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Il paradosso di Ventotene

Non c’è nulla di più interstatale di una Comunità europea di difesa, ma far uscire l’Europa dalla condizione di gigante economico e nano politico che ha ereditato dalla Germania è un passaggio indispensabile.

 

23 Agosto 2016 alle 15:59

Il paradosso di Ventotene

Ventotene, Renzi accoglie Merkel e Hollande (foto LaPresse)

Il dato forse più interessante dell’incontro di Ventotene è il rilancio dell’idea di una integrazione militare, che potrebbe essere inizialmente promossa dai tre paesi per poi eventualmente allargarsi ad altri. Per la verità questa prospettiva, che fu lanciata nel lontano 1947 da Alcide De Gasperi (e che venne affossata dal voto contrario del Parlamento francese) non ha molto a che vedere con il modello comunitario del manifesto di Ventotene, che puntava a una Europa giacobina e socialista che assorbisse e annullasse il potere degli stati. Ora che la Francia ha abbandonato le aspirazioni alla grandeur gaulliste, può accontentarsi di un ruolo prevalente in una struttura militare a tre, che le deriverebbe, se non altro, dal suo armamento nucleare e, ora, dall’assenza della Gran Bretagna. Non è, o almeno non sembra, “l’Europa dal basso” di cui ha parlato Matteo Renzi, ma rappresenterebbe un approdo di grande rilievo. Già la gestione effettivamente comune della guardia costiera richiede la costruzione di una catena di comando e di un sistema di comunicazione e di informazione unitario. Nella odierna condizione delle forze militari è proprio qui, nella unificazione dei sistemi informatici e delle procedure decisionali, la chiave della cooperazione che diventa integrazione.

 

Un’Europa disarmata non è in grado di esprimere una strategia, non può dare garanzie agli alleati o incutere timore ai nemici. Le sporadiche esibizioni di forza cui si sono abbandonate volta a volta la Gran Bretagna o la Francia non hanno alcun peso permanente e, come si è visto concretamente, spesso creano più problemi di quanti ne risolvano. Si dice, giustamente, che per utilizzare una forza militare europea ci vuole una strategia di politica internazionale europea. E’ vero, ma è vero anche l’inverso: una politica che non disponga della forza si riduce a una predica. Inoltre, in una fase in cui si assiste a un progressivo disimpegno dell’America (già misurabile dalle scelte dell’amministrazione Obama, per non parlare dell’isolazionismo protezionista proclamato da Donald Trump), l’Europa non può continuare a delegare la sua sicurezza all’alleato d’oltreatlantico, sempre più svogliato.

 

Il tema militare non è così popolare come quello dell’esaltazione della cultura o dell’Erasmus, ma in compenso ha un effettivo peso nell’equilibrio strategico e determina una forma di collaborazione rafforzata che esalta la funzione degli stati nazionali come elemento costruttivo e costitutivo dell’Unione. Se questo non corrisponde alla visione di Altiero Spinelli, pazienza. Far uscire l’Europa dalla condizione di gigante economico e nano politico che ha ereditato dalla Germania è il passaggio indispensabile e l’esercito tripartito sarebbe un passo rilevante in questa direzione.

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