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Esodati, riprotetti e deportati: la miseria morale del nostro linguaggio di menzogna

Vorrei scherzarci su ma non è facile. In un periodo come questo, le parole sociologiche tra noi leggere cadono: ieri era “esodati” per la legge Fornero e “riprotetti” per i tour di compagnie aeree in disarmo, grottesche tragedie nazionali che si prolungano adesso con i “deportati”.

30 Agosto 2015 alle 06:00

Esodati, riprotetti e deportati: la miseria morale del nostro linguaggio di menzogna

Migranti ospiti del campo profughi di Heidenau, visitato nei giorni scorsi da Angela Merkel (foto LaPresse)

Vorrei scherzarci su ma non è facile. In un periodo come questo, con milioni di siriani in fuga dopo la mancata guerra di Obama e Papa Francesco (i profughi della famigerata impresa afghana o irachena furono al confronto una manciata, vero?), dopo la ridicola drole de guerre della Nato in Libia, con le frontiere sconvolte, l’ecatombe per acqua o nelle camere a gas dei camion, le parole sociologiche tra noi leggere cadono: ieri era “esodati” per la legge Fornero e “riprotetti” per i tour di compagnie aeree in disarmo, grottesche tragedie nazionali che si prolungano adesso con i “deportati”, i vincitori di cattedra a tempo indeterminato che preferiscono stare vicino casa. Ma ci rendiamo conto di quanto il nostro linguaggio rifletta la nostra cinica miseria, che non è la “crisi umanitaria” di paesi ricchi, Grecia compresa, ai quali si aggrappano folle scalze e lacere di veri miserabili, bensì l’ideologia posticcia e mediatizzata del disagio sociale come insulso tormentone? Eppure usiamo impudichi quelle parole e ci sottomettiamo a quelle metafore rognose senza che alcuno ricordi come l’esodo, la disperata mancanza di protezione e la deportazione sono una cosa seria, vera, crudele, che si svolge in mare e nei Balcani sotto i nostri occhi untuosi e misericordiosi a chiacchiere, i nostri occhi di esodati, riprotetti e deportati che chiedono tutto allo stato assistenziale su cui peraltro sputano ogni giorno.

 

Di fronte al rifiuto di trasferirsi per lavorare e produrre reddito sicuro si stanno escogitando soluzioni degne di noi e della nostra epoca. Il governo emana circolari per traformare in supplenti a tempo indeterminato coloro che non vogliono essere “deportati” da Napoli a Pordenone: il posto è tuo, d’accordo, ma ti consento, per evitare che ti trasferisca al nord dove c’è fame di insegnanti, di restare a fare supplenza inutile dove di quel posto non c’è bisogno. Il sindaco di Bari intende compassionevolmente mobilitare risorse ingenti per agevolare i viaggi della speranza ad alta velocità: integrazioni per l’affitto, trasporti gratuiti e chissà cos’altro. Che cosa non si fa per evitare il dramma immaginario della deportazione. Forse bisognerebbe dire a chi ha vinto la cattedra e non vuole occuparla fuori sede: va bene, rinunci all’assunzione, avanti un altro di quelli che hanno più bisogno di te e sono disposti a trasferirsi. Ma no, sarebbe un ragionamento crudele, ecoinsostenibile, nell’ambiente degli esodati, riprotetti e deportati. Meglio una circolare interpretativa o un aiutino di Regioni che sono con i bilanci al collasso, ché tanto quindicimila posti resteranno comunque vacanti nella “più grande assunzione della storia” che i sindacati avrebbero voluto almeno doppia se non tripla.

 

[**Video_box_2**]Alla fine la Merkel lo ha detto, “vigliacchi!”, a quelli che assediano i campi profughi per rimandarli a casa a calci nel culo, come dice Salvini. E in un batter d’occhio ha annesso all’umanitarismo tedesco, saltando a pie’ pari il Trattato di Dublino, l’intera fuga siriana dalla guerra e dalla miseria. E perfino il consenso popolare non le è mancato, una volta ribellatasi agli impresari della paura. Si troverà qualcuno, nella classe dirigente italiana, in grado di spiegare a migliaia di riottosi del lavoro la differenza tra deportazione e trasferimento?

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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