La destra dei compiti a casa

Rajoy ha salvato la Spagna dalla crisi, i popolari dicono che non servono nuove idee, ma disciplina. Alcuni esperti ci raccontano un’altra storia, che coinvolge una signora.

25 Marzo 2015 alle 18:27

La destra dei compiti a casa

Il premier spagnolo Mariano Rajoy lo scorso febbraio, durante il dibattito sullo stato della nazione al Parlamento di Madrid (foto LaPresse)

Alla Convenzione nazionale del Partito popolare spagnolo, che si è tenuta a fine gennaio a Madrid, c’era un solo mantra che tutti i relatori, dagli alti papaveri del partito agli esponenti della società civile, hanno detto in continuazione, e suonava più o meno così: “Non avrai altro leader all’infuori di Rajoy”. Più di recente, lo scorso fine settimana, una doppia pagina del quotidiano di centrodestra Razón titolava così: “Rajoy será candidado del Pp ‘pase lo que pase’”, succeda quel che succeda, perché non ci sarà faida, sconfitta elettorale (come quella, notevole, in Andalusia questa settimana) o sondaggio negativo che possa mettere in dubbio la leadership del premier spagnolo. Se lo ripetono con ostinazione, i popolari, che a Mariano Rajoy, candidato al secondo mandato alle elezioni di fine anno, non c’è alternativa. E a guardare le cose da dentro, dall’interno del partito storico del centrodestra spagnolo, è tutto vero, non c’è alternativa, non c’è un nuovo leader emergente, non c’è un rottamatore all’orizzonte. Eppure basta uscire dalla Convenzione di Madrid, togliere gli occhi dagli uomini del Partito per vedere che in Spagna l’alternativa è diventata una parola d’ordine.
Gli ultimi sondaggi dell’istituto Metroscopia, pubblicati dal País, sono i più impressionanti da molti anni a questa parte. Dei due partiti tradizionali, popolari e socialisti, che torreggiavano su una massa di piccole formazioni, di cui solo le varie declinazioni della sinistra radicale avevano vero peso parlamentare, oggi resta scarsa traccia. Il bipolarismo spagnolo sembra disintegrato, e a distanza di soli quattro punti percentuali gli uni dagli altri oggi in Spagna ci sono quattro partiti che si contendono il primato tra gli elettori. Se si votasse oggi, dice Metroscopia, vincerebbe Podemos, il partito antisistema di Pablo Iglesias, con il 22,5 per cento. Dietro i socialisti, con il 20,2, i popolari, con il 18,6 e Ciudadanos, formazione civica liberale e centrista che rispetto allo scorso mese ha fatto un balzo in avanti di quasi 8 punti, con il 18,4 per cento.
Ciudadanos, formazione nata in Catalogna (nel 2006, ma il suo debutto a livello nazionale è di quest’anno) ma contraria al movimento indipendentista, è l’ultimo fenomeno di questi mesi tumultuosi di politica spagnola, un fenomeno che riguarda Rajoy da vicino, perché se Podemos, con il suo messaggio radicale, drena voti dal Partito socialista, Ciudadanos, con il suo messaggio moderato e la faccia pulita del leader Albert Rivera, punta ai consensi dei popolari, e apre per Rajoy un nuovo capitolo della crisi del centrodestra spagnolo. E’ ancora presto per parlare dei successi degli emergenti. In questi mesi i sondaggi sono stati particolarmente volatili, come dimostrano le crescite sensazionali di Podemos e Ciudadanos, e se si mettono insieme i risultati di tutti gli istituti, e si fanno le medie, i popolari hanno ancora un lieve vantaggio. Le elezioni andaluse dello scorso fine settimana hanno inoltre mostrato che il bipolarismo può reggere (al Parlamento locale i partiti tradizionali hanno ottenuto 80 seggi su 109), ma le rilevazioni dicono che l’insoddisfazione degli elettori per la politica tradizionale spagnola ormai è un fatto. Gli elettori chiedono rinnovamento nei personaggi, nelle idee, nei programmi, nella capacità di trasmetterli agli elettori, e la parola d’ordine di questi mesi spagnoli è diventata “cambiamento”, “el cambio”, con l’articolo, perché ormai è un valore a sé, e i dirigenti terrorizzati dei popolari e dei socialisti quando guardano i numeri temono che gli spagnoli votino per quello, per “el cambio”, prima ancora di leggere i programmi e vedere i risultati.
E’ il grande dilemma di Rajoy e dei popolari al governo. Le nostre ricette stanno funzionando, dicono, guardate i dati. Pochi giorni fa la Fundación de las Cajas de Ahorro, un’agenzia che collega 18 centri studi, ha stimato che il pil della Spagna crescerà del 2,6 per cento nel 2015, e questo farebbe di Madrid il campione della crescita tra i paesi dell’Europa continentale, meglio anche della Germania. A febbraio la disoccupazione è scesa come non succedeva dal 2007, e questo, l’aumento dell’occupazione, è un dato consistente da molti mesi. L’economia spagnola sta ripartendo, Rajoy da quasi un anno a ogni discorso annuncia la fine della crisi, e più i popolari guardano i dati spagnoli più si chiedono che cosa non va. Ci avete eletto per tirare fuori la Spagna dalla crisi, dicono Rajoy e i suoi, dopo tre anni terribili ce l’abbiamo fatta, cosa c’è adesso?
“Probabilmente il governo ha sbagliato nell’aspetto comunicativo”, dice al Foglio in una conversazione via email Jorge del Palacio, analista politico della Fundación Faes, think tank conservatore fondato dall’ex premier popolare José María Aznar e considerato il principale pensatoio del centrodestra spagnolo. Il governo è stato carente nella “capacità di rendere visibile quello che ha fatto. Serviva qualcosa di più in quanto a preoccupazione per la politica, e non solo per la gestione”. E’ il dilemma del riformatore, che si estende a tutta la politica europea ma in Spagna è ancora più sentito: come si fa a fare le riforme e poi evitare di perdere all’elezione successiva? A questo si aggiunge il problema che la destra riformatrice di Rajoy è vista da molti come la destra dei compiti a casa, quella che ha seguito i diktat di austerità della Merkel e della troika, è uscita dalla crisi con fatiche enormi, ha ricevuto anche gli applausi, ma non ha avuto il guizzo capace di coinvolgere gli spagnoli. Rajoy è stato eletto come gestore ordinato dell’intricatissima crisi iberica, di lui si dice che già a vent’anni ne dimostrasse venti di più, è stato un uomo di partito per trent’anni e l’ultimo degli aznariani. E’ solido, è affidabile, ma ora gli spagnoli vorrebbero tornare a sognare e fanno fatica a riconoscersi in lui.
Ci sono molti che non sono d’accordo con questa interpretazione, e lo stesso Del Palacio ci spiega che le politiche di austerità del governo non saranno né l’unica né la principale chiave di comprensione delle prossime elezioni spagnole. Ma il problema di una destra percepita come passiva resta. Alla Convenzione di gennaio è stato lo stesso Aznar, animatore di Faes, a pronunciare l’intervento più critico di tutta la manifestazione, chiedendosi: “Il Pp vuole davvero vincere le elezioni?”. Come a dire che a volte non sembra.
Per Manuel Conthe, economista e giurista di Madrid, il dilemma del riformista è fisiologico. “I popolari hanno fatto molte riforme ragionevoli, hanno perfino resistito a mettere in atto alcune promesse demagogiche fatte durante la scorsa campagna elettorale”, dice al Foglio. “Ma fare misure di aggiustamento economico provoca rifiuto nella società, ed è normale perdere popolarità”. Conthe è stato viceministro dell’Economia sotto il governo socialista di Felipe González tra il 1995 e il ’96, e anche in seguito, con i governi popolari di Aznar, ha rivestito cariche importanti (vicepresidente del settore finanziario) alla Banca mondiale. Sembrerebbe uomo di establishment, ma oggi Conthe sostiene Albert Rivera e Ciudadanos, e collabora alla stesura del programma economico del partito (pubblicato solo in parte; il suo coordinatore è l’economista Luís Garicano, della London School of Economics). Per Conthe il più grande problema non solo dei popolari, ma di tutta la politica spagnola tradizionale, Pp e Psoe, è la corruzione. Dal caso Bárcenas (ex tesoriere del partito, imprigionato, ha accusato Rajoy di essere a conoscenza di una “contabilità b” fatta di fondi neri) alle decine di arresti tra i funzionari di entrambi i partiti storici, i casi di corruzione degli ultimi anni hanno fatto enorme impressione in patria Per dare un’idea di quello che sta succedendo, ieri un giudice ha detto che il Partito popolare si è finanziato illegalmente negli ultimi 18 anni, e nel frattempo quattordici alti rappresentanti del Partito socialista andaluso, fresco di vittoria alle elezioni, erano arrestati per frode. Rajoy è stato costretto a chiedere scusa in Parlamento per i casi di corruzione, e nel tentare di parare i colpi giudiziari ha esaurito il suo capitale di fiducia politica.
L’ascesa veloce di Ciudadanos ha molto a che vedere con la corruzione. Lo stesso Conthe, che ha contribuito alla stesura del programma, dice al Foglio che “non ci sono differenze radicali tra Ciudadanos e il Partito popolare in quanto a ideologia economica”, e questo mostra quanto conti la promessa di Albert Rivera di non lasciarsi coinvolgere da nessuna delle cricche politiche degli ultimi vent’anni. Non è abbastanza per governare, e Ciudadanos è un partito troppo giovane, troppo poco strutturato (ha una presenza forte solo in Catalogna e nella zona di Madrid) per poter vincere davvero. I sondaggisti dicono che il successo di Rivera si sgonfierà alle elezioni. Ma anche così, Ciudadanos potrebbe mangiare abbastanza voti ai popolari da togliere la maggioranza parlamentare a Rajoy, e capire come governare il problema di “el cambio” diventa fondamentale per il partito di governo. Anche altre piccole formazioni di destra, come il partito identitario Vox, si stanno attrezzando per rosicchiare voti ai popolari in perdita di consensi.
Allora come risolvere il dilemma del riformista? Jorge del Palacio della Faes parla da una prospettiva quasi istituzionale, e quando gli chiediamo come affrontare la necessità di cambiamento risponde che i popolari devono mantenersi solidi: “Penso che la vera sfida per il Pp sia recuperare quegli elettori che in questa legislatura possono essersi sentiti traditi dal governo”, dice Del Palacio. “E per questo non penso che si debba essere particolarmente originali, o eccessivamente affamati di novità nelle proposte. Per vincere le elezioni il Pp deve rendere credibile un discorso simile a quello che gli è servito nel passato per ottenere grandi maggioranze. Non ci sono grandi segreti. Farsi credibili come migliori garanti dell’interesse delle classi medie, difendere il riformismo di fronte alle richieste di rottura e offrire un progetto politico modernizzatore”. Questa è anche la strategia del governo, convinto che il problema sia in gran parte comunicativo: dobbiamo spiegare meglio le cose buone che abbiamo fatto, non farne di diverse. In questi mesi elettorali c’è poco spazio per l’ideologia e per i discorsi di rinnovamento dentro al Partito popolare, Rajoy vuole tenere tutti uniti, forte dei suoi risultati. Il Partito ha tolto dall’agenda anche i valori non negoziabili, dopo il fallimento della legge sull’aborto che è costato il posto al suo promotore, il ministro della Giustizia Gallardón.
Ma questa linea è criticata anche da destra: Julio Pomés, presidente del combattivo think tank liberista Civismo, dice che se i popolari non cambiano ora saranno costretti a farlo dai risultati elettorali: “Al Partito popolare serve perdere le elezioni, ricevere un castigo e passare del tempo in Purgatorio”, dice al Foglio. “Ci sarà un rinnovamento, ma serve una catarsi, e lo stesso deve succedere dentro al Partito socialista”. Pomés è un liberista duro, insoddisfatto dal governo, e dice al Foglio che l’intervento di Rajoy sull’economia spagnola è “un lifting, non una vera operazione chirurgica”.
Mentre il premier cerca di proiettare all’esterno una sensazione di solidità, da fuori sono in molti a criticare l’immobilismo della destra spagnola. Ma prima lo spavento dato dall’ascesa di Podemos, e poi il successo di Ciudadanos stanno mettendo in moto molti meccanismi. “Finora la strategia del Pp è stata: ‘o noi o il caos’”, dice Manuel Conthe. “Il ‘cambiamento ragionevole’ proposto da Ciudadanos ha messo in crisi questa impostazione”.
Così, oltre a ricordare le buone riforme, la destra spagnola deve pensare anche alle buone idee. Un analista politico vicino ai popolari, che ha parlato con il Foglio ma ha chiesto di rimanere anonimo a causa del suo coinvolgimento nella campagna elettorale, dice che l’ala più liberale del Partito popolare è in gran spolvero, e che c’è un movimento (una corrente?, chiediamo, nonostante le difficoltà di traduzione dal gergo politico italiano, ma l’interlocutore non si sbilancia) “che vedrà la luce l’anno prossimo”, dopo le elezioni, e che vuole puntare di più sul valore “profondamente riformatore dell’ideologia liberale”. L’esponente principale di quest’ala liberale è Esperanza Aguirre, personaggio interessante appena tornato sullo scenario politico spagnolo, forse la persona più vicina a una Lady di ferro che si sia vista in Spagna da molti anni a questa parte. Aguirre ha appena vinto la lotta interna (pare con l’appoggio tentennante di Rajoy) per la candidatura a sindaco di Madrid, e non sembra pronta ad assumere un ruolo a livello nazionale molto presto. Ma se dovesse vincere alle municipali di maggio a Madrid potrebbe essere un pungolo interessante per l’élite popolare. Aguirre, sindaco di Madrid per molti anni prima delle sue dimissioni nel 2012 per ragioni personali (ma i giornali al tempo parlarono di intrighi fittissimi), è un falco in economia, ammiratrice di Winston Churchill (e ovviamente di Margaret Thatcher, che cita spesso come mentore politico e di cui , ha partecipato anche al funerale), scrive molto di politica estera – è un’interventista decisa in favore dell’occidente –, e di recente sul Mundo ha fatto una difesa appassionata della democrazia liberale e dello small government. Lunedì scorso, all’indomani della sconfitta elettorale in Andalusia, Rajoy ha indetto una riunione dei baroni del Partito per analizzare il voto. La sua analisi è stata molto, forse troppo ottimista, e alla fine del discorso del premier, mentre i presenti applaudivano, Aguirre ha platealmente incrociato le braccia.
L’interlocutore del Foglio dice che Aguirre non farà, almeno a breve, il grande salto nella politica nazionale: “pase lo que pase”, come ha scritto Razón, i popolari andranno alle elezioni con Rajoy, stretti a testuggine e convinti che spiegare le loro buone riforme sarà sufficiente. Ma la popolarità recente di Aguirre è il simbolo di un malessere. Julio Pomés, critico, dice al Foglio che “in Spagna non esistono leader come Margaret Thatcher o Helmut Kohl”. Ma se la Spagna non è un paese per Thatcher, la destra dei buoni numeri di Mariano Rajoy ha dalla sua i risultati. Per parlare di rinnovamento si aspetta il 2016.

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