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Ambasciator politico porta pena

Ecco come prendere Jean-Claude Juncker alla lettera. Il presidente della Commissione europea due giorni fa lamentava, via retroscena giornalistici, di non avere nel nostro paese un interlocutore all’altezza per tanti dossier in sospeso sulla direttrice Roma-Bruxelles.

20 Gennaio 2016 alle 09:05

Ambasciator politico porta pena

Carlo Calenda con Federica Mogherini

Roma. Ecco come prendere Jean-Claude Juncker alla lettera. Il presidente della Commissione europea due giorni fa lamentava, via retroscena giornalistici, di non avere nel nostro paese un interlocutore all’altezza per tanti dossier in sospeso sulla direttrice Roma-Bruxelles. Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore e da Palazzo Chigi, ieri sera, già filtravano voci – non smentite – sul prossimo successore di Stefano Sannino, ambasciatore e rappresentante dell’Italia a Bruxelles, sfiduciato pubblicamente dal governo. Piccolo dettaglio: oggi il Consiglio dei ministri potrebbe inviare a Bruxelles, come capo della missione diplomatica, un non-diplomatico, cioè Carlo Calenda, attualmente viceministro dello Sviluppo economico. Finora si era bisbigliato che Renzi, dell’ambasciatore Sannino, approvasse la professionalità ma non l’eccessiva comprensione per le ragioni delle controparti europee, un’attitudine che gli sarebbe derivata dalla lunga formazione professionale e dall’eccessiva confidenza con gli ambienti brussellesi. Ieri se n’è avuta una conferma: se le indiscrezioni saranno confermate, Calenda sarà infatti un politico trasformato in feluca sul campo. La legge italiana non impedisce la nomina di ambasciatori di chiara fama, cioè esterni alla carriera in Farnesina – dicono al Foglio fonti diplomatiche – ma negli ultimi 20 anni non si era mai visto qualcosa di simile, specie nelle ambasciate chiave. Una volta Silvio Berlusconi provò con il manager Franco Tatò a Berlino, ma la sollevazione dei diplomatici bloccò tutto. Oggi si vedrà. Ma intanto Juncker prende nota.

 

D’altronde Renzi, che dalla fine dello scorso anno ha iniziato a punzecchiare Bruxelles e Berlino allo stesso tempo, si è accorto pure di quanto sia difficile in questa fase tessere alleanze in Europa. Federica Mogherini, Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, è data per persa dai fedelissimi di Palazzo Chigi. Da Roma ci si è messi in testa di utilizzare anche la leva dei Socialisti e Democratici (l’ex Pse) per smuovere le acque nel Parlamento europeo, pur nella consapevolezza che da quell’aula non potrà arrivare chissà quale sostegno. Ci sono forse stati e capi di governo con cui tentare un fronte comune per arginare Berlino? A questo proposito, in ambienti diplomatici c’è chi ironizza proprio sulla scelta di Calenda per presidiare la missione diplomatica a Bruxelles: sarebbe la dimostrazione del fatto che Renzi non gode nemmeno di persone di fiducia tra le feluche già affermate. Non che in questa fase la presenza di un diplomatico con tutti i crismi sarebbe garanzia di successo.

 

Infatti secondo Simon Nixon, columnist del Wall Street Journal, la “piccola politica domestica”, cioè il desiderio renziano di contendersi elettori e popolarità con gli euroscettici di ogni colore, da sola non spiega l’origine di questa “nuova linea di faglia in Europa tra Italia e Germania”. Renzi e Padoan sono convinti, in tandem, che allo sforzo monetario espansivo della Banca centrale europea di Mario Draghi debba fare da pendant un indirizzo di politica fiscale meno restrittivo. In questo senso la Commissione deve garantire agli stati membri tutta la flessibilità prevista. Tuttavia la Francia del socialista Hollande governa in deficit ma poi al dunque si accoda sempre alla Germania. E in Spagna siamo ancora al tutti contro tutti post elettorale, figurarsi i socialisti. 

 

Se gli alleati potenziali di Renzi per ora scarseggiano, è pure vero che non c’è solo la “faglia tra Italia e Germania”. Ce ne sono altre tra Berlino e le capitali della Ue, egualmente in grado di mettere a repentaglio l’unità d’Europa se vogliamo prendere per buone le affermazioni di Manfred Weber, capogruppo del Ppe a Strasburgo e fedelissimo di Angela Merkel. Partiamo dall’ultima frattura in ordine di tempo, protagonisti la Commissione di Bruxelles sotto regia tedesca da una parte, la Polonia di centrodestra dall’altra, in mezzo il presidente del Consiglio europeo, massima carica istituzionale della Ue, il liberale Donald Tusk. La Commissione ha avviato contro la Polonia una procedura d’infrazione per violazione dello stato di diritto. Altro che flessibilità: il vicepresidente Frans Timmermans, socialdemocratico olandese di tendenza merkeliana (è plenipotenziario con la Turchia sui tre miliardi di aiuti ad Ankara voluti dalla Cancelliera), accusa Varsavia di voler asservire la Corte costituzionale e minacciare la libertà di stampa, in questo caso per aver trasferito il controllo della tv pubblica al ministero del Tesoro. La procedura potrebbe portare alla sospensione del diritto di voto alla Polonia, pratica mai attuata finora, che Varsavia definisce “da regime socialista”. Tusk prova una difesa minimalista del suo paese dicendo che “la procedura si poteva evitare”, ma intanto c’è un fatto: i rapporti Varsavia-Berlino-Bruxelles erano già ai minimi su altri dossier. Il più corposo riguarda il gasdotto Nord Stream: contro il suo raddoppio, voluto dalla Germania e inserito da Bruxelles tra i progetti comunitari, Renzi ha chiesto “chiarimenti”, mentre il presidente polacco Andrzej Duda è andato giù molto più duro: “E’ un investimento politico che contrasta le leggi europee, mina la solidarietà energetica europea e la sicurezza nostra, e di Slovacchia e Ungheria”.

 

E qui affiora un’altra faglia, quella tra Berlino e paesi ex patto di Varsavia, tra i quali l’Ungheria di Viktor Orban  e la Slovacchia di Robert Fico, su questioni dall’immigrazione al rapporto con gli Stati Uniti, alla politica. Orban e Fico incarnano un nazionalismo identitario che Berlino vede come il fumo negli occhi, scomunicandolo come pupulismo grossier. Entrambi sono contro le quote obbligatorie di migranti e sostengono l’impossibilità dell’integrazione con gli islamici, argomento tabù in Germania come si è visto nel dopo-Colonia. Quando Orban iniziò ad alzare il muro la Merkel minacciò di espellerlo dalla Ue per xenofobia. Orban ricambiò paragonandola a Hitler. Eppure Polonia, Slovacchia e Ungheria non hanno sospeso il trattato di Schengen, come invece hanno fatto la Germania e altri paesi di stretta ortodossia come Francia e Austria, senza contare la Scandinavia. Ma soprattutto il blocco est-europeo è interprete di interessi strategici americani, al di là della presidenza Obama, considerati funzionali alla propria sicurezza. E’ una partita militare ed economica che per la Merkel (che tra l’altro è alle prese con una opinione pubblica fortemente contraria al Ttip, il Trattato di liberalizzazione commerciale Stati Uniti-Ue) è una spina nel fianco in quanto ne limita la realpolitik nei rapporti con la Russia: il Nord Stream è solo un esempio. L’asse potrebbe allargarsi alle repubbliche baltiche, a Romania e Bulgaria, un’area finora sotto influenza tedesca.

 

[**Video_box_2**]Egualmente, Polonia e Ungheria parteggiano per la Gran Bretagna nella trattativa con Berlino per evitare il Brexit. In Londra, Varsavia vede qualcosa più del generoso alleato contro i nazisti, piuttosto una sponda liberista e filo-atlantica. E certo quella con la Gran Bretagna è la faglia maggiore. L’iper-regolamentazione finanziaria di scuola tedesca non è mai stata nel Dna dell’Inghilterra, insofferente anche del multiculti e dell’integrazione propugnata da Berlino, sia pure a fasi alterne. La riduzione del welfare agli stranieri che non lavorano e non pagano i contributi (contrabbandata da noi come tagli selvaggi e indiscriminati), da parte di un paese inattaccabile quanto a democrazia, dimostra che un modello alternativo all’obbligo di politicamente corretto propugnato dalla Germania è possibile. Un esempio ben più credibile delle minacce di ennesimo sfondamento del deficit da parte della Francia (paese che non fa una riforma e comunque si riallinea alla Germania) e della stessa Spagna, dove il premier Mariano Rajoy ha reclamato, anche lui, flessibilità, restando però partner affidabile e strategico. Ecco perché Renzi si trova certo un po’ solo in Europa, però Berlino non ha più la maggioranza assoluta del continente.

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