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Haftar, che vuole essere nostro alleato

Ieri mattina è iniziato a Rabat, in Marocco, l’ennesimo round dei negoziati di pace tra i due governi che oggi si spartiscono la Libia, quello a tendenza islamista di Tripoli e quello, sostenuto dalla comunità internazionale, di Tobruk.

20 Marzo 2015 alle 06:18

Haftar, che vuole essere nostro alleato

Il generale libico Khalifa Haftar

Ieri mattina è iniziato a Rabat, in Marocco, l’ennesimo round dei negoziati di pace tra i due governi che oggi si spartiscono la Libia, quello a tendenza islamista di Tripoli e quello, sostenuto dalla comunità internazionale, di Tobruk. L’obiettivo sarebbe arrivare a un governo di unità nazionale, ma i tempi si stanno allungando, l’accordo non si trova e non aiuta il fatto che in contemporanea con i colloqui ieri mattina il generale Kalifa Haftar, capo dell’esercito del governo di Tobruk, abbia bombardato con l’aviazione l’aeroporto di Tripoli – non esattamente un segnale di distensione.

 

Nel piano del governo italiano – al centro dei movimenti frenetici della diplomazia intorno alla questione libica – un accordo tra i due governi è la condizione necessaria per un intervento contro lo Stato islamico, la cui espansione in Libia è ancora nelle fasi iniziali, ma in crescita costante. Il generale Haftar è sostenuto dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, molto attivo insieme alla comunità internazionale nell’opera di pacificazione della Libia, e sarà una delle pedine fondamentali di qualsiasi intervento contro il terrorismo. Ma Haftar bombarda Tripoli, mentre molte posizioni dello Stato islamico a Sirte (una delle due città parzialmente occupate dai terroristi, insieme a Derna) sono note e sarebbero facili da colpire: per esempio, sul centro conferenze Ouagadougou sono visibili i cecchini del Califfato – perché Haftar non li colpisce? A oggi, anche se solo per autodifesa e per un tentativo di accreditarsi come interlocutori, gli unici che combattono l’Is sul campo sono le milizie islamiste di Misurata, legate all’Alba libica e a Tripoli, e questo completa il corto circuito della mancata diplomazia in Libia.

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