La cerimonia dell'alzabandiera a l'Avana, venerdì, alla presenza di John Kerry (foto LaPresse)

Altro che giorno storico

A Cuba ora garrisce la bandiera e volano belle parole, niente di più

Marco Rubio attacca Obama, il presidente che tende la mano ai peggiori regimi e dimentica i dissidenti - di Mattia Ferraresi

New York. La bandiera a stelle e strisce che si staglia sull’immacolato cielo dell’Avana dopo 54 anni di gelo è una delle fotografie che Barack Obama vorrebbe come avatar della presidenza, ma mentre John Kerry a Cuba assieme al codazzo ufficiale in modalità “giorno storico” faceva un bel discorso sui valori americani e la caduta delle barriere, tutt’attorno si addensavano le nubi. L’ultima è la lettera aperta di Fidel Castro nella quale ricorda che “gli americani ci devono milioni di dollari per i danni dell’embargo”, tralasciando qualunque riferimento al cerimoniale della bandiera che ha varato ufficialmente la riapertura delle relazioni diplomatiche. Ma il clima sereno era già stato messo in crisi dall’assenza fra gli invitati all’ambasciata dei dissidenti cubani, che Kerry ha incontrato in giornata in un evento separato.

 

La spiegazione offerta dal segretario di stato è che si trattava di “un momento di relazione fra governi, con pochissimi posti disponibili”. La giustificazione si è afflosciata quando il dipartimento di stato, messo sotto pressione dalle domande dei giornalisti, ha dovuto ammettere che c’erano altri invitati della società civile, tutti accuratamente selezionati dal regime cubano. I funzionari dell’Avana avevano detto chiaramente che avrebbero disertato la cerimonia se fossero stati invitati dissidenti, e Washington ha generosamente acconsentito alla richiesta. Le goffaggini politicamente motivate del protocollo hanno dato ancora più rilevanza al discorso sulla politica estera che il candidato presidenziale Marco Rubio, di origini cubane, ha tenuto a New York mentre la bandiera americana saliva nel cielo del regime. “Il regime riceverà legittimazione internazionale e sostanziali aiuti economici per finanziare la repressione, che è cresciuta dall’annuncio della nuova politica”, ha detto Rubio alla Foreign Policy Initiative, think tank conservatore. Per il senatore il mancato invito dei dissidenti ha reso l’evento “poco più di una manifestazione di propaganda del regime di Castro”, diventando “il simbolo di quanto questa svolta politica è retrograda”. Dall’episodio particolare ha allargato lo zoom della sua critica alla politica estera di Obama in generale, estendendo il trattamento abrasivo naturalmente anche a Hillary Clinton, che negli anni degli “schiaffi in faccia” dei regimi (altro che mano tesa) governava la diplomazia. La morbida, accomodante strategia mostrata a Cuba e in Iran “rappresenta la convergenza di tutte gli errori strategici, morali ed economici che guidano la sua politica”, ha detto Rubio, rinfrescando la memoria dell’uditorio con numerosi esempi circa la natura canagliesca dei regimi con i quali Obama sigla accordi di pace, accettando di tagliare fuori dalla conversazione i dissidenti che l’Amministrazione elogia soltanto a parole.

 

[**Video_box_2**]E’ un altro saggio della “dottrina Rubio”, una rielaborazione personale del pensiero neoconservatore che il candidato sta cercando di far diventare il suo marchio di fabbrica. Fra i colleghi repubblicani che aspirano alla Casa Bianca circola un germe isolazionista, e il frontrunner dei candidati seri, Jeb Bush, deve gestire con attenzione l’associazione con il fratello maggiore. Rubio vuole accreditarsi come restauratore dell’eccezionalismo americano perduto, e la giornata di venerdì gli ha offerto un’occasione per ribadire potentemente il concetto. “Al mondo manca un presidente americano che parli onestamente del mondo in cui viviamo”, ha detto, e spostandosi sull’orizzonte elettorale ha promesso: “Inviterò i ribelli cubani, i dissidenti iraniani, i cinesi e i combattenti per la libertà di tutto il mondo a essere miei ospiti nel giorno dell’inaugurazione presidenziale”.

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