Il piccolo Omran Daqneesh

Cosa ci dice lo sguardo insanguinato di Omran sulle coscienze immobilizzate dell'occidente

Claudio Cerasa
Il non interventismo ha contribuito a trasformare la Siria in un orrore senza fine. Come è stato possibile che l’Europa si sia indotta a considerare l’idea democratica incompatibile con la potenza di una guerra?

Lo sguardo insanguinato e impolverato del bambino siriano, adagiato su una sedia arancione dopo essere stato estratto miracolosamente dalle macerie di un bombardamento improvviso, è un’immagine troppo forte per essere dimenticata. Gli occhi di Omran Daqneesh, cinque anni, con i piedi tozzi e morbidi in primo piano, sono simili agli occhi dei nostri figli. E quello sguardo immobile, serio, spaventato, rassegnato, che in questi giorni abbiamo visto tutti nelle bellissime fotografie pubblicate sui giornali di tutto il mondo non può che sussurrare alle nostre coscienze un concetto preciso: gli occhi di Omran sono gli occhi spenti di una vittima innocente di un orrore senza fine che si chiama guerra. Nessuno può sottrarsi allo sguardo di Omran e qualsiasi altro pensiero che non coincida con l’espressione “stop the war” potrebbe apparire poco rispettoso, insensibile, superficiale. Eppure, paradossalmente, proprio per rispetto nei confronti di Omran, e di tutte le altre vittime innocenti di “un orrore senza fine”, è necessario allargare l’inquadratura, aprire l’obiettivo della telecamera e osservare la cornice che circonda gli occhi di Omran.

 

Se si allarga l’inquadratura, si scoprirà che quelle parole sussurrate alle nostre coscienze – “stop the war” – non sono sufficienti per mettere a fuoco un’altra immagine importante della guerra siriana, che costituisce la vera causa primaria dell’orrore senza fine in cui si è ritrovato a vivere quel bambino che ci guarda con gli occhi dei nostri figli: la fotografia chiara e nitida del disimpegno dell’occidente, il cui non interventismo ha contribuito a trasformare la Siria in un orrore senza fine. La domanda alla quale dobbiamo dunque rispondere oggi guardando gli occhi insanguinati di Omran Daqneesh è anche un’altra: perché l’occidente, e l’Europa in particolare, ha scelto di cancellare dal suo vocabolario qualsiasi riferimento esplicito alla natura politica e militare (clausewitziana) della guerra, decidendo di leggere qualsiasi conflitto con la sola lente di ingrandimento della questione etica? Detto in altre parole: come è stato possibile che l’Europa si sia indotta a considerare l’idea democratica incompatibile con la potenza di una guerra, trasformando un qualsiasi conflitto in un crimine contro la pace e alimentando persino l’illusione che sia sufficiente combattere “l’orrore senza fine” solo con la potenza degli hashtag?

 

In un libro sorprendente pubblicato qualche mese fa dal Mulino – “Senza la guerra” – Ernesto Galli della Loggia offre uno spunto di riflessione interessante, che potrebbe tornare persino utile nelle prossime ore quando Angela Merkel, Matteo Renzi e François Hollande si incontreranno a Ventotene per parlare di “Europa dei valori”. Galli della Loggia riconosce che l’Europa ha un grave problema con la parola guerra, ammette che ormai siamo arrivati al punto che “le eventuali necessarie operazioni militari devono essere camuffate sotto altri nomi e riscuotere l’approvazione preliminare dai competenti organismi multinazionali” e spiega la vanificazione del ruolo classico della guerra per l’Europa partendo da un’altra fotografia scattata dopo la Seconda guerra mondiale. “E’ accaduto che delle due gigantesche guerre che hanno visto protagonisti nel secolo scorso i grandi paesi europei alcuni di questi sono usciti sconfitti ma nessuno è uscito davvero vincitore. È anche per questo che nel nostro continente la guerra non ha mai conseguito quello che è invece stato il suo principale risultato in molte altre parti del mondo: la potenza e l’accrescimento del dominio da parte del paese vincitore. La guerra, dunque, non serve ad accrescere la potenza dello stato nazione e di conseguenza anche la storiografia del passato tende a descrivere grandi conflitti del nostro secolo come delle inutili stragi”.

 

A tutto questo poi va aggiunto un altro passaggio importante. Il concetto stesso di Europa, la consapevolezza di una specificità propria di questa parte del mondo, cominciò a prendere forma proprio con le guerre contro i “barbari”, intorno al V secolo avanti Cristo, nei conflitti che videro opporsi l’antica Ellade alle armate persiane di Serse e di Dario. Oggi, invece, il concetto stesso di Europa, la consapevolezza di una sua specificità, è intrappolata in un’ideologia sterile e immobile che è quella del pacifismo militante: ed è anche per questo che ormai fra la politica e la guerra si frappone sempre con più facilità la bandiera del crimine, dell’illegalità internazionale (esempio più recente il rapporto Chilcot). Un tempo, la centralità della dimensione militare era cruciale per la definizione della cittadinanza e al tempo stesso della nazione (l’idea di un battaglione comune per difendere l’Europa, mettendo insieme le eccellenze militari del nostro continente, potrebbe essere un passo importante verso la formazione di un esercito comune europeo). Oggi è invece vero il contrario: l’Europa esiste in quanto paese imbelle, pacifico e letteralmente disarmato. La guerra è così passata da un’opzione possibile per portare la pace a un crimine contro la pace – e tutto quello che è diverso dalla pace diventa automaticamente inaccettabile, inutile. Gli occhi di Omran Daqneesh, cinque anni, piedi tozzi e morbidi in primo piano, sono dunque parte di un racconto in cui la guerra ha acquisito solo una dimensione etica, morale, non più strategica. E ogni immagine che porta acqua al mulino del pacifismo, volontariamente o involontariamente, alimenta un meccanismo consolatorio che tende a immobilizzare le coscienze dell’occidente, convincendoci che l’unico modo per fermare l’orrore sia fermare la guerra e favorire “la collaborazione tra i popoli”.

 

Un tempo, le immagini drammatiche della guerra suggerivano un ragionamento di questo tipo: piangete, armatevi e partite. Oggi, più semplicemente, il meccanismo è diventato questo: piangete, non armatevi e guardate (e, al limite, twittate). “Secondo una certa convinzione etica – ha scritto Hans Kelsen, uno dei maggiori filosofi del diritto del XX secolo in un saggio sulla giustizia del 1950, pubblicato lo scorso anno in Italia dalla casa editrice Quodlibet (“Che cos’è la giustizia?”) – la vita umana è il valore più alto. Di conseguenza, secondo questa convinzione etica, è assolutamente proibito uccidere un essere umano anche in guerra e anche sotto forma di pena capitale. Esiste però un’altra convinzione etica, secondo la quale il valore più alto è l’interesse e l’onore della nazione. Di conseguenza, secondo questa opinione, tutti sono moralmente obbligati in guerra a sacrificare la propria vita e a uccidere altri essere umani, in quanto nemici della nazione”. L’Europa oggi ha scelto la prima strada. La guerra come crimine contro la pace. Molto consolatorio. Se non fosse che l’occidente imbelle e disarmato così facendo rischia di ritrovarsi ogni giorno con un numero sempre maggiore di Omran Daqneesh, cinque anni, con i piedi tozzi e morbidi in primo piano, e gli occhi così simili a quelli dei nostri figli.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.