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Cosa cambia per l'Italia dopo l'attentato di Parigi? Intervista del Foglio al ministro Pinotti

Siamo vicini alla Francia, “paese nobile e coraggioso” e condividiamo le parole del presidente francese François Hollande: “La nostra reazione sarà durissima”, dice il ministro della Difesa in una conversazione con Il Foglio.

14 Novembre 2015 alle 18:57

Cosa cambia per l'Italia dopo l'attentato di Parigi? Intervista del Foglio al ministro Pinotti

Milano. Siamo vicini alla Francia, “paese nobile e coraggioso” e condividiamo le parole del presidente francese François Hollande: “La nostra reazione sarà durissima”, dice il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in una conversazione con Il Foglio. “Parigi è il simbolo dell’Europa e della libertà”, dice il ministro, e questa serie di attentati “sono paragonabili per gravità e per il carico simbolico agli attacchi dell’11 settembre del 2001 a New York”. Allora come oggi “dobbiamo tutti essere uniti”, per evitare che i terroristi jihadisti riescano a raggiungere il risultato ultimo della loro ferocia: “Modificare il nostro modo di vivere”. Questo, per Pinotti, è fondamentale: “Hanno scelto un venerdì sera per colpire una capitale europea, hanno scelto lo stadio, i bar, la sala concerti come obiettivi proprio perché è questo che i jihadisti vogliono sovvertire, i nostri piaceri della vita, la nostra voglia di divertirci, di uscire per strada liberamente, di andare a vedere una partita di calcio”. Per questo, perché al cuore di questa guerra a Parigi c’è la sopravvivenza del nostro modo di vivere, “la reazione deve essere durissima”.

 

Hollande ha parlato di una reazione “impietosa”, ma come si può declinare in concreto? Il ministro Pinotti spiega che la strategia del terrorismo jihadista si muove su due fronti: “C’è una guerra convenzionale di conquista territoriale in Iraq e in Siria e in altri paesi della regione. Poi c’è la capacità di organizzare, addestrare, finanziare, fare circolare e reclutare gli attentatori che arrivano nelle nostre città e si fanno esplodere”. La reazione decisa, oggi, subito, è quella di “garantire la sicurezza dei cittadini in Europa”, alzando il livello di emergenza e rendendo sempre più operativi – ed efficaci – i sistemi di coordinamento di intelligence tra i vari paesi. Ora il fronte da custodire è il nostro, la sicurezza qui da noi.

 

Contestualmente c’è l’operazione internazionale in Iraq e Siria. In queste ore si stanno organizzando due vertici importanti, resi ancora più urgenti dall’attacco parigino: a Vienna si è riunito il tavolo negoziale sulla Siria, “promettente”, secondo le parole della responsabile della diplomazia europea, Federica Mogherini, e sta per iniziare il G20 in Turchia. “La coalizione internazionale – dice il ministro Pinotti – ha un comando comune che decide la strategia. L’Italia contribuisce alle operazioni soltanto in Iraq: quasi la metà dei peshmerga che in questi giorni hanno gestito l’operazione a Sinjar è stata addestrata da personale italiano”. Se la reazione “impietosa” promessa da Hollande significhi un allargamento delle operazioni contro lo Stato islamico in altre zone – viene in mente, a noi italiani, sempre per prima la Libia, dove c’è appena stato un blitz americano contro il leader dello Stato islamico nel paese – o un’intensificarsi delle azioni già in corso, ancora è presto per dirlo. “Per quanto riguarda la Libia – spiega Pinotti – è necessario un sussulto da parte del popolo libico che deve trovare un governo unitario. Questa è un precondizione imprescindibile per qualsiasi revisione della strategia in Libia”. In Iraq il coinvolgimento italiano è già in aumento, “sono stati chiesti circa 200 uomini in più e ora il nostro contingente è di circa 750 persone” e, precisa il ministro Pinotti, “se ci saranno altre richieste, noi offriamo tutta la nostra disponibilità per soddisfarle”. E in Siria? Parigi già conduce bombardamenti in Siria, Londra da tempo – anche perché il comparto della Difesa nel Regno Unito sta mettendo grande pressione sul governo Cameron – valuta la possibilità di allargare le operazioni, ma avendo promesso un voto parlamentare di autorizzazione, prende tempo.

 

[**Video_box_2**]E l’Italia? “Per valutare un coinvolgimento italiano su quel fronte – dice Pinotti – è necessario prima stabilire chi è il governo legittimo, qual è il nostro interlocutore in Siria”. La missione militare procede assieme a un piano diplomatico, “ma i contorni della transizione politica non sono affatto chiari. I russi operano assieme al rais Bashar el Assad, ma gli americani no. E l’opposizione? Qual è l’opposizione di riferimento? Senza interlocutori chiari, nemmeno gli obiettivi possono esserlo”. All’ordine del giorno, al vertice di Vienna, c’è proprio la necessità di identificare chi, tra i gruppi che si oppongono al regime di Damasco, possa essere invitato al tavolo negoziale: come si sa, le incomprensioni tra russi e americani su questo fronte sono vicine all’inconciliabilità. “Ma senza un chiarimento, non si può pensare a un coinvolgimento in Siria”, dice Pinotti.

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