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La cultura non ci cura

Idee da Ventotene. La paura di pensarla come Maurizio Gasparri o Matteo Salvini, che quando sentono la parola “cultura” mettono mano alla pistola, induce alla prudenza. Perché non sarà il volemose bene del consumo culturale a salvare l’Europa.

22 Agosto 2016 alle 18:45

La cultura non ci cura

Renzi e Merkel a Capodichino prima della partenza per Ventotene (foto LaPresse)

La paura di pensarla come Maurizio Gasparri o Matteo Salvini, che quando sentono la parola “cultura” mettono mano alla pistola, induce alla prudenza. Ma non si può nemmeno buttare a mare la saggezza di Altiero Spinelli, secondo il quale il Manifesto di Ventotene non era un invito a sognare, ma un invito a operare. E’ buona cosa che nel vertice sull’isola del Tirreno si discuta anche di un piano europeo straordinario per la cultura – o giù di lì – che secondo il ministro Stefania Giannini dovrebbe includere il potenzamento dell’Erasmus, da estendere anche ai docenti (che dalla Sicilia per insegnare non si muovono, ma per un viaggio in Europa magari sì) e lo scorporo degli investimenti in ricerca e formazione dal calcolo del deficit. Del resto è un mantra di Matteo Renzi che ogni euro investito in cultura sia un euro risparmiato in termini di guerre e lutti.

 

Secondo il ministro Dario Franceschini è “del tutto evidente il ruolo che la cultura può e deve svolgere rispetto non soltanto all’integrazione tra i paesi dell’Unione ma più direttamente rispetto alla costruzione di una comune identità europea, miglior antidoto ai populismi nazionali e ai rigurgiti antieuropeisti”. Però bisogna essere operativi, e soprattutto realisti. Pensare che un po’ di finanziamenti per le belle arti o gli audiovisivi siano il toccasana, è parlar d’altro. Ma soprattutto immaginare che un volemose bene del consumo culturale possa risolvere i problemi di identità e scongiurare le minacce molto fisiche e poco estetiche che incombono, rischia di essere un equivoco. Cultura è innanzitutto domandarsi chi siamo e cosa siamo disposti a fare per difendere la nostra civiltà. Altrimenti, l’Europa diventerà un gran bel museo.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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