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Bannon, l’evangelista del Trumpismo

Nel momento più difficile della sua scommessa elettorale, indietro nei sondaggi e nei modelli previsionali dei grandi giornali, dal New York Times in giù, che danno le sue possibilità di vittoria su Hillary Clinton a meno del 20 per cento, Donald Trump ha deciso di affidare le chiavi del suo successo a Bannon.

19 Agosto 2016 alle 10:24

Bannon, l’evangelista del Trumpismo

Stephen K. Bannon

Roma. Nel momento più difficile della sua scommessa elettorale, indietro nei sondaggi e nei modelli previsionali dei grandi giornali, dal New York Times in giù, che danno le sue possibilità di vittoria su Hillary Clinton a meno del 20 per cento, Donald Trump ha deciso di affidare le chiavi del suo successo a un uomo con nessuna esperienza nella gestione di una campagna presidenziale. In effetti Stephen K. Bannon, capo assoluto del sito conservatore e scorretto Breitbart News dal 2012, da quando il fondatore Andrew Breitbart è morto a 43 anni per un attacco di cuore, e da mercoledì chief executive della campagna elettorale del candidato repubblicano alla Casa Bianca, non ha mai condotto una campagna a livello nazionale. La sua nomina ha generato scandalo nell’élite del partito che chiedeva a Trump normalizzazione e professionalizzazione, ma ha eccitato gli animi di quanti ritengono che l’unico modo che Trump ha per vincere sia rilanciare il suo messaggio bombastico e scorretto. Il fatto è che Bannon – veterano di marina, ex trader di Goldman Sachs, produttore cinematografico, autore di bestseller e mente dietro al successo recente di Breitbart News –, con la sua capacità di canalizzare la rabbia degli elettori bianchi della working class contro l’establishment, tanto democratico quanto repubblicano, e di cambiare le regole del discorso politico americano, è stato un evangelista del trumpismo di battaglia prima di Trump stesso. I due, entrambi portatori di ciuffo biondastro e bulimicamente attaccati allo smartphone, hanno così tanto in comune da sembrare fatti l’uno per l’altro. Entrambi hanno un senso soprannaturale nel suscitare il sentimento anti establishment pur provenendo da esso, entrambi quando parlano non mostrano rispetto per le convenzioni né per il politicamente corretto, entrambi sono oggetto dell’odio e dello sdegno non solo dei liberal ma anche dei repubblicani moderati, e ricambiano allegramente.

 

In un episodio citato da Joshua Green in un lungo ritratto su Bloomberg Businessweek, Bannon dice a una sua giornalista che aveva appena commesso un errore marchiano di non preoccuparsi fintantoché avesse continuato a picchiare duro contro l’establishment nei suoi articoli: “Noi siamo honey bagger”, dice, citando la mellivora, un predatore africano simile a un tasso e famoso per la sua eccezionale aggressività e ferocia. “Agli honey bagger non gliene frega un cazzo”. Il giornalismo promosso da Bannon su Breitbart è di battaglia totale su tutti i fronti. Non c’è colpo basso che non sia ammesso, non c’è incitamento rabbioso che venga placato (come hanno dimostrato gli scandali intorno al corrispondente Milo Yiannopoulos, sempre sostenuto da Bannon), non c’è santuario che sia rispettato. I bersagli non sono solo democratici, da Clinton ad Anthony Weiner (fu Andrew Breitbart a scoprire lo scandalo delle foto e a provocare le sue dimissioni) ma anche repubblicani moderati, come Eric Cantor, ex leader della maggioranza alla Camera che perse le primarie contro un candidato sostenuto da Breitbart News, e John Boehner, dimessosi perché sospinto, tra le altre cose, dai continui attacchi di Bannon. Quest’ultimo rafforza le sue campagne politiche con la propria attività di documentarista, con uno stile parziale e aggressivo che lo ha reso il Michael Moore repubblicano. Nel momento di apoteosi del Tea Party, Bannon filmava un video di esaltazione di Michele Bachmann. I suoi documentari hanno contribuito alla formazione della critica conservatrice contro il movimento Occupy Wall Street e alla trasformazione di Sarah Palin da fenomeno da baraccone a voce ascoltata del nuovo movimento conservatore. Il suo ultimo lavoro è dedicato ai barbuti protagonisti di “Duck Dinasty”.

 

Ma al contrario del classico polemista conservatore, Bannon non si dedica solo all’invettiva. Gestisce anche il Government Accountability Institute, think tank che usa dati rigorosi per fare lotta politica. Il libro di maggior successo prodotto dall’istituto, “Clinton Cash”, è stato ripreso anche dai media liberal e ha contribuito più di ogni altro a plasmare la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti della candidata democratica. Bannon riesce a professionalizzare gli impulsi più selvaggi dell’elettorato conservatore, e dopo una vita da Grande Gatsby, che lo ha portato dal trascorrere quattro anni in un cacciatorpediniere al largo dell’Iran durante la rivoluzione khomeinista all’alta finanza, fino a diventare ricco grazie alle royalty di “Seinfeld”, la più famosa sitcom americana di sempre, ottenute grazie a un affare inatteso, Bannon ha trovato la sua ultima passione in Donald Trump. Breitbart sostiene il biondo candidato fin dall’inizio delle primarie, con una sfacciataggine tale da aver scatenato un’ondata di dimissioni negli ultimi mesi, compresa quella del veterano Ben Shapiro, che in questi giorni lo ha accusato di aver tradito lo spirito di Andrew Breitbart e di aver trasformato il sito nella Pravda trumpiana. Quando l’allora manager della campagna di Trump, Corey Lewandowski, strattonò una giornalista di Breitbart, Bannon si schierò con Lewandowski e non con la sua reporter (che si dimise poco dopo). Oggi, con la nomina a chief executive, Bannon porta a un nuovo livello la sua battaglia politica anti establishment, ma già occhieggia oltre. All’inizio dell’estate, parlando con Ken Stern di Vanity Fair, Bannon disse che “Trump per noi è solo uno strumento, non so se se ne rende conto”. La battaglia personale di Bannon va oltre quest’elezione, e punta a cambiare definitivamente il panorama conservatore.

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