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Non sono le nostre stigmate

Prima Aylan, il bimbo curdo riverso su una spiaggia turca. Adesso, dalla Siria, le immagini terribili di Omran, estratto dalle macerie della città-martire di Aleppo. Da William E. Smith a Cartier-Bresson, l’immagine giornalistica sembra dare l’idea della massima aderenza alla verità.

18 Agosto 2016 alle 20:20

Non sono le nostre stigmate

La foto del piccolo Omran (foto LaPresse)

Prima Aylan, il bimbo curdo riverso su una spiaggia turca. Adesso, dalla Siria, le immagini terribili di Omran, estratto dalle macerie della città-martire di Aleppo. Da William E. Smith a Cartier-Bresson, l’immagine giornalistica sembra dare l’idea della massima aderenza alla verità. Ma è davvero così? Passata l’emozione si comprende quanto queste cartoline dell’umanità ferita, queste foto senza didascalia, siano simulacri della nostra abulia, del nostro disimpegno. Non parlano. Sono afone. Col puro dolore non ci facciamo niente.

 

Aylan e Omran sono invece due vittime della ritirata occidentale che ha consentito la nascita dell’Isis e la destabilizzazione del medio oriente (no, cretino collettivo, non è stata la guerra di Bush, ma la fuga a gambe levate di Obama). Lasciare la umma islamica in balìa di se stessa, come hanno fatto Stati Uniti ed Europa negli ultimi otto anni, produce gli Aylan e gli Omran, ma anche lo Stato islamico e il jihad sul suolo europeo. In questo senso quella fotografia ci riguarda, non come monito contro “le guerre”, neppure come stigmate della nostra colpa, ma come rimprovero contro il nostro abbandono del medio oriente.

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