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opinioni a confronto

A sportellate sui salari: un girotondo per capirci qualcosa in più 

Il salario minimo serve davvero o al centro delle proposte delle opposizioni c’è solo demagogia? Opportunità possibili, paletti da fissare e critiche radicali nelle opinioni di Luigi Marattin, Marco Leonardi e Michele Faioli

Per avere maggiori salari serve maggiore produttività. Come non perdere un’occasione

Nonostante una incisiva riforma – quella del Jobs Act, almeno nella parte sopravvissuta dopo le sentenze della Consulta – il mercato del lavoro italiano ha ancora gravi criticità. La più grave, a mio giudizio, è la scarsa dinamica dei salari reali, che sostanzialmente in media sono fermi a trent’anni fa. Un fenomeno unico nel mondo occidentale, e probabilmente non solo. La seconda più grave è il mismatch tra domanda e offerta. Un mercato in cui la difficoltà delle imprese a trovare personale ha raggiunto nel marzo scorso il livello record del 47,4 per cento (Fonte: Unioncamere e Anpal) e in cui eppure ci sono due milioni di persone che cercano lavoro senza riuscire a trovarlo, è un mercato che funziona molto male. Si tratta di due gravi distorsioni su cui il dibattito di politica economica è ancora lontano dall’aver raggiunto un consenso sulle azioni da intraprendere per correggerle, tra confuse analisi su “inflazione da profitti”, temporanei e impercettibili tagli al cuneo fiscale e continui fallimentari tentativi di riformare il sistema di formazione professionale e mettere in atto politiche attive degne di questo nome. La presenza di tanti working poors è sicuramente una delle tante criticità. Le soluzioni possono essere soprattutto due: l’introduzione di un sistema di tassazione negativa (da integrare nel sistema di welfare) o l’introduzione di un salario minimo, quest’ultimo alternativamente integrativo o sostitutivo della contrattazione collettiva nazionale. Nel corso degli ultimi anni Italia Viva ha introdotto nel dibattito pubblico la prima opzione e si è dichiarata disponibile a ragionare sulla seconda. Un’ipotesi di salario minimo inteso come limite minimo della retribuzione complessiva sotto la quale la contrattazione collettiva non avrebbe potuto operare era presente nel programma elettorale del Terzo Polo alle politiche di settembre, ed è stato oggetto di una delle prime proposte di legge depositate a inizio legislatura dai gruppi di Renew Europe. Tuttavia, la proposta che ci è stata presentata la scorsa settimana – contemporaneamente alla sua presentazione pubblica – conteneva una sostanziale differenza rispetto a quell’ipotesi: la famigerata cifra di 9 euro lordi l’ora, infatti non era più riferita alla retribuzione complessiva, ma soltanto al minimo tabellare. Quello che può sembrare un inutile dettaglio è invece l’unica cosa che conta: del resto, su cosa dovrebbe basarsi il dibattito su un salario minimo se non sul livello a cui lo si fissa? 9 euro di minimo tabellare, sommato alle altre componenti della busta paga, arriva a configurare un salario minimo complessivo pari a circa il 75 per cento del salario mediano: uno dei livelli più alti nel mondo occidentale. E su vicende come questa, non vince chi offre di più: se si fissa un salario minimo troppo alto, le conseguenze sono le stesse di quando si fissa un prezzo superiore a quello di equilibrio: si crea eccesso di offerta, che sul mercato del lavoro significa solo una cosa: più disoccupazione. In ogni caso, quando la proposta arriverà in Parlamento faremo la nostra parte per discuterla e provare a migliorarla. Per fortuna, dalle commissioni parlamentari nessuno può escluderci, come invece è stato fatto nelle settimane di preparazione di questa proposta. Così come faremo la nostra parte nel continuare a proporre la detassazione completa della contrattazione di secondo livello: là dove meglio avviene lo scambio tra “maggiori salari” e “maggiore produttività” lo Stato rinunci ad ogni pretesa fiscale. E così come continueremo a proporre una massiccia politica di incentivi alle fusioni tra piccole e piccolissime realtà produttive: imprese più grandi pagano mediamente salari più alti. Ci accusano infine di non volere “l’unità tra le opposizioni”. Ma questo concetto non riveste particolare appeal ai nostri occhi. Lo avrebbe se le opposizioni unite rappresentassero una valida e credibile alternativa di governo. Ma con chi sogna la patrimoniale (Fratoianni), chi vuole ritirare il supporto all’Ucraina (Conte), chi vuole abolire il Jobs Act e bolla “merito” e “concorrenza” come due ignobili parolacce (Schlein) noi abbiamo in comune la stessa cosa che abbiamo con i populismi di Meloni e Salvini: un bel nulla.

Luigi Marattin, deputato di Italia viva

 

Una retribuzione giusta non è un’utopia. Si può fare, con paletti

Finalmente si sono decisi. Una proposta sul salario minimo seppur con molti limiti – che vedremo nel seguito – è molto meglio di niente. La critica più rilevante è perché non l’hanno fatto prima. In particolare il salario minimo è la grande occasione mancata del governo Conte II a trazione 5S-PD-Renzi. La ragione è che i sindacati e le associazioni datoriali (soprattutto quelle dei servizi e del commercio) si sono sempre opposti a un salario minimo per legge per una questione di potere. I sindacati di lavoratori e imprese vogliono il monopolio della contrattazione e pretendono che i contratti siano applicati a tutti i tipi di lavoro, anche quelli saltuari, ma il potere senza il controllo rischia di essere un boomerang per gli stessi sindacati. Ci si è accorti che le condizioni salariali sono assai insoddisfacenti, che i contratti in alcuni settori non si riescono a rinnovare da anni, che la copertura del 97 per cento dei lavoratori con i contratti è un concetto virtuale: molte imprese dichiarano un contratto e poi non lo rispettano. Allora forse tanto vale fare come tutti gli altri paesi dove c’è un minimo di legge. Il mancato rispetto dei contratti in una fetta del mercato del lavoro non è una peculiarità italiana: è così in tutto il mondo. Per questo esiste il salario minimo legale nella stragrande maggioranza dei paesi OCSE, per coprire quei lavori saltuari (o stabili dove non c’è una presenza del sindacato) nei quali difficilmente i contratti vengono rispettati. Tipicamente sono settori marginali, in nessun paese si va oltre il 6/7 per cento di lavoratori a salario minimo. In questi casi è utile per il lavoratore avere un riferimento semplice di una retribuzione “giusta” per ogni ora di lavoro. Quando un operaio fa le pulizie o uno studente lavora in birreria o un rider fa una consegna deve sapere qual è la retribuzione di riferimento e il suo datore di lavoro deve sapere che sotto quella retribuzione è nell’illegalità. Un minimo orario serve anche per i lavoratori autonomi per esempio le decine di migliaia di giovani praticanti che lavorano a partita IVA negli studi professionali. Un riferimento orario serve anche a loro. A quel punto anche i controlli sono molto più semplici e lo stigma sociale immediato, la legge serve non solo per imporre ma anche e soprattutto per dare un benchmark comune riconosciuto da tutti. Negli Stati Uniti, dove il mercato del lavoro non è proprio un campo di fiori, le violazioni del salario minimo sono considerate un reato grave. Le critiche mosse al salario minimo per legge hanno un loro fondamento in un paese fatto di piccolissime imprese che si reggono su centinaia di contratti collettivi nazionali (forse 1000 CCNL, la maggior parte scaduti, che compensano le differenze tra territori e condizioni produttive in mancanza di contratti territoriali e aziendali). La più importante è il timore che un contratto articolato con ferie, malattia, welfare etc.  venga sostituito con un numero (9 euro all’ora). Questo timore non è 100 per cento giustificato: nessun lavoratore vorrà rinunciare ad un contratto a favore di un numero secco e questo non è successo in altri paesi dove i contratti e il salario minimo convivono pacificamente; però ci porta a commentare dove la proposta deve essere migliorata.  Esiste un tema relativo al livello a cui fissare il salario minimo e poi di come lo adegui all’inflazione, ma è un problema del tutto distinto dal livello dei salari e dei contratti per il restante 95 per cento dei lavoratori che non sono minimamente toccati dal salario minimo. In tutti i paesi si è guardato a una soglia che coinvolgesse un numero piccolo di lavoratori e non causasse perdita di posti di lavoro. L’aver indirizzato la discussione su un valore di 9 euro/ora (valore che è superiore ai contratti di quasi il 20 per cento dei lavoratori) non ha certo aiutato a tenere distinte le due platee tra chi è interessato a un salario minimo (tipicamente il 6/7 per cento dei lavoratori) e il resto dei lavoratori. Serve nominare una commissione tecnica che decida accuratamente un livello di salario minimo e i settori a cui si applica in modo da non compromettere l’occupazione e non disturbare la contrattazione nei settori più “forti”. Una volta presa la decisione politica, il salario minimo va messo in mani tecniche e isolato dal ciclo elettorale.  Per quanto riguarda la politica, rimane in fondo un dubbio: ma se questo accordo si è fatto ora, non si poteva fare nel settembre 2022 in modo da presentarsi alle elezioni politiche con un minimo di piattaforma comune? Alle elezioni bastava dividersi i collegi uninominali, ma avere come sfondo una proposta seppur vaga di salario minimo sarebbe stato di grande importanza. Tony Blair con una campagna elettorale basata sul salario minimo ci vinse le elezioni del 1997; la SPD di Siegmar Gabriel accettò di fare il governo con la Merkel nel 2013 solo a condizione di introdurre immediatamente un salario minimo legale. In Italia, meglio tardi che mai. 

Marco Leonardi, professore ordinario di Economia politica presso la Statale di Milano

 

Tre ragioni per cui questo salario minimo non s’ha da fare

C’è una nuova bozza di disegno di legge che i partiti di minoranza hanno predisposto sul salario minimo. Sta circolando da qualche giorno informalmente anche tra esperti, sindacalisti, accademici, con l’effetto di polarizzare ulteriormente il dibattito sulla relazione tra salario e lavoro povero che di per sé è già assai complicato. Quel dibattito non permette di distinguere il profilo socio-economico da quello della tecnica normativa perché confonde dati, numeri e analisi delle condizioni sociali con regole e schemi giuridici. Si ha peraltro l’impressione che è alla base di quel testo normativo si intenda porre una visione quasi giansenista delle relazioni industriali italiane, secondo cui contrattazione collettiva e parti sociali, non riuscendo più assolvere la propria funzione di tutela, andrebbero disintermediate. Il che non è vero, ma fa scena in un momento storico in cui è più attrattivo, almeno da un punto di vista politico, affermare che il legislatore può fare meglio delle parti sociali. Alcuni giustamente fanno notare che una soluzione ritenuta facile (introdurre il salario minimo per legge) non risolverebbe in ogni caso il problema del lavoro povero, il quale muove da una serie di cause, non tutte ascrivibili ai salari bassi. Quel testo normativo presenta una serie di criticità che andrebbero certamente risolte qualora vi fosse uno spazio per avviare l’iter parlamentare. Sono criticità che derivano in larga parte dall’intento di far sintesi delle posizioni politiche espresse da quei partiti e dai Ddl in discussione in parlamento. Si tenga presente che, in vista dell’attuazione della Direttiva UE 2022/2041 sul salario minimo, si dovrebbe far fare una verifica seria a un’autorità terza dell’effettiva copertura contrattuale dell’80 per cento dei lavoratori. Sappiamo che i circa 200 Ccnl (contratto collettivo nazionale di lavoro) sottoscritti da Cgil, Cisl, Uil con le grandi organizzazioni datoriali coprono il 97 per cento dei lavoratori. Si tratta di un dato meramente formale, derivante dal riferimento negli Uniemens del regime del codice unico alfanumerico Ccnl, reso operativo dal 2022 in poi, in relazione al quale andrebbe verificata la coincidenza con l’effettivo vincolo del datore di lavoro al Ccnl dichiarato in busta paga. Qualora non si superasse l’80 per cento di copertura, l’asse della questione si sposterebbe dalla minoranza alla maggioranza o potrebbe forse divenire materia su cui tutti i partiti potrebbero lavorare per una soluzione condivisa.  La prima criticità attiene al fatto che il testo normativo rinvia alla contrattazione senza aver risolto il problema dei perimetri contrattuali. Sappiamo che ci sono ambiti soggettivi dei Ccnl che sono assai ampi, con circa 400 codici Ateco di riferimento, e spesso in sovrapposizione con altri Ccnl. Un rinvio maldestro come quello descritto dalla norma che stiamo studiando creerebbe molte complicazioni applicative, rendendo di fatto inutile lo sforzo legislativo. La seconda criticità riguarda la definizione di un importo soglia di 9 euro che non può essere derogato in alcun modo dalla contrattazione collettiva. Ciò potrebbe dar luogo a un contenzioso che si risolverebbe davanti alla Corte costituzionale visto che dal 1944 in poi, con il venir meno del periodo corporativo, si è consolidata una giurisprudenza che ammette la possibilità di deroga della legge da parte della contrattazione. In terzo luogo, la norma proposta crea un’equipollenza di fatto tra Ccnl sottoscritti da Cgil, Cisl, Uil con le grandi organizzazioni datoriali e Ccnl sottoscritti da organizzazioni minori, il cui contenuto protettivo complessivo è spesso assai debole. In quarto luogo, con la legge si trasferisce la definizione del salario dalle organizzazioni di rappresentanza alla politica. L’importo soglia di 9 euro sarebbe definito dalla legge e poi forse incrementato da commissione tecnica. E’ chiaro che diventerà tema politico nelle prossime elezioni. L’ultimo problema concerne la nozione di retribuzione ex art. 36 Cost. Dal testo normativo che abbiamo a disposizione si comprende che indirettamente basterà dare prova di pagare 9 euro per evitare di vincolarsi a un Ccnl, da cui derivano generalmente valori superiori – per esemplificare v. il Ccnl Confcommercio che supera i 15 euro per ora/lavoro o i Ccnl del settore artigiano che supera i 12 euro per ora/lavoro. La combinazione letale nella medesima norma tra soglia minima (9 euro) e contestuale rinvio ai Ccnl, derivante dalla tecnica del Ddl Catalfo della scorsa legislatura, fatta propria dal Ddl Conte e ora dal testo normativo che circola, determinerà un temibile effetto fuga da ogni Ccnl e, di conseguenza, la fine del sistema di contrattazione collettiva che conosciamo.  

Michele Faioli, professore associato di Diritto del lavoro presso l’Università Cattolica

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