Dopo l’attacco in Texas

L’Fbi vede gli attentati in anticipo, ma vuole meno segreti da Apple & Co.

Per il direttore dei federali il proselitismo jihadista “è come un demone sulla spalla che dice uccidi, uccidi, uccidi”

9 Maggio 2015 alle 06:18

L’Fbi vede gli attentati in anticipo, ma vuole meno segreti da Apple & Co.

Nadir Soofi, a sinistra, con Elton Simpson

Roma. Il direttore dell’Fbi, James Comey, ha fatto una conferenza stampa con alcuni giornalisti americani per spiegare che i federali avevano avvertito la polizia tre ore prima che uno dei due attentatori di domenica poteva essere diretto a Garland, Texas, dove c’era una mostra di vignette del profeta Maometto – considerate offensive dall’islam. L’uomo di Phoenix, Elton Simpson, di trent’anni, ha poi tentato di attaccare il centro culturale della mostra assieme a Nadir Soofi, di 34 anni, e sono stati uccisi entrambi dalla polizia. In macchina i due avevano due fucili semiautomatici, quattro pistole e giubbetti antiproiettile.

 

L’Fbi aveva sorvegliato Simpson tra il 2006 e il 2014, fermandolo prima di un viaggio che secondo l’accusa avrebbe dovuto portarlo a combattere in Somalia con gli  Shabaab, l’edizione locale di al Qaida. La sorveglianza era ripresa a marzo, a causa dell’attività di Simpson su Twitter, appassionatamente a favore dello Stato islamico, con numerosi scambi con i combattenti del gruppo. Il 23 aprile Simpson ha postato su Twitter un messaggio che faceva riferimento diretto alla mostra di Garland, ma l’Fbi non commenta.

 

La polizia di Garland dice però di non avere ricevuto il bollettino d’allarme dell’Fbi. “Non avevamo idea che questi tizi avessero lasciato Phoenix e si stessero dirigendo verso Garland”. Comey ha sottolineato alcuni punti importanti. Il primo è che un tempo i volontari del jihad andavano su forum appositi su internet, dove era relativamente facile tenerli d’occhio: ora, con l’esplosione dei social media, è tutto cambiato. Il secondo è che la distinzione tra terroristi che ricevono ordini specifici da un gruppo e terroristi che agiscono semplicemente “in nome di”, per iniziativa spontanea, ormai conta sempre di meno. Il terzo è che al Qaida selezionava i suoi agenti, lo Stato islamico invece lancia generici appelli a compiere stragi, fa pesca a strascico sperando che qualcuno risponda alla chiamata: “E’ come avere un demone sulla spalla che dice di continuo uccidi, uccidi, uccidi”, spiega Comey. 

 

[**Video_box_2**]Il direttore dell’Fbi ha però accennato a un altro tema, che considera una delle sue battaglie centrali: il fatto che le compagnie di comunicazione stanno adottando metodi di crittografia che rendono le intercettazioni delle forze di sicurezza sempre più difficili. E’ un argomento delicato, a cavallo fra le libertà civili e la sicurezza nazionale, e Comey lo aveva già affrontato a ottobre, con un attacco diretto alle compagnie tecnologiche americane, che pure sono il pezzo pregiato dell’economia. “Il sistema di protezione dei dati che la Apple ha applicato ai suoi telefoni potenzialmente cela informazioni che possono salvare vite agli occhi degli investigatori”, disse il direttore dell’Fbi, “anche quando c’era l’autorizzazione di un giudice”. “Non sono qui per spaventare, ma queste codifiche porteranno tutti noi verso le tenebre”. Come a dire: inutile che rispettiamo le procedure, se poi siamo comunque ciechi davanti alle comunicazioni di un sospetto terrorista. All’epoca Comey chiese – retoricamente, dal suo punto di vista – se anche le nuove compagnie hi-tech non dovessero aderire al Calea, una legge del 1994 che rende possibile l’accesso delle forze dell’ordine alle telecomunicazioni. Tradotto: se possiamo chiedere tabulati telefonici, perché non i messaggi privati su Twitter? Le associazioni dei diritti civili si dissero orripilate: sta facendo demagogia.

 

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