Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Renzi sfiora il grilletto delle urne

Mario Sechi
Il grilletto. E la pallottola d’argento. Matteo Renzi è a Palazzo Chigi, è una giornata di Borsa che va su, giù e ancora su, di pensamenti e ripensamenti. Sul suo tavolo s’affastellano i dossier irrisolti, le complicazioni viste e impreviste, le opportunità colte e quelle sprecate.

Il grilletto. E la pallottola d’argento. Matteo Renzi è a Palazzo Chigi, è una giornata di Borsa che va su, giù e ancora su, di pensamenti e ripensamenti. Sul suo tavolo s’affastellano i dossier irrisolti, le complicazioni viste e impreviste, le opportunità colte e quelle sprecate. Ventidue febbraio 2016, manca poco a quella data del calendario della biografia di Renzi. Due anni di governo. E una tentazione: le elezioni anticipate. Referendum e via. Non uno scatto d’ira, ma un calcolo freddo (e rovente) che si fa strada con l’accumularsi di indizi, impronte digitali, il timore crescente di essere dentro un Risiko europeo che non controlla (ossessione renziana: accentramento e controllo), la difficoltà di conciliare il quadro interno e quello estero, sentirsi dentro uno di quei passaggi in cui la soluzione è “facciamolo, poi vediamo che succede”, scatti e scarti di cui è costellata la sua fulminante carriera.

 

Sapeva che non sarebbe stato facile, il 2016, ma non immaginava fosse da vivere così pericolosamente. Le banche bruciano capitalizzazione, l’Abi ha appena comunicato che le sofferenze a novembre sono salite di nuovo sopra i 200 miliardi, l’Europa l’ha deluso fin dal suo semestre di presidenza, gli alleati non ci sono, gli inglesi, su cui contava, fanno sponda con la Germania, il Pd si lacera su passaggi da minimalia, e anche se lui, Renzi, ha il potere stavolta è il tempo a logorare chi non ce l’ha. E il presidente del Consiglio il tempo non lo ha più per due motivi.

 

Uno: il quadro economico si sta avvitando. Due: il suo vero programma di governo si esaurisce con il referendum sulla riforma costituzionale e poi ogni minuto in più a Palazzo Chigi è una goccia cinese che consuma la sua forza elettorale. Solo pochi giorni fa (il 12 gennaio) Renzi a Repubblica Tv ha escluso le elezioni subito dopo il referendum, ma in realtà ha un orizzonte di manovra di dodici mesi, non di più. E deve giocare d’anticipo per non fare la fine di un granello di sabbia nella clessidra. Uno tra i tanti. Renzi è già in campagna elettorale (il referendum è l’innesco) e questo spiega la sua accelerazione contro Juncker, l’Europa, i burocrati di Bruxelles. Copre lo spazio alla sua destra e alla sua sinistra, terre di mezzo popolate da partiti euroscettici, con uno sguardo particolare (ecco la ragione della manovra del Pd sul caso Quarto) a quello che considera l’unico avversario in grado di procurare danni elettorali: il Movimento 5 stelle. Se non ora quando? Nel 2017.

 

Il grilletto. E la pallottola d’argento. Indizi, impronte digitali, parole che si scartavetrano sul muro renziano. Alle 15 e 37 dai banchi del Parlamento europeo, a Strasburgo, Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo, indossa l’elmetto: “Quello che sta facendo Matteo Renzi mette a repentaglio l’unità dell’Europa”. Gong! Il premier italiano secondo Weber favorisce il populismo. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Ue, non è solo. Con lui c’è l’establishment del Ppe. E la Dieta dei paesi del nord. Weber non è un Gianni Pittella qualunque, non fa parte della schiera dei dinosauri teutonici, ha 43 anni, è un coetaneo di Renzi, è una rising star della politica tedesca, è un conservatore a tratti ruvido, un europeista convinto che le politiche di Bruxelles coincidano sempre con quelle di Berlino, viene dalle file della Csu guidata dal primo ministro bavarese Horst Seehofer, principale partito alleato di Angela Merkel. Weber è uno di quelli che vogliono più controlli alle frontiere, ma considera “la fine di Schengen il fallimento di un’intera generazione di politici”. E ora tocca a Renzi che non vuole scucire un euro di quei 3 miliardi promessi alla Turchia per controllare le frontiere: “Avevamo previsto di stanziare 3 miliardi. Il Consiglio e il Parlamento erano d’accordo e poi si scopre che l’Italia non è disposta ad adottare il fondo: questo è molto negativo per la nostra immagine. Lancio quindi un nuovo appello a Matteo Renzi: bisogna contrastare questa perdita di credibilità legata al populismo che regna in Europa. Dobbiamo farlo insieme”. Quello di Weber è un gioco sottile, a doppio taglio. E’ stato lui pochi giorni fa a criticare duramente la Turchia sulle colonne della Süddeutsche Zeitung. Contraddittorio? No, semplicemente abile. Se un accordo non mi piace, scarico la responsabilità della rottura su altri. Machiavellico? Forse, ma il suono degli accordi (e disaccordi) è da heavy metal perché “il governo Renzi è intrappolato nella crisi delle Big Six d’Europa”, dice al Foglio una fonte che lavora a stretto contatto con il Consiglio europeo e ne osserva le mosse. E’ un intrico fatto di date, scadenze, priorità dell’agenda che non lascia scampo al segretario fiorentino. “O sei capace e hai i mezzi per fare una dura e concreta trattativa, o cerchi una via di fuga nazionale”. Renzi non ha i mezzi sufficienti (esperienza diplomatica, staff adeguato e soprattutto “spazio di manovra fiscale”) e ha deciso di prendere la soluzione nazionalista. Spregiudicato? Sì. Alto rischio? Nitroglicerina. Lui rilancia sulla sua pagina Facebook: “Ci vogliono più deboli”. Tutto il gioco si svolge dentro il recinto ad alta tensione del Big Six: Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Polonia e Italia. Il punto nave è da mare in tempesta: “La Francia di Hollande ha un’agenda tutta sua dopo gli attentati di Parigi, ha dichiarato lo stato di emergenza economica e nel 2017 affronta le elezioni presidenziali. Il Regno Unito di David Cameron ha in agenda solo il Brexit, l’imminente referendum sulla permanenza in Europa; la Spagna è ancora senza un governo e rischia di tornare alle urne; la Polonia ha un’ondata di piena nazionalista; la Germania di Angela Merkel è un treno con un motore economico fortissimo, ma corre su binari politici surriscaldati dall’immigrazione. E poi ci siete voi o, meglio, c’è Renzi… e le banche”. Clic. Sul taccuino del cronista c’è un appunto fantasy catturato da una fonte reale e credibile qualche giorno fa: “E’ in arrivo un altro commissariamento de facto per l’Italia”. Crac.

 

[**Video_box_2**]Il grilletto. La pallottola d’argento. Il quadro del governo è come la sfrenata corsa della diligenza in “Ombre Rosse”: un paese con un sistema bancario in ebollizione, 300 miliardi di crediti deteriorati di cui oltre 200 miliardi alla voce “sofferenze”, un progetto di bad bank ancora allo stato embrionale, al palo da dodici mesi oggetto di un ping-pong da stordimento tra Roma e Bruxelles, manine speculative in azione sui titoli del Monte dei Paschi di Siena, lo stillicidio sempre più corrosivo dell’inchiesta su Banca Etruria, la prospettiva di una mini-Schengen (a trazione tedesca), una manovra economica che è un all-in al tavolo da poker della crescita globale, mentre in vigore c’è il bail-in bancario (che fu votato dal Pd e anche da Forza Italia), le clausole di salvaguardia spostate con la speranza (per ora remota) di ottenere altra flessibilità di bilancio, e quel fastidioso tic tac dell’orologio, il tempo che scorre, inesorabile. Il granello di sabbia. Il grilletto. E la pallottola d’argento.