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Che fine ha fatto il modello Podemos (non se la passano bene)

A nemmeno una settimana dalla fine delle consultazioni in Spagna il partito degli indignados è già in coma: dimissioni a catena, lotte fratricide e purghe interne. Tra M5s e sinistra frammentata.

16 Marzo 2016 alle 17:15

Che fine ha fatto il modello Podemos (non se la passano bene)

Iñigo Errejón e Pablo Iglesias (foto LaPresse)

Prima sono arrivate le voci di malumori interni. Poi le dimissioni a catena di dirigenti importanti, soprattutto all’interno del Partito di Madrid. Infine, come un Grillo qualunque, il leader di Podemos Pablo Iglesias ha dato inizio alle purghe. Nella notte di martedì, con una mossa che ha sorpreso tutti, Iglesias ha silurato il numero tre del partito, Sergio Pascual, accusato di non aver saputo gestire, e anzi di aver accentuato, la rivolta interna. E’ il passo più grave, ma certo non l’ultimo, di una crisi scoppiata dieci giorni fa, subito dopo la fine delle votazioni abortite per la formazione di un nuovo governo. E’ la conseguenza dello scontro al vertice tra la linea intransigente del leader Iglesias e dei “pablisti” e quella leggermente più aperturista del numero due del partito, Iñigo Errejón, e degli “errejonisti”, di cui Pascual era il capofila. Ed è, soprattutto, la perdita della verginità, forse l’ennesima, di Podemos, un passo ulteriore verso la sua trasformazione da movimento popolare di protesta a partituncolo della sinistra estrema.

 

Lo scontro tra Iglesias ed Errejón, braccio destro del leader fino a pochi mesi fa, oggi suo principale avversario interno, va avanti sottotraccia da tempo e si è incancrenito nelle settimane dei negoziati per la formazione di un governo dopo che le elezioni del 20 dicembre scorso non hanno restituito nessuna maggioranza. Iglesias ha voluto a ogni costo mantenere intatta la purezza ideologica di Podemos, insistendo fino alla fine per un accordo (matematicamente quasi impossibile) di sinistra-sinistra con il Partito socialista e le frattaglie della sinistra estrema. Errejón, più cauto, avrebbe preferito tenere aperte tutte le possibilità. Lo scontro si è incastonato in una serie di inevitabili dissidi interni, ed è esploso la settimana scorsa a Madrid, quando dieci alti dirigenti del partito locale si sono dimessi in polemica con la gestione centrale. Nelle dichiarazioni ufficiali e sui social media, Iglesias, Errejón e tutta la dirigenza hanno continuato a predicare unità assoluta. Lo stesso Pascual, pochi giorni prima della sua eliminazione, twittava convinto che nel partito non c’è “nessuna crepa”. Le prime purghe dentro a Podemos, invece, sono il segno che la crisi degli antisistema è solo all’inizio.

 

Ghigliottinato, decapitato, fulminato, scrivono i giornali spagnoli di Pascual, calcando la mano e sapendo che la sua rimozione è un colpo durissimo inferto contro Errejón. I due erano stati coinquilini quando entrambi vivevano in Bolivia, a rifocillarsi alla fonte del socialismo latino, sono amici inseparabili e sodali. Era stato Errejón a convincere Pascual a entrare in Podemos, lui a sostenere la sua carriera dentro al partito fino a farlo diventare massimo responsabile del controllo degli apparati interni del partito e gestore del raccordo tra la dirigenza centrale e le sezioni nei vari territori della Spagna. Pascual è conosciuto dentro al partito per i suoi modi bruschi, per l’esecuzione precisa e dura degli ordini. E’ un organizzatore dotato: tutti gli riconoscono il merito di aver trasformato quello che inizialmente era un movimento senza basi solide in un partito strutturato in tutto il territorio, e di averlo fatto in meno di un anno partendo dal niente. Adesso è accusato di “gestione insufficiente” delle crisi recenti e di aver “danneggiato gravemente Podemos in un momento delicato come è il processo di negoziato” per la formazione del governo, si legge in un comunicato ufficiale. Oltre che a Madrid, Podemos è in crisi anche nelle periferie, in Catalogna, in Galizia e in Cantabria, dove i partiti locali sono in rivolta.

 

Le mansioni di raccordo con il territorio che erano di Pascual, ha annunciato Podemos, saranno assunte dalla segreteria generale, cioè dallo stesso Iglesias, che così accentra il potere all’interno del partito. Come un Grillo qualunque, appunto. E proprio come il Movimento 5 stelle, dopo la delusione elettorale e il progressivo esaurimento delle speranze di rivoluzione politica, anche Podemos sta subendo un processo di invecchiamento precoce. Il movimento vitale, antisistema e contestatario nato dagli indignados è stato costretto a trasformarsi in un partito, e ora avvizzisce sotto il peso delle aspettative deluse, delle divisioni ideologiche e delle leadership insufficienti. E’ colpito dalla malattia dell’intransigenza, che ha provocato la paralisi non solo del partito ma di tutto il quadro politico spagnolo, bloccato dai veti di Iglesias. La frammentazione di questi giorni tra capetti litigiosi, dimissioni e correnti, infine, è forse il segnale più evidente della normalizzazione di Podemos. Che anziché essere forza unificante della sinistra, anziché mirare a prendere il posto del Partito socialista, si frantuma al primo segnale di dissenso, facendo un passo in più nel rischio di irrilevanza. Vecchio male della sinistra tradizionale: a quando Rifondazione Podemos?

 

Martedì notte, mentre da un lato silurava Pascual (che rimarrà dentro a Podemos per ora, privo di poteri), dall’altro Pablo Iglesias pubblicava sul sito di Podemos una lunghissima lettera ai suoi compañeros in cui li esortava a non trasformarsi in “un partito come gli altri”, con “correnti e fazioni che competono fra loro per il controllo degli apparati e per le risorse”. Retorica da blog di Beppe Grillo, nel tono e nella doppiezza: poche ore dopo la pubblicazione della lettera la portavoce del Partito, Irene Montero, faceva capire che ci saranno nuove purghe interne “fino a che i problemi organizzativi non saranno risolti”.

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