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Trump è un pagliaccio, sì, ma non è unamerican

Il candidato repubblicano chiede un blocco discriminatorio. E gli islamisti? La questione si risolve non impedendo loro di venire ma andando noi lì, per affrontare e combattere l’islamismo politico.

9 Dicembre 2015 alle 10:20

Trump è un pagliaccio, sì, ma non è unamerican

Donald Trump (foto LaPresse)

Circa il 1967, io quindicenne, fui premiato al campeggio estivo dell’YMCA (Young Men’s Christian Association): avevo interpretato il ruolo di un imperatore latino della decadenza, Vitellio, avvolto in un lenzuolo, ed ero stato apprezzato. Di conseguenza feci come suol dirsi un’application: volevo partecipare l’anno dopo a un programma di scambio estivo in cui famiglie americane ospitavano per un mese giovani italiani legati all’YMCA, e lo stesso facevano famiglie italiane con giovani americani. Fummo convocati, mio padre ed io, alla direzione dell’associazione, che era in piazza Indipendenza. Ci dissero senza imbarazzi che la cosa non era possibile, perché mio padre e mia madre erano iscritti al Pci dal 1942, e la norma americana proibiva l’ingresso ai comunisti. Provammo ad obiettare che l’adolescente Giuliano aveva l’imprinting dei genitori, certo, ma era un essere umano diverso da loro, e non ancora un figlio del partito. Niente da fare. Ci ritirammo in buon ordine. Entrai in America, per la prima volta nel 1970. Approfittando di un visto collettivo della Orlando Theatrical Company, la compagnia di giro di Luca Ronconi, con cui lavorava mio fratello Giorgio, che sbarcava a Broadway con il famoso spettacolo dall’Ariosto.

 

Questo per dire che Donald Trump è sicuramente un imbecille pericoloso o un pagliaccio, ma non è precisamente unamerican quando chiede un blocco discriminatorio, in questo caso verso i musulmani, agli ingressi nel suo paese. Lasciamo stare la vecchia ma non irrilevante storia del patrizio democratico Franklin D. Roosevelt, che mise i giapponesi anche di nazionalità americana in riserve apposite dopo Pearl Harbor: Roosevelt avviò contestualmente alle misure unamerican la partecipazione americana alla Seconda guerra mondiale, e l’esito lo si conosce come colossale perché la vittoria del 1945 sradicò i fantasmi dell’onore militarista giapponese di diritto divino (l’imperatore era un Dio in terra) e gli spettri della razza e del dominio superomistico agitati dal Führer e dal terzo Reich, impresa notevole che ha dato al mondo una prospettiva di equilibrio, di ordine e di pace per molti decenni.

 

Tra i critici di parte liberal che si richiamano al non-americanismo di Trump, la cui fortuna è di avere un gruppo di intellettualini incapaci e presuntuosi alla guida dell’Amministrazione, si è scelta dunque la via sbagliata per certificare la stupidità pericolosa dell’aspirante candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il problema dei blocchi alla dogana e dei filtri censori sul web è che sono misure inutilmente difensive, come le impronte digitali o altri ritrovati in tema di migrazioni apocalittiche. Non è impedendo agli islamisti di venire qui da noi, come avanguardia dell’islam, o segnandoli a dito su Twitter, o imponendo abiure e compromissioni con il nostro way of thinking e way of life, che la questione può essere affrontata. E’ andando noi lì, piuttosto, e creando le condizioni politiche diplomatiche culturali e militari di un nuovo ordine mondiale che possiamo affrontare la serissima faccenda posta dal risveglio islamico nella forma dell’islamismo politico. Come fu con la Germania e con il Giappone; come è stato, per fortuna senza spargimento eccessivo di sangue, nella vittoria della Guerra fredda.

 

[**Video_box_2**]Ma allora tu vuoi la guerra? E’ la domanda che viene rivolta a chi ragioni così. Tu parli di un conflitto di proporzioni globali, costoso in vite umane e in risorse, capace di segnare un’intera epoca, forse un secolo di storia dell’umanità. Non ti rendi conto della gravità e follia di quanto stai dicendo? Dovrei rispondere semplicemente: sì. Ma preferisco pensare che una forza anche militare soverchiante, e una decisione politica del mondo occidentale sgravato del suo grottesco senso di colpa, possano realizzare parzialmente o totalmente il compito senza necessariamente affacciarsi su uno scenario che fa rabbrividire. Se vuoi la pace prepara la guerra: farla è un esito che deve essere giudicato possibile da chi quella guerra ha già dichiarato e porta nelle nostre comunità e in tutto il medio oriente islamizzato, ma non è un esito certo. Il problema è che gli islamisti non credono che noi si sia in grado anche solo di concepire un simile progetto, stanno all’offensiva, e forse in questa loro presunzione di debolezza del nemico hanno anche ragione. Quello è il problema, stupid, e non puoi farci niente.

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