Un momento di pausa durante i negoziati di Vienna. A sinistra, il segretario di stato americano John Kerry (foto LaPresse)

Tormenti da negoziato

La “politica del rischio calcolato” con l'Iran non ha fatto bene i calcoli

Redazione
Nella delegazione di Teheran a Vienna ci sono nomi prestigiosi. La questione del protocollo aggiuntivo e i punti deboli

Milano. Non c’è ancora un accordo con l’Iran, ma c’è già un protocollo aggiuntivo che dovrebbe essere firmato dall’Iran, chissà come chissà quando, e che prevede la possibilità per l’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea) di controllare i siti nucleari della Repubblica islamica. Si tratterebbe di un “accesso controllato”, che fa pensare a quei giri pilotati che i regimi sono soliti organizzare un po’ con tutti, giornalisti e visitatori, “i segreti militari non possono essere condivisi”, dicono da Teheran, forti del voto in Parlamento che ha stabilito che gli stranieri non entreranno mai nei siti nucleari più controversi. Questo è uno dei punti più discussi nel negoziato tra occidente e Iran, la cui  deadline era prevista per il 30 giugno – una data fissata almeno da un anno – ma poi è slittata al 7 luglio, e tra sanzioni da alleviare e controlli da fare il lavoro dei diplomatici è frenetico. Il direttore dell’Aiea, Yukiya Amano, è andato a Teheran, ha incontrato il presidente iraniano, Hassan Rohani, l’uomo delle speranze assieme al suo ministro degli Esteri Javad Zarif, e tornando ha dichiarato che ci sono strade aperte davanti a noi, si può ancora discutere e negoziare. Anche i russi, che vanno e vengono a Vienna, sede dei colloqui, sono ottimisti, dicono che l’accordo ci sarà entro i tempi stabiliti, e cavalcano così il messaggio iraniano: la delegazione di Teheran comprende anche il chief of staff di Rohani, Mohammad Nahavandian, che è stato a capo della Camera di commercio ed è uno che s’intende di business, sarà strategico sulle due questioni che si rincorrono, toglieteci le sanzioni e apriteci al mondo. Vi abbiamo portato lui come prova del fatto che facciamo sul serio, dicono gli iraniani a favore del deal, ora tocca all’occidente la propria disponibilità.

 

Chi è allora più disponibile? La Guida suprema, Ali Khamenei, ha detto a metà giugno “hanno bisogno di noi”, sottolineando la debolezza degli americani, che su questo accordo hanno plasmato tutta la loro strategia – se così si può definire – di politica estera. La versione occidentale è più ferma, gli europei dicono che solo un “buon deal” sarà accettato, i francesi sono i più riottosi, guardano i dettagli e dicono: ci devono essere garanzie attendibili, altrimenti tutto questo laborioso discutere sarà stato inutile. Per ora l’unica certezza è che il “fact sheet” finale sarà condiviso e pubblico, non ci possono essere interpretazioni differenti, iraniani e occidentali dovranno essere abbastanza solidi da rivendere l’accordo anche con i rispettivi falchi. Ma in questo momento, come spiega Mark Hibbs in un paper pubblicato dal Carnegie Europe, in un negoziato creato sulla base della “politica del rischio calcolato”, molto sta nel decidere chi cederà per primo, anche facendo una finta per poi ottenere il bottino più grande. L’arte del negoziato non è molto raffinata, di questi tempi, la questione greca l’ha dimostrato, e sì che nessuno voleva far collassare quell’accordo. Con l’Iran la posta è ancora più alta, ma i tormenti sono enormi, e il rischio non è poi del tutto calcolato, se si considera che chi vuole l’accordo a tutti i costi ha sempre troppo da perdere.