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Così Herzog è rimasto intrappolato nella sua bolla radical chic

Il leader laburista israeliano ha ottenuto un buon risultato, spianato però dal “cannibalismo politico” di Bibi

19 Marzo 2015 alle 06:18

Così Herzog è rimasto intrappolato nella sua bolla radical chic

Isaac Herzog (foto LaPresse)

Tel Aviv. Ci ha creduto veramente la sinistra israeliana. Guidata da un rampollo della più blasonata “aristocrazia” laburista, sperava di tornare a governare dopo quindici anni. Isaac “Buji” Herzog, il figlio del presidente Chaim, il nipote di un rabbino capo e di un iconico ministro degli Esteri, con l’atteggiamento fresco del ragazzo nato e cresciuto tra i viali alberati e la spiaggia di Tel Aviv rompe con la figura sottotono degli ultimi leader del partito, e si oppone alle maniere brusche del suo rivale Benjamin Netanyahu.

 

I comizi e le tribune di questa passata campagna elettorale assomigliavano un po’ a lui, all’idea di sinistra che rappresenta: i palloncini colorati – bianco e blu di Israele ma anche il rosso del partito – le birre artigianali ai gazebo, le spille in stile corsa presidenziale americana, i giovani israeliani squattrinati e frustrati dal costo della vita, figli dei professionisti soddisfatti delle città, gli incontri dell’ultima ora di campagna organizzati in un bar del centro di Tel Aviv, tra i festoni dorati, i cocktail, gli slogan: “Cambiamento”, “Bibi torna casa”. E quella maglietta, dove l’immagine stilizzata di Buji su sfondo blu ricorda il design della campagna di Barack Obama 2008 ma ha anche qualcosa di vagamente JFK, con quello sguardo che punta lontano.

 

Con il consolidarsi dei numeri e della sconfitta, Herzog ha chiamato ieri mattina il suo rivale per congratularsi. Nella notte elettorale, gli exit poll avevano fatto sperare gli attivisti non soltanto in un pareggio ma in un ottimo risultato: 27 seggi per un partito che fatica a imporsi a livello nazionale dopo il trauma dell’assassinio di Yitzhak Rabin. Ne ha ottenuti invece 24, soddisfacendo comunque le aspettative dei sondaggi e degli attivisti. Perché, numeri alla mano, quello di martedì per la sinistra israeliana è un buon risultato. Azzerato, livellato, spianato da un esplosivo, sorprendente successo di re Bibi.

 

“E’ esattamente quello che ci aspettavamo di ottenere”, dice al Foglio Eitan Schwarz, uno dei candidati della lista dell’Unione sionista, nella squadra del sindaco di Tel Aviv. Nel 2013, quando a guidare il partito c’era la corrucciata giornalista Shelly Yachimovich e i laburisti correvano da soli, senza alleati come l’ex ministra della Giustizia Tzipi Livni, avevano ottenuto 15 seggi. “Non siamo noi che abbiamo perso – continua Eitan – E’ Netanyahu a essere riuscito in maniera fenomenale a raccogliere il voto degli elettori di altri piccoli partiti della destra”. Non è “mobilitazione”, sostiene, ma “cannibalismo politico”. E per vincere, Herzog “baby face”, faccia d’angelo, il rilassato ragazzo di Tel Aviv, avrebbe dovuto essere un po’ come Bibi, avrebbe dovuto essere anche lui un po’ cannibale. “Non ha capito che per essere più grande del Likud avrebbe dovuto strappare i voti ai piccoli partiti attorno”, ha spiegato al Foglio Anshel Pfeffer, giornalista di Haaretz. Avrebbe dovuto fare meno sorrisi e puntare a quegli undici seggi di Yesh Atid (C’è Futuro) del ministro Yair Lapid. Avrebbe dovuto fare quello che ha fatto aggressivamente negli ultimi minuti della campagna elettorale il più navigato stratega della sopravvivenza politica in Israele, che ha rosicchiato voti a partiti come quello nazionalista duro del suo stesso alleato Naftali Bennett, più a destra: “Se resto premier non ci sarà uno stato palestinese”, aveva detto Netanyahu lunedì, rivolgendosi proprio a quegli elettori che votano Bennett perché contrario a una soluzione a due stati del conflitto. “C’è un rischio reale che la sinistra arrivi al potere”, ha gridato il premier protetto da un vetro antiproiettile due giorni prima del voto a migliaia di sostenitori dalla piazza simbolo della sinistra. Avrebbe dovuto fare lo stesso anche Herzog, gridare più forte contro Bibi e puntare di più al voto dei piccoli partiti.

 

Il paragone con il candidato Kerry

 

In Israele era idea condivisa che il malcontento sociale, il prezzo stratosferico di case e affitti, del budino e dei formaggini avrebbero almeno in parte mosso l’elettorato. Quello che forse ci si era scordati è che, a dispetto dei sondaggi che indicavano un apprezzamento per l’Unione sionista tra gli strati più poveri della popolazione, la sinistra israeliana resta il partito della classe media. E che gli strati più poveri della popolazione sono da tempo la base della destra del Likud: “Tendono però a essere più religiosi, nazionalisti, di destra – spiega il giornalista Pfeffer – Non votano per chi ha una migliore politica sociale ed economica”, ma per chi ha un più robusto discorso nazionalista e promette di garantire la sicurezza, l’identità nazionale. Quando John Kerry sfidò George W. Bush nella corsa alla Casa Bianca del 2004, il Financial Times si chiese quale era il tipo umano che gli americani avrebbero preferito avere come presidente: il raffinato “aristocratico” della sinistra radical chic che nella sua  East Coast sorseggia un whiskey su un divano Chesterfield, o il texano in stivali che beve una birra al bancone del bar e gioca a freccette. Di “radical” e di “chic”, scherza Pfeffer, la sinistra israeliana non ha molto, ma il paragone con Kerry è calzante: “Ci sono una classe media, un’intellighenzia che è andata all’università e pensa di capire tutto, ma in realtà vive in una bolla staccata dalle classi più popolari”.

 

[**Video_box_2**]Queste due realtà, la bolla radical chic della classe media e lo zoccolo duro del nazionalismo, potrebbero nominalmente riconciliarsi nelle prossime settimane se, come qualcuno in Israele sui giornali e nelle tribune politiche ha già ipotizzato – e come spera per primo il presidente Reuven Rivlin – il premier sopravvissuto decidesse di smussare gli spigoli di una coalizione che sarà costruita attraverso alleanze con partiti ultra religiosi e nazionalisti. E chissà se, per evitare un principio di isolamento internazionale, per mettere una faccia moderata al suo futuro governo e al suo futuro politico re Bibi non decida di tentare un’alleanza con quella sinistra un po’ radical chic così lontana dai suoi modi, dalla sua base, ma che con 24 seggi alla Knesset rappresenta oggi più di prima una parte di Israele stufa dei suoi modi e del suo lungo regno.

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