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La vittoria del Bibi-sitter

Perché il trionfo di Netanyahu diventa “ugly” nei commenti dei liberal del pianeta. Israele perde ora il cachet multitutto e l’esotismo allegro? Notizia: non l’ha mai avuto. La patria ebraica e l’assedio da rovesciare- di Giuliano Ferrara

18 Marzo 2015 alle 17:45

La vittoria del Bibi-sitter

Benjamin Netanyahu (foto LaPresse)

La vittoria molto netta del Bibi-sitter o Mr Security di Israele, cioè di Benjamin Netanyahu, si definisce con le parole minimaliste ma chiare del giornalone liberal e obamiano che è stato il suo peggior avversario, il New York Times: “In base ai risultati, Netanyahu può formare una stringata coalizione di nazionalisti e partiti religiosi libera dalle divisioni ideologiche che hanno ostacolato il corso del suo ultimo governo. E’ quello che voleva quando ha dissolto la Knesset in dicembre” (Jodi Rudoren). No pareggio, no Herzog, no Tzipi. Il presidente Reuven Rivlin auspica l’unità nazionale, che presenta anche i suoi vantaggi, ma è Bibi che decide. Con l’aiuto di una legge elettorale proporzionale fortemente rappresentativa, secondo la regola della maggioranza e secondo il gioco politico di una forte leadership istituzionalmente legittimata alla gestione di ampi poteri e forti conflitti. Il commento è praticamente finito, con un “in bocca al lupo” per lo squalo di Gerusalemme, statista pragmatico che sa mordere quando deve, e il suo magnifico paese. A domani.

 

Invece si possono dire alcune altre cose. Sempre il New York Times indulge nei peggiori vizi dei liberal, di cui noi abbiamo in casa le caricature progressiste. “It turns ugly”: se vince il tuo avversario la vittoria è brutta, ugly, il domani non conta, hanno vinto la guerra, il razzismo, le divisioni, l’arroganza, la menzogna, hanno perso i più fragili, i beati costruttori di pace, i lungimiranti, gli unitari. Ragionano così anche i conservatori più stupidi, a parti rovesciate, ma nel sistema dell’informazione mondiale sono una sparuta minoranza (insomma, se lo possono permettere). Ma perché ugly? Ha insultato gli arabi. Non è vero, ha fatto appello ai suoi dicendogli che con la forte partecipazione al voto dell’unico popolo arabo libero, quello di Israele ora ben rappresentato nella Knesset, il governo della destra e suo personale era in pericolo. Embè? Oppure. Ha promesso che non avallerà la soluzione dei due stati. Ugly? Ma questa è una politica, reversibile a tempo come ogni politica. Lo scrittore grandissimo Amos Oz non è d’accordo e vota Herzog o Bogie, una faccina onesta ma fin troppo presentabile per uno stato guarnigione che vive in mezzo alle peggiori canaglie del mondo, e anche questa è una linea, non si dica di no. Ma è quella sconfitta. In favore, per adesso, di una seria, responsabile, accorta “gestione del conflitto”. Ci sono momenti nella storia in cui è risibile dire: ci siamo, ed è preferibile auspicare: speriamo di arrivarci prima o poi, dipende, per ora è da escludere. Scrivono anche che ha isolato il paese da Obama, dai suoi soldi, dalla sua calda amicizia. L’elezione di Bibi è in effetti uno degli ultimi capolavori di un presidente carismatico e competente in ogni suo speech, campione planetario di retorica, ma inadatto a padroneggiare i fatti, che sarebbe il compito primo di una buona politica. Barack Hussein Obama sta per firmare un accordo prenucleare con l’Iran molto controverso anche in casa sua, se ce la farà, ma fra un anno e mezzo se ne va. Netanyahu avrà un po’ di tempo per discutere con il successore, e chissà che non sia tra quelli che lo hanno festosamente accolto a Washington (Grand Old Party e democratici non conformisti) quando ha tenuto un discorso che oggi il New York Times, buon fiancheggiatore della presidenza oltraggiata, definisce in un editoriale “sovversivo”.

 

E’ poi vero che le elezioni hanno mostrato anche una notevole insofferenza verso Netanyahu e i suoi “games”, come scrive Roger Cohen (sempre sul New York Times). Non è un piacione. Non è indulgente. Non fa finta di niente. E’ un tipo occhio per occhio, trabocchetto per trabocchetto, a corsaro corsaro e mezzo, e alla fine potrebbe anche lui mordere la polvere o finire all’Inferno (sono personalmente certo che la sua destinazione è il Purgatorio, perché i cattivi della politica sono i buoni della vita, e viceversa).

 

Dopodiché, Moshe Kahlon il capo di Kulanu è stato suo ministro e come suo ministro ha guadagnato popolarità liberalizzando i telefonini e con varie altre misure grate. Bibi gli ha già offerto il dicastero delle Finanze. Vedremo: come il suo candidato Michael Oren, storico, già ambasciatore di Bibi a Washington, Kahlon è un uomo di centrodestra. Difficile che con questi risultati vada con Herzog. Puede ser, ma è molto difficile.

 

Accusano Netanyahu di aver denunciato in modo inurbano una vasta cospirazione internazionale per buttarlo giù, cose che non si fanno, mezzucci demagogici. Invece sono invenzioni il boicottaggio europeo, università e imprese, fino alla pretesa che il capo di Israele rinunciasse ai funerali dei giornalisti di Charlie Hebdo e degli ebrei trucidati a Parigi, la diffidenza ostile del Dipartimento di stato e della Casa Bianca, oggi in combutta militar-diplomatica con gli ayatollah, la campagna di stampa micidiale alla quale Sheldon Adelson, il ricco ebreo americano che tifa per il Likud, ha dovuto opporre un giornale free press, gratis, da lui finanziato per sostenere il primo ministro contro l’establishment popolare di Yedioth Ahronoth, il giornale più diffuso, e la Repubblica di Tel Aviv, Haaretz. Della congiura facevano parte, senza fare i conti con l’oste cioè il popolo elettore, anche molti ricchi e ricchissimi di Israele, il più ricco tra loro, e quasi tutti gli ex dei servizi segreti e molti ex dell’esercito, tutta gente che ama essere amata sopra tutto dagli americani, ovvio, e meno decisivi ma non inoffensivi gli istituti di sondaggio, molti corpi intermedi, per dir così, che hanno fatto di tutto allo scopo di incentivare un’immagine vincente di Campo Sionista, l’alleanza di sinistra e pro obamiana che alla fine ha avuto un suo “che” ma le ha prese di brutto dall’Orco con il sontuoso riporto e il sorriso dentato. Onore a David Grossman, che ha confidato a Repubblica: Bibi non lo voto ma sulla bomba iraniana aveva ragioni da vendere al Congresso, e Obama deve rispondergli, altro che fare spallucce, sennò la sua ingenuità diventa delittuosa. “Delittuosa”, letterale.

 

[**Video_box_2**]Nell’immagine degli occidentali perbenisti Israele ha perso il suo cachet multitutto, il suo esotismo allegro, il suo profumo di tolleranza senza confini: notizia, non lo ha mai avuto. (“Ho una notizia per gli esteti: la vecchia Vienna una volta era nuova”, lo scrisse Karl Kraus). Israele è sempre stato un paese fantastico di diversità, nato sulle diversità, litigioso all’estremo, frammentato, pluri-identitario, plurietnico, pluriculturale, altro che maggioritario, ma non multitutto, non multiculti. La base è la storia, la religione come metastoria, il racconto biblico, il nazionalismo socialista dell’Ottocento, il nazionalismo sionista di ogni variante da Ahad Haam a Jabotinsky, tutte correnti importanti di spiritualità, politica e civiltà. La sua base è anche lo sterminio degli ebrei d’Europa e il gigantesco senso di colpa che ha prodotto in tutta l’umanità o quasi, ebrei compresi. Non sarebbe male staccare Israele come per incanto dai suoi racconti fondativi e dai suoi fantasmi, dalla sua missione impossibile, dalla sua lotta per la sopravvivenza, e farne un seminario per la gioventù educata e perbene che ora lo boicotta. Ma non si può. Bibi troverà si spera il modo di sanare qualche ferita sanguinante, per il resto è importante che corrisponda alle attese del suo popolo interno ed esterno, tutto, anche quello di sinistra e ultralaico, e noi compresi: difendere la patria ebraica costi quel che costi. E’ una città sulla collina, spande luce come le democrazie costituzionali e le grandi nazioni di civiltà e cultura cosmopolita, deve essere protetta, deve poter rovesciare l’assedio, e non a chiacchiere.

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