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Tra virgolette

E se Trump creasse un Partito dei lavoratori? Paura e delirio a sinistra

Il candidato-tycoon probabilmente non è all’altezza, ma più di lui i liberal americani temono un cambiamento finora impensabile tra i repubblicani: la trasformazione in rappresentanti della classe lavoratrice.

21 Agosto 2016 alle 06:18

E se Trump creasse un Partito dei lavoratori? Paura e delirio a sinistra

Donald Trump parla ai suoi sostenitori durante un comizio elettorale a Charlestone (foto LaPresse)

E’ comparso sul New York Times un articolo da far rabbrividire, intitolato: ‘Vogliono fare del GOP un Partito dei lavoratori’. In questo articolo, intellettuali conservatori dicevano di ripudiare Donald Trump, ma anche di vedere nella sua ascesa un motivo per spostare il baricentro del loro partito. Il nuovo Partito repubblicano non sarebbe più quello del business e dei privilegiati, ma il protettore di una classe lavoratrice orfana di rappresentanza”. Inizia così una lunga inchiesta pubblicata dalla rivista Rolling Stone e firmata da Matt Taibbi. Questa nuova evoluzione della destra americana “non è pianificata”: “Se dovesse andare così, sarebbe un cambiamento che avviene non perché i leader conservatori lo abbiano mai voluto, ma perché gli elettori lo hanno richiesto.

 

Essenzialmente, un largo numero di appartenenti della classe lavoratrice, specialmente elettori bianchi della stessa classe, ha abbandonato tempo fa il Partito democratico in favore del Partito repubblicano. Alcuni conservatori avevano colto le avvisaglie di questo fenomeno. Il pensoso editorialista del New York Times, Ross Douthat (…) assieme a Reihan Salam, direttore della National Review, affermano di averlo predetto con anticipo. Nel loro libro del 2008, “Grand New Party”, Douthat e Salam sostenevano che i repubblicani dovevano reinventarsi, e ammettevano che ‘le politiche elitarie del Partito republicano’ fossero ‘non più in sintonia con la maggioranza degli elettori repubblicani’”. Ora, in un recente editoriale apparso sempre sul New York Times, intitolato “Una cura per il Trumpismo”, gli stessi due commentatori “avevano anche osservato come il Partito repubblicano sia ‘sempre più dipendente dal sostegno della classe lavoratrice bianca, nonostante la sua agenda politica sia crescentemente insensibile ai problemi degli elettori della classe lavoratrice’”. “Tutta questa ricerca interiore sta accadendo oggi – scrive Taibbi – perché il fanatico Trump ha catturato una parte della base repubblicana e la sta conducendo verso un burrone elettorale”.

 

Continua l’articolo di Rolling Stone: “La propaganda repubblicana ha sostenuto per decenni concetti un po’ magici come la ‘trickle-down economy’ che chiedevano agli elettori con redditi più bassi di accettare sacrifici nel presente per dividendi teoricamente maggiori nel futuro. Fino a quest’anno gli elettori repubblicani hanno largamente accettato tali idee. Ma Trump è diventato lo strumento attraverso il quale hanno deciso di dire ai leader repubblicani che non vogliono più aspettare. Esigono la propria fetta di torta, e subito, anche se per averla devono scatenare il Trumpinator”. Alcuni pensatori americani sono da tempo consapevoli “della defezione di elettori della classe lavoratrice verso i repubblicani, ma ciò è sempre stato ignorato come conseguenza di un’abile propaganda. E’ la storia raccontata nel libro ‘What’s the Matter With Kansas?’, su come la classe lavoratrice bianca sia stata persuasa ad andare contro i propri interessi economici grazie a un cinico e retrogrado appello a razza, religione e cultura. Ma questa è soltanto una parte della storia, come alcuni leader democratici iniziano a realizzare. Il vicepresidente Joe Biden un paio di settimane fa su ‘Morning Joe’ ha ammesso che ‘il Partito democratico nel compesso non ha parlato abbastanza a loro (elettori dela classe lavoratrice)’ che sono ‘Persone ordinarie che si spaccano la schiena’. Le parole di Biden sono comunque un tentativo di sminuire. Se bisogna essere onesti su cosa è avvenuto negli ultimi 30 o 40 anni, la nuova direzione del Partito democratico ha sposato la stessa bizzarra teoria neoliberista che non differisce di molto dalla ‘trickle down economy’. I leader del partito democratico sono stati credenti ferventi nella religione della globalizzazione fin dai tard anni ’80, quando il gruppo di consulenti al Democratic Leadership Council prese la decisione deliberata di trasformare il partito da partito dipendente in larga parte dalle donazioni e dal sostegno logistico dei sindacati a uno che sosteneva obiettivi del mercato, in particolar modo il libero scambio”. Rolling Stone ricostruisce criticamente la stagione degli accordi di liberalizzazione del commercio firmati per esempio da Bill Clinton, come l’accordo Nafta con Canada e Messico del 1993. “Abbiamo l’opportunità di rifare il mondo”, disse allora il presidente democratico. “Più accordi commerciali, continuò il presidente, avrebbero creato un mondo che non solo sarebbe stato nel complesso più prospero, ma anche più libero e capace di servire come un mercato per l’export americano”. “Clinton promise, ed è importante ricordarlo, che gli accordi di libero mercato avrebbero posto l’enfasi su nuovi standard ambientali, avrebbero espanso i diritti dei lavoratori nei paesi firmatari, che gli Stati Uniti non avrebbero commerciato con paesi che impiegavano sussidi o tariffe, e che i lavoratori americani che avevano perso il lavoro per la delocalizzazione avrebbero visto i benefici dopo essere stati preparati per occupare i nuovi posti di lavoro che eventualmente sarebbero apparsi per rimpiazzare quelli persi”.

 

Prosegue Taibbi: “Benché non fosse mai stata articolata esattamente così, la promessa essenziale del libero mercato era che la classe media americana avrebbe sperimentato una perdita economica temporanea, che nel tempo sarebbe stata bilanciata da una crescita maggiore al livello globale. Era la ‘trickle down economy’ reinventata con la variante internazionale: dopo un lungo viaggio per il mondo, la ricchezza sarebbe eventualmente tornata in America. Dopo ventitrè anni, possiamo vedere i risultati. Ci sono stati miglioramenti nelle condizioni economiche dei lavoratori stranieri. Tuttavia gli Stati Uniti non hanno mai escluso i regimi repressivi sul piano politico dagli accordi di libero scambio, non si sono mai assicurati che i partner commerciali non fossero anche violatori seriali dei diritti umani, né si sono mai preoccupati seriamente di imporre standard ambientali di un certo livello. Perlopiù gli Stati Uniti hanno dunque hanno reso disponibile ai datori di lavoro occidentali della manodopera a buon prezzo e non libera”.

 

“Perfino un accanito sostenitore di Clinton come Paul Krugman, un tempo grande alfiere del Nafta, che una volta arrivò a paragonare i critici del libero scambio ai seguaci anti-evoluzionismo di William Jennings Bryan al processo Scopes, ora ammette che sostenere un mercato ancora più libero sia ‘un imbroglio’. Sostiene infatti  Krugman: ‘La difesa elitaria della globalizzazione è essenzialmente disonesta: finti proclami di inevitabilità, tattiche del terrore (il protezionismo causa depressioni economiche!), affermazioni ampiamente esagerate sui benefici della liberalizzazione del commercio e sui costi del protezionismo, il tutto ignorando i forti effetti redistributivi che i modelli standard effettivamente predicono”. (…)

 

“Se uno solleva il caso della distruzione della classe media americana, i seguaci pro globalizzzione risponderanno facendo l’esempio della crescente prosperità per quelle centinaia di milioni di lavoratori cinesi che si trovano teoricamente sopra la soglia di povertà definita dalla Banca mondiale. Il fatto che quegli stessi lavoratori virtualmente non hanno diritti o benefici di alcun tipo, o il fatto che occasionalmente lavorano in fabbriche munite di reti di sicurezza per impedire loro di suicidarsi a ritmi allarmanti, è irrilevante per i Veri Seguaci della globalizzazione. Quello che desiderano è che i lavoratori americani siano assorbiti dalle buone notizie di salari che incrementano esponenzialmente all’estero, dimenticandosi che i lavoratori americani non hanno mai voluto un piano che li vedesse perdere posti di lavoro così che lavoratori in Cina o in India potessero guadagnare qualche centesimo in più. Di certo non hanno eletto dei leader per premere con simili politiche”.

 

“Il problema con tutto ciò sta nel fatto che i democratici sono andati così in là nella direzione del supporto della religione globalista che hanno reso possibile qualcosa così idiota come l’ascesa del fieramente nativista Donald Trump. Peggio, l’ascesa di Trump dara alla Fede Militante globalista un argomento automatico per parecchio tempo. Definiranno qualsiasi critica del libero mercato o della globalizzazione come una forma di ‘trumpismo razzista’”.

 

“Tuttavia, esigere che i politici americani si spendano innanzitutto per i propri elettori non è isolazionismo. E’ semplicemente un razionale interesse personale. Inoltre, non abbiamo mai chiamato i movimenti che chiedevano di disinvestire dal Sudafrica o dall’Unione Sovietica ‘nativisti’. Li definimmo soltanto idealisti. Invece non abbiamo mostrato molto idealismo negli ultimi decenni, visto che ampie maggioranze di occidentali comprano cellulari, vestiti e altri prodotti che sono sempre più probabilmente fabbricati da lavoratori sfruttati in capannoni opprimenti, o addirittura da bambini”.

 

L’economista di sinistra Paul Krugman “ha affermato che il labirinto di accordi commerciali è così radicato ora che qualsiasi tentativo di disfarli genererebbe caos. Uno come Trump potrebbe provarci. Ha aggunto, ma solo come parte di una strategia di ‘mania distruttrice su tutti i fronti’. Forse è vero, forse no”, scrive l’ancora più liberal Rolling Stone. “Ma negare che qualcosa vada fatto, e chiedere agli elettori americani di continuare di avere fiducia nella favola secondo la quale ‘alla fine ci guadagneremo tutti’ che finora ha chiaramente solo portato profitti a una piccola minoranza di persone molto ricche in America, non farà altro che portare altri lavoratori nel campo di Trump”. Conclusione: “Forse il prossimo candidato che questi elettori sceglieranno per guidarli fuori dai loro guai non sarà così idiota, o suicida da un punto di vista politico come Trump. Prima o poi, evitare di affrontare tali questioni ci si ritorcerà contro, colpendo tutti noi”. Ecco il lamento dei liberal che guardano Trump con un pizzico di invidia, e soprattutto temono l’idea di un Partito repubblicano che si trasformi in Partito repubblicano dei lavoratori.

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