e in vista siano in grado di catturare con più forza l’immaginazione e la volontà di questi soggetti”, spiega Vidino.

 

L’idea dell’affiliazione liquida, del rapporto destrutturato fra mandante ed esecutore, pone qualche problema rispetto a un’affermazione fatta ieri da Obama. Il presidente ha detto che “non c’è un collegamento” fra l’attentato di New York e quello di St. Cloud, in Minnesota, dove un musulmano di origine somala ha accoltellato nove persone in un mall. Nel senso classico, anzi arcaico, in cui si intendono i collegamenti jihadisti, il legame è probabilmente inesistente, ma l’ormai lunghissima serie di attentati sul suolo americano suggerisce che lo Stato islamico (e già al Qaida prima) abbia stabilito “collegamenti” con improvvisate cellule locali di tipo più profondo e più difficile da intercettare. Facendo leva sul radicalismo islamico, l’unico denominatore comune di questa guerra sporca, Donald Trump ha evocato il “racial profiling” e ha promesso di “fare un mazzo così” (traduzione libera dal trumpese) allo Stato islamico, mentre la professionale Hillary Clinton ometteva di citare l’elemento islamico della vicenda e spiegava agli elettori che “le parole di Trump danno forza ai terroristi”. Per chiarire, il generale Michael Flynn, consigliere di Trump, ha sintetizzato l’argomento: “Non c’è molta gente che accoltella persone urlando ‘Gesù Cristo!’”.

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