Mauricio Macri (foto LaPresse)

Ecco la “necrofilia ideologica” di cui adesso si può liberare il Sud America

Luciano Capone
Dall’Argentina al Venezuela, è in crisi il paradigma socialista-populista. Parlano Tanzi (ex Fmi) e Moisés Naím

Milano. Una delle prime uscite ufficiali internazionali da neopresidente è stata al World Economic Forum, dove l’Argentina mancava da 12 anni per volere dei suoi predecessori, i coniugi Kirchner. A Davos Mauricio Macri ha fatto un’ottima impressione per le sue idee, per i suoi progetti liberali in economia e per l’impatto che la sua leadership può avere su un’America Latina che necessita di riforme radicali. Il ritorno dell’Argentina a Davos mostra la fine di un ciclo – quello socialista iniziato con la vittoria di Hugo Chávez nel 1999 in Venezuela e poi allargatosi in tutto il Sud America con i Kirchner in Argentina, Lula e Rousseff in Brasile, Evo Morales in Bolivia – e simbolicamente fa da contraltare alla presenza di Chávez al World Social Forum di Porto Alegre, la Davos no-global e anti-capitalista. E’ presto per dire se Macri avrà sulla regione un effetto pari a quello prodotto dal caudillo venezuelano, ma dalle prime mosse il nuovo presidente argentino sembra intenzionato a giocare un ruolo fuori dai confini nazionali, sia per il nuovo tipo di rapporto più disteso con gli Stati Uniti e il Regno Unito (Macri si è incontrato anche con David Cameron, cercando di tenere la questione Falklands/Malvinas sullo sfondo), sia per il continuo riferimento alla difficile situazione del Venezuela. Macri si è fatto portavoce a Davos dell’opposizione venezuelana chiedendo la liberazione dei prigionieri politici, come peraltro aveva già fatto nell’ambito del Mercosur, chiedendo l’applicazione della clausola democratica e la sospensione del Venezuela: “In tutte le sedi internazionali in cui andrò nei prossimi mesi, parlerò della crisi venezuelana” ha promesso.

 

L’ondata di rinnovamento che sta investendo il Sud America è proseguita, dopo la vittoria di Macri a novembre, con le elezioni legislative di dicembre in Venezuela, che hanno consegnato una maggioranza di due terzi all’opposizione anti-chavista. Svolte politiche diventate necessarie per le disastrose condizioni economiche prodotte da politiche scellerate, fatte di dirigismo, controllo dei prezzi, sussidi, espropri, aumento di tasse e spesa pubblica, assoggettamento delle banche centrali. Per un decennio la benzina del populismo socialista è stata il boom del prezzo delle materie prime trainato dalla crescita globale, che ha garantito enormi risorse da redistribuire per consolidare il potere. Davvero si riteneva che quello fosse un “modello alternativo”, che le politiche anti-mercato dei Chávez, Kirchner e Lula fossero oltre che giuste politicamente anche economicamente efficaci. Ma quando il prezzo delle commodity è crollato ci si è accorti che quei governi non avevano scoperto una formula magica per creare ricchezza, ma avevano semplicemente sperperato risorse che dovevano servire per i tempi di “vacche magre”. Ora quei paesi, con diversa intensità, sono tutti alle prese con gli stessi problemi: recessione, spesa pubblica fuori controllo, rischio default e impossibilità di finanziarsi sui mercati internazionali, deficit elevato e inflazione alle stelle. “I governi di sinistra in Venezuela specialmente, ma anche in Argentina e Brasile hanno creato grosse difficoltà – dice al Foglio Vito Tanzi, economista per venti anni direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale – Quando un governo inizia a sfidare le regole e i princìpi dell’economia ottiene vantaggi politici nel breve termine ma avrà grossi problemi nel lungo termine, perché prima o poi le leggi economiche hanno il sopravvento sulle decisioni politiche”.

 

L’elezione di Macri è una svolta nella storia dell’Argentina, si tratta del primo presidente a non essere peronista (l’ideologia dominante nella politica argentina), né militare (che prendevano il potere con i golpe nei periodi di crisi politico-economica), né radicale (l’altra storica corrente politica). E potrebbe rappresentare la nascita di una nuova leadership capace di avviare una rivoluzione liberale e innescare un ciclo politico opposto a quello socialista. Il problema è che, a differenza dei partiti socialisti andati al governo in periodi fortunatissimi, Macri è costretto a fare scelte impopolari con un’economia in recessione da oltre 4 anni, inflazione al 30 per cento, deficit in doppia cifra e in una congiuntura internazionale molto complicata. “La situazione a livello globale non sta aiutando questi paesi – dice Vito Tanzi – I governi di sinistra vennero al potere quando le commodities avevano un prezzo molto alto e la Cina cresceva rapidamente, per vari anni hanno beneficiato di queste rendite. Adesso la situazione è opposta e nel frattempo ci sono stati anni di politiche economiche che hanno aggravato i problemi”. Chiaramente ci saranno difficoltà, nello specifico dell’Argentina aggravate dalla contemporanea crisi del Brasile, il suo più grande partner commerciale. “Il cambio in Argentina è chiaramente nella direzione giusta, Macri sembra essere una persona abbastanza equilibrata e conscio delle difficoltà – prosegue Tanzi – ma incontrerà ostacoli significativi. Dovrà ridurre le imposte che sono altissime, in particolare quelle sull’export, ma c’è un deficit molto alto, non quantificabile perché il governo precedente imbrogliava sui conti, che la riduzione delle tasse farà crescere. Non sarà facile, anche perché gli elettori che hanno beneficiato per anni di sussidi e trasferimenti non sono spariti, continueranno a chiedere quelle politiche”.

 

Le riforme giuste non bastano

 

Dopo solo un mese al governo, Macri sta prendendo provvedimenti significativi e non certo semplici, come la riduzione delle tasse sulle esportazioni, il rallentamento della stampa di moneta per tenere sotto controllo l’inflazione, l’abolizione dei controlli valutari per attrarre investimenti e la riduzione del costosissimo e insostenibile schema di sussidi energetici su cui per anni si è basato il potere dei Kirchner. Inoltre è stato avviato un dialogo, per ora infruttuoso, con i creditori internazionali per cercare di avere un accordo che consenta all’Argentina di ritornare a finanziarsi sul mercato. Le mosse del nuovo esecutivo stanno producendo diverse aperture di credito a livello internazionale, anche per la scelta nei posti chiave di economisti ritenuti affidabili come Alfonso Prat-Gay all’Economia e Federico Sturzenegger come presidente della Banca centrale, quella che fino a poco fa era la stamperia privata di Cristina Kirchner. Tanzi, che conosce bene l’Argentina per averci lavorato a lungo per il Fmi e sui cui problemi strutturali ha scritto un libro (“Questione di tasse”, Egea), sostiene che il nuovo presidente avrà di fronte due grandi criticità, una di tipo istituzionale e l’altra culturale: “Il governo precedente ha distrutto le istituzioni, manometteva continuamente i dati su conti pubblici e inflazione. Macri dovrà fare un grande lavoro per ricostruire credibilità”. L’altra questione è l’ingombrante fantasma di Juan Domingo Perón, lo storico presidente che con il suo dirigismo e populismo ha conquistato i cuori e le menti degli argentini: “Il sentimento peronista domina ancora la cultura argentina, è l’ideologia di cui si è nutrita la popolazione e sui cui la politica fa leva per andare al potere. Può darsi che Macri vorrà andare nella direzione giusta e che si circondi di gente che conosce bene l’economia, ma potrebbe non bastare”.

 

[**Video_box_2**]Nella situazione attuale così critica dell’Argentina, ma anche di tanti altri paesi dell’America latina, le classi dirigenti liberali che cercano di mettere mano alle fallimentari esperienze socialiste non possono limitarsi a gestire meglio l’esistente. Una rivoluzione istituzionale ed economica ha per forza di cose bisogno anche di una rivoluzione culturale, per certi versi simile a quella di Thatcher e Reagan negli anni 80 in Europa e Stati Uniti, che scacci le vecchie ideologie e che liberi il Sud America da quella che Moisés Naím “necrofilia ideologica”. Naím, intellettuale, ex direttore della rivista Foreign Policy e per breve tempo ministro del Commercio in Venezuela, parla al Foglio della drammatica situazione del suo paese, simbolo del fallimento del Socialismo del siglo XXI: “Il governo di Nicolás Maduro non ha la volontà e le capacità per evitare la catastrofe economica che ci sarà nel 2016: non c’è latte per i bambini, medicine per i malati, cibo per gli anziani, è una situazione disperata che sta toccando tutti i venezuelani senza distinzione sociale”. Gli indicatori macroeconomici internazionali, perché quelli del governo non vengono diffusi, parlano di un crollo del pil del 10 per cento, di un’inflazione al 720 per cento, di cronica scarsità di beni di prima necessità: “È una catastrofe – dice Naím – E’ un paese fallito. Noi abbiamo sempre pensato a paesi come Somalia, Yemen, Haiti, mai a un paese di 30 milioni di abitanti di media ricchezza con le riserve petrolifere più grandi del mondo. Il Venezuela è il primo grande paese fallito”. E la vittoria dell’opposizione, che ora controlla i due terzi del Parlamento, non cambia molto la situazione: “Il governo controlla il Tribunale supremo, il sistema giudiziario, i militari, la banca centrale e il petrolio e ha già detto che respingerà tutte le decisioni della nuova Assemblea nazionale. Bisogna cambiare il governo, ma in un paese in emergenza sanitaria, alimentare, con il tasso di omicidi e l’inflazione più alte del mondo ci sarà bisogno di assistenza internazionale. L’opposizione e il Venezuela non possono risolvere una crisi umanitaria da soli, non hanno credito né risorse”. Anche Naím saluta positivamente le vittorie di Macri in Argentina e dell’opposizione in Venezuela, ma come Tanzi dice che la situazione non è in discesa: “C’è un ‘vento di cambiamento’, finisce l’egemonia dei Kirchner, per la prima volta il chavismo perde in Venezuela, Dilma Rousseff è sotto pressione in Brasile, sono in difficoltà anche Morales in Bolivia e Correa in Ecuador, ma questo non vuol dire che i populisti autoritari che abbiamo avuto in questi 15 anni spariranno”. Le radici del problema sono profonde e di tipo culturale: “Il socialismo è fallimentare, ma si sapeva già. Il problema è che l’America latina soffre di ‘necrofilia ideologica’, ha un amore perverso per cadaveri ideologici, per idee provate molte volte in differenti paesi del mondo e sempre andate male – spiega Naím al Foglio – Ma sono ancora attrattive e i leader le usano per prendere il potere ingannando gli elettori”.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali