Il piano di riserva di Renzi in Libia tra raid aerei dalle basi italiane e forze speciali

Il governo pensa a bombardamenti aerei e a operazioni oltremare delle forze speciali contro lo Stato islamico

20 Marzo 2015 alle 06:18

Il piano di riserva di Renzi in Libia tra raid aerei dalle basi italiane e forze speciali

Un Eurofighter dell'aeronautica militare italiana (foto LaPresse)

Roma. Dopo il massacro di mercoledì in Tunisia, rivendicato ieri dallo Stato Islamico, il governo italiano come si comporterà? Renzi sa che il tentativo Onu di creare un governo di unità nazionale in Libia e quindi di imporre la pace  – per poi combattere contro lo Stato islamico – potrebbe fallire. Se la diplomazia non funziona, dice al Foglio una fonte di alto livello che preferisce non essere nominata, allora per la Libia non resta che il modello antiterrorismo adottato in altre zone controllate dagli estremisti islamici: bombardamenti aerei però con un mandato internazionale e non da soli, magari mettendo a disposizione le basi aeree italiane che sono le meglio piazzate dal punto di vista geografico; e niente boots on the ground fissi, ma raid degli incursori contro i terroristi – si va, si colpisce e si torna da questa parte del mare. Insomma, una campagna in stile Pakistan ma applicata alla Libia e di concerto con altri alleati, ma non l’America, “perché all’America della Libia in questo momento non potrebbe interessare di meno”, dice la fonte. L’idea di un contingente italiano mandato in Libia di cui avevano parlato il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e quello degli Esteri, Paolo Gentiloni, senza un governo unitario non sarà presa in considerazione. Matteo Renzi andrà a Washington a parlare con Barack Obama il prossimo 17 aprile, ma riferirà soltanto e non cercherà inutilmente una sponda che sa già non esserci. E la sponda egiziana? “All’Egitto interessa più che altro che il governo di Tobruk metta in sicurezza il confine tra i due paesi, non ha disegni ambiziosi sul futuro della Libia. Sottobanco sta già trattando con il Qatar, che sponsorizza i nemici di Tripoli, per tirare fuori un paio di nomi candidati a essere il futuro premier (preso a Tobruk) e il suo vice (preso a Tripoli) alla fine dei colloqui di pace”.

 

La sponda egiziana Renzi l’ha coltivata a Sharm el Sheikh venerdì scorso, durante l’incontro faccia a faccia con il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi, quaranta minuti chiusi in una stanza solo loro due con un traduttore dello stesso Sisi. Una fonte egiziana dice al Foglio che tra i due c’è particolare sintonia, “entrambi hanno lo stesso atteggiamento verso la vita e la politica” e vorrebbero prendere decisioni. E’ chiaro che è Renzi a trattare direttamente il dossier libico e che vorrebbe poter dire a Sisi “sono con te, dalla parte di Tobruk, e contro le milizie islamiste”, ma non può perché l’Italia segue una linea equilibrata di bilanciamento tra i due semi-governi libici.

 

Questa linea equilibrata è ben vista negli ambienti diplomatici della Farnesina – se dovessimo dare loro un volto sarebbe quello dell’ex ambasciatore a Tripoli Goffredo Buccino, massimo esperto in materia. Ed è anche ben vista all’Eni, che ha appena scoperto un nuovo giacimento di gas dalle potenzialità enormi in Tripolitania, dov’è anche il resto dei suoi interessi, e non vuole inimicizie con il governo di Tripoli. Eni trasporta il greggio libico dal porto di Mellitah e il gas attraverso il gasdotto Greensteam, entrambi sotto il controllo di quelle autorità. Martedì 17 marzo il premier di Tripoli, Omar al Hassi, era a Roma in una missione discreta proprio per evitare tensioni con gli italiani, scrive il sito specializzato Maghreb Confidential.

 

[**Video_box_2**]Se alla Farnesina si culla la linea della trattativa con Tobruk e Tripoli, il volto della linea interventista dentro l’amministrazione italiana è quello del sottosegretario con delega ai Servizi segreti Marco Minniti – e se i colloqui falliscono si intende che l’interventismo sarà a favore del governo di Tobruk.

 

Renzi è riuscito a convincere al Sisi? Due giorni fa era in programma a Roma un incontro trilaterale sulla Libia tra Gentiloni, il ministro algerino per gli Affari maghrebini, Abdelkader Messahel, e il ministro egiziano Sameh Hassan Shoukry. Sisi ha trattenuto Shoukry al Cairo dicendo che doveva spedirlo in Etiopia a parlare dell’annosa questione della diga sul Nilo, ma poi è andato lui. Gli egiziani hanno boicottato l’incontro a Roma? Si sa che Algeria ed Egitto non vanno d’accordo sulla Libia, Algeri vuole trattative. Per il piano italiano di riconciliazione è stato uno smacco.

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