Microrevisioni strategiche

Obama e la vana speranza di mettere una toppa in Iraq inviando 550 soldati

Come Petraeus nel 2006 ma senza “surge”. L’America ora cerca l’alleanza dei clan sunniti. La chiave nella base di Ramadi

12 Giugno 2015 alle 06:19

Obama e la vana speranza di mettere una toppa in Iraq inviando 550 soldati

L'esercito iracheno durante i combattimenti a Ramadi il mese scorso (foto LaPresse)

Roma. L’esercito americano bussa di nuovo alle porte dei vecchi alleati in Iraq, quei clan sunniti della regione di Anbar che nel 2006 cominciarono una rivolta locale contro lo strapotere di al Qaida in Iraq (oggi diventata: lo Stato islamico) e riuscirono a sradicarla con efficacia brutale. Allora le operazioni erano guidate dal generale David Petraeus, che oggi è caduto in disgrazia dopo una storiaccia di tradimenti e di violazione di segreti militari, ma che è ancora ascoltato discretamente dal governo americano (ad aprile l’ex generale ha viaggiato in Iraq per raccogliere informazioni). I cinquecento soldati americani che stanno per creare una nuova base ad al Taqqadum, vicino la città di Ramadi appena conquistata dallo Stato islamico, non vanno in veste di “istruttori militari” – anche perché il governo iracheno non manda più reclute ad addestrarsi, le spedisce dritte in guerra. Hanno invece il compito di riallacciare i contatti con i clan sunniti che un tempo combattevano con il nome di al Sahwa, il Risveglio – inteso contro il terrorismo. Per loro il tempo è passato peggio che per Petraeus: abbandonati dal governo di Baghdad, lasciati senza paga, finiti sulla lista degli bersagli dello Stato islamico (che invece non dimentica), non sono più quella forza temibile che erano dieci anni fa. Il loro ex capo, Abu Risha al Rishawi, ora vaga tra Dubai e altre capitali arabe e cerca di passare meno tempo possibile in Iraq – secondo un desolante ritratto che ieri gli ha dedicato Bloomberg News. La domanda che corre fra i clan sunniti è: ci hanno già abbandonato ai cani una volta, perché fidarsi?

 

I soldati americani faranno quello che non possono fare i soldati e gli squadroni paramilitari sciiti e khomeinisti, considerati da molti sunniti come nemici di sangue e un’alternativa peggiore del Califfato. Che gli americani debbano accollarsi questo ruolo di mediazione, che non può essere lasciato agli iracheni sciiti, più odiati ancora, lascia capire quanto la situazione è messa male.

 

L’Amministrazione Obama è riluttante a impegnare soldati americani in Iraq – del resto il presidente aveva fatto del ritiro dal paese uno dei pilastri della sua campagna elettorale, nel 2008 – ma ora è costretta dalle circostanze a un cedimento progressivo alla guerra e a una escalation, per ora modesta come i risultati che ha dato. Nel giugno 2014 ha inviato a tempo determinato 250 soldati americani che avevano soltanto il compito di rafforzare la sicurezza dell’ambasciata a Baghdad e di raccogliere intelligence, e con una scadenza precisa. Ora, all’ennesima micro-revisione di una strategia che per definizione del presidente “non c’è ancora del tutto”, si è arrivati alla cifra di 3.500 soldati americani in Iraq, con compiti sempre più vicini alla prima linea e senza più alcuna scadenza di tempo. Potrebbero aumentare: ieri il capo di stato maggiore americano, Martin Dempsey, ha detto ai reporter mentre era in volo verso Napoli che sta considerando l’apertura di nuove basi militari americane in Iraq. La chiama strategia “a foglia di ninfea”, quindi basi americane piazzate qui e là in posizione strategica sulla superficie dell’Iraq. Una potrebbe essere creata, ha detto, nel corridoio che dalla capitale Baghdad porta verso la città di Mosul, occupata dallo Stato islamico esattamente un anno fa. A metà febbraio il Pentagono aveva convocato alcuni reporter americani per annunciare che l’offensiva per riprendere Mosul sarebbe cominciata “tra aprile e maggio”. Ora ha dovuto rivedere completamente i tempi: si comincerà con Ramadi, poi chissà quando Mosul, deve essere ancora aperta la base necessaria alle operazioni.

 

[**Video_box_2**]Questo evidente disorientamento sul terreno è accompagnato da una pari mancanza di riferimenti politici tra gli alleati. Tre giorni fa, Obama ha girato con ostentazione le spalle al primo ministro iracheno Hadi al Abadi davanti alle telecamere durante il G7 bavarese. Per mesi l’Amministrazione americana ha tentato di fare lo stesso: dare le spalle alla questione, ignorarla. Ora è costretto a fronteggiare la questione in ritardo, mentre Foreign Policy già si chiede: e se dovessimo convivere con lo Stato islamico?

 

 

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