Liz Truss (Ansa)

la lezione inglese

Rileggere i 45 giorni di Truss e scoprire i vizi del rapporto tra mercati e poteri politici

Giuliano Ferrara

I bolscevichi di Downing Street, attuando una manovra antifiscale e pro crescita, non hanno rispettato la regola neoliberale tradizionale: stare fuori dai giochi e limitarsi a custodirne le regole. Sono bensì entrati nel gioco da competitori screanzati e invadenti, cercando di aprire una nuova fase avventurista nel neoliberalismo. E ne hanno pagato pegno

Molti hanno osservato i quarantacinque giorni di governo di Liz Truss e Kwasi Kwarteng a Downing Street come una semplice storia di insuccesso, e insuccesso radicale, definitivo. Truss, con il suo consigliori e Cancelliere dello Scacchiere, sono due ultraliberisti, diciamo così per semplificare. Hanno sferrato un colpo colossale, dopo avere preso il potere nel partito Tory con una campagna antifiscale e pro crescita, tagliando ferocemente tasse e regole e contributi sociali per tutti, senza riguardo per la progressività delle imposte, contando su un potente ulteriore indebitamento pubblico, emarginando le autorità di controllo indipendenti, e il risultato è stato la caduta della sterlina, la crisi dei fondi pensione, un incremento bestiale dei tassi di interesse, e alla fine la loro fuga precipitosa e il ritiro del piano detto “mini budget” e l’arrivo al potere di Rishi Sunak, che la pensava all’opposto e ora alza le tasse di buon grado. Contro di loro sono insorti gli indici di mercato spinti dai bond traders, carichi di sfiducia sull’indebitamento e le soluzioni pro crescita, e tutta la comunità internazionale dei guru liberal e conservatori, coordinata e nutrita di argomenti urticanti dalla stampa finanziaria e dalla City di Londra, senza distinzioni, con inusuali pronunciamenti molto espliciti del Fondo Monetario e della Federal Reserve americana. Hanno perso, sono stati pazzi, capitolo chiuso. Eppure.

 

Eppure si poteva rimanere stregati o almeno incuriositi, a me è capitato, da questa ondata di bolscevismo liberista, da questa Nep o Nuova Politica Economica che due leninisti di conio teorico thatcheriano hanno cercato di affermare con metodi fulminei (e autolesionisti) dopo le dimissioni di Boris Johnson. Marx avrebbe probabilmente dedicato un’analisi non banale a questa eruzione neobolscevica a contrasto con l’ortodossia economica media, subito ripristinata con strepito e scandalo, e non avrebbe collocato solo nella dimensione della farsa, o della storia che si ripete, il coup d’etat del duo di Downing Street ora felicemente o infelicemente pensionato. Infine l’idea che non si sia trattato di un’alzata di ingegno di due scriteriati è vendicata da un economista politico che non è Marx. Si capiscono molte cose leggendo in ritardo un breve saggio dell’economista politico Will Davies per la London Review of Books. Il testo è scritto e pubblicato durante il ciclo della rivoluzione, a prospettive ancora aperte, mentre tutto ruzzolava in discesa, e concepito con la solita verve (Davies è quello dei “Nervous States”, il libro pubblicato da Einaudi che spiega certi effetti istituzionali e sociali della globalizzazione nelle comunicazioni e altro).

 

Truss e Kwarteng, secondo questo punto di vista intellettualmente molto a sinistra, non sono due meteore di improvvisa follia, e il loro tentativo (e fallimento) di leadership dice molte cose importanti sul liberismo classico, sugli strumenti della globalizzazione economica e sulla relazione tra mercati e potere politico. Una questione decisiva, come sappiamo, visto che il giudizio dei mercati è ormai da due decenni e più il verdetto ultimo in base al quale la politica si sviluppa, cerca la strada della sua sempre più precaria autonomia, e più o meno alla fine soccombe, anche nelle sue versioni difformi e variopinte e pazzotiche (Trump, Johnson, altre tentazioni dirigiste e nazionaliste o populiste, tra le quali quelle accennate virtualmente anche in Italia). Sembrava inspiegabile che i mercati avessero sfiduciato in modo così plateale una linea economica che delegava loro il ruolo di locomotiva della crescita in condizioni di assoluta libertà di iniziativa, schierandosi all’unanimità, con gli indici finanziari e le opinioni in gioco, a favore di un ritorno alla normalità dello stato fiscale sotto Sunak. Apparentemente inspiegabile.

 

Ma solo apparentemente. Infatti, scrive Davies, gli strumenti della globalizzazione anni Novanta (Unione europea, Nafta, Wto, euro eccetera) sono figli di un progetto maturato nel pensiero liberista classico, austro-tedesco, degli anni dai Venti ai Novanta, a cominciare da von Hayek in avanti. Per combattere socialismo e nazionalismo, due vie all’interferenza ultimativa della politica e della sovranità nella dialettica libera di mercato, si è fatta via via largo l’idea di incasellare in un quadro legale globale i mercati, rendendoli autonomi in una corazza di regole. Il mercato come “istituzione globale, tutelata dalla legge” non “lascia spazio all’influenza della democrazia o dell’autonomia nazionale nel tentativo di evadere la sua disciplina”. Bill Clinton, quando nel 1993 voleva attuare vasti programmi di spesa federale, fu messo sull’avviso, “guarda che la Fed aumenterà i tassi e ti porterà in recessione”, e rispose: “Mi stai dicendo che il successo del mio programma e la mia rielezione sono appesi alla Fed e a un branco di fottuti trafficanti in obbligazioni?”. Difesa da sinistra dell’autonomia della politica, presto sostituita dalle triangolazioni clintoniane nel segno del realismo opportunista.

 

Ma questa insofferenza della sinistra tax & spending verso la dittatura dei mercati finanziari internazionali, protetti da un’intelaiatura legale che consente loro di non far prevalere l’autonomia della politica su quella della finanza e del commercio, ha un contraltare assai più consistente nell’insofferenza da destra, dalla parte dei conservatori radicali e neoliberisti, convertitisi a una sorta di reazione sovranista e nazionalista, che a un certo punto hanno dovuto fare i conti con il quadro istituzionale della globalizzazione. “I neoliberali potevano temere che la minaccia principale ai loro piani venisse dalla sinistra, ma con poche eccezioni gli eventi politici succedutisi dal 2015 in avanti hanno dimostrato che è la destra a essere più seriamente impegnata a rovesciare (o semplicemente ignorare) le catene dei regolamenti internazionali e della disciplina di mercato” (Davies). E mentre i Varoufakis davano l’assalto al Minotauro globale, prendendosela con le regole di sistema della globalizzazione e i loro idoli come il Fondo Monetario o l’Unione europea, la destra neoliberista scavava come una vecchia talpa, con motivazioni opposte, per togliere la terra sotto i piedi del quadro legale a difesa dei mercati, fino all’aperto disprezzo nei loro confronti mostrato da Truss e Kwarteng, i bolscevichi della Nep.

 

Con un’immaginazione più fertile, la destra conservatrice ha usato un concetto gramsciano, “l’equilibrio catastrofico”, per definire la stagnazione, il tira e molla sul crinale del declino, che è stata tipica negli ultimi anni sia delle nazioni colpite dall’eurocrisi come l’Italia, la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, sia dello stesso Regno Unito, con la sua economia altrettanto stagnante. Così la Brexit fu, dice Davies, un assalto all’ortodossia costituzionale per distruggere le regole globalizzanti dell’Unione europea, portato da Boris Johnson ai limiti dello scontro con la Corte Suprema britannica e al trionfo elettorale, e il “mini budget” del fallito governo Truss-Kwarteng è stato un caso di assalto all’ortodossia economica. Il vero scopo del tentativo rivoluzionario fuori tempo, respinto con i modi che abbiamo visto dall’establishment di mercato di tutto il mondo, era quello di spingere verso una di quelle crisi distruttive e creative che, secondo i canoni di von Hayek Schumpeter e von Mises, sono il sale del capitalismo, “un sistema evolutivo sempre rimesso in discussione da imprenditori e prenditori di rischi, che deve periodicamente sottostare a grandi crisi come forma di pulizia del sistema, eliminando imprese inefficienti, tecnologie obsolete e cattivi investimenti”.

 

L’idea di scrollarsi di dosso il tran tran della stagnazione, della bassa crescita e della bassa produttività, non era in sé priva di motivazioni, aggiunge con fair play Davies, che rigetta senza remore l’operazione “mini budget”, ma per farlo i bolscevichi di Downing Street non hanno potuto rispettare la regola neoliberale tradizionale, stare fuori dai giochi e limitarsi a custodirne le regole di funzionamento, hanno bensì dovuto entrare nel gioco da competitori screanzati e invadenti, cercando di aprire una nuova fase avventurista nel neoliberalismo. Dunque quei 45 giorni a Whitehall non sono stati un incidente psichiatrico, ma segnalano qualcosa di più grosso e significativo.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.