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green deal al g20

Ambiente, clima ed energia a Napoli. Clô: “L'Ue non ceda agli isterismi ecologisti”

Maria Carla Sicilia

“È come se i paesi europei volessero liberarsi di un peso dalla loro coscienza, ma l’effetto è di distruggere la propria industria, con costi e conseguenze preoccupanti per l’economia”, ci dice l'ex ministro

Al vertice del G20 su ambiente, clima ed energia che si apre oggi a Napoli, i paesi europei si presenteranno da primi della classe rispetto alle altre potenze mondiali. Le proposte del pacchetto Fit for 55 presentate la settimana scorsa dalla Commissione europea, su cui si apre ora la trattativa, rappresentano l’impegno più ambizioso  a livello internazionale per contrastare i cambiamenti climatici, favorire la transizione energetica  e tagliare le emissioni.

 

“Ma il contributo effettivo dell’Unione europea alla causa climatica è più simbolico che reale”, dice al Foglio Alberto Clô, ex ministro dell’Industria ed economista dell’energia. La quota di emissione attribuibile ai paesi europei è dell’8 per cento: se la proposta di ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030 diventasse un obiettivo vincolante e fosse raggiunto, questo sforzo inciderebbe dell’1 per cento sulla riduzione delle emissioni globali”. È uno sforzo vano? “È un approccio sucida” sostiene Clô, che sembra condizionato da una questione morale: “È come se i paesi europei volessero liberarsi di un peso dalla loro coscienza, ma l’effetto di queste misure è di distruggere la propria industria, con costi e conseguenze preoccupanti per l’economia”.

 

Con queste premesse, è chiaro che un dialogo proficuo tra le 20 potenze mondiali per raggiungere un impegno condiviso diventa un elemento centrale per non vanificare gli sforzi richiesti all’industria e ai cittadini europei. Tuttavia, il più grande risultato che si potrà ottenere da questi due giorni a Napoli è tracciare un’ambizione comune in vista della Cop26 che si terrà a novembre a Glasgow; fissare un impegno vincolante sul taglio alle emissioni non è neppure in programma. “Se contiamo le emissioni di tutti i paesi che di vertice in vertice hanno dichiarato di volersi impegnare a raggiungere la carbon neutrality si arriva a una quota molto rilevante delle emissioni globali, circa i due terzi”. Basta considerare che Cina (28 per cento), Stati Uniti (14 per cento) e Unione europea (8 per cento) rappresentano il 50 per cento della CO2 mondiale. Ma “se si va a verificare chi ha tradotto in azioni concrete questi impegni – ancora tutti da raggiungere – si arriva a un taglio di circa il 10 per cento delle emissioni globali”, osserva Clô.

 

D’altra parte, gli scenari di previsione dell’Agenzia di Parigi rilevano un aumento delle emissioni di CO2 di quasi il 5 per cento nel 2021, soprattutto a causa di un maggiore consumo di carbone. Cina, India e Indonesia – i cui ministri saranno a Napoli oggi e domani – non solo hanno la maggiore capacità di centrali a carbone installata e funzionante nei loro paesi, ma hanno anche una quota rilevante di nuovi gigawatt in costruzione, progetti approvati e finanziati che dovranno arrivare a fine vita prima di essere dismessi. “La questione è di un’incredibile complessità perché oltre all’aspetto ambientale c’è da declinare la crescita di questi paesi, che puntano a uno sviluppo che produca benessere; non possiamo condannarli alla miseria né chiedergli di non copiare il nostro modello occidentale”. 

 

Per Clô ci sono due strade da seguire affinché sia possibile ottenere risultati concreti senza cedere “agli isterismi ecologisti”. Da un lato incrementare gli investimenti europei verso i paesi in via di sviluppo. Gli impegni di Bruxelles per ridurre le proprie emissioni costeranno 3.500 miliardi da qui al 2035: “Se investissimo anche solo il 10 per cento di quei soldi per riconvertire i complessi industriali di paesi sottosviluppati otterremo risultati più importanti”, osserva. L’altra strada è guardare agli Stati Uniti, che con la presindenza di Joe Biden  sono tornati a essere un punto di riferimento globale nella lotta contro il cambiamento climatico. “Sicuramente Biden rappresenta un punto di svolta importante rispetto a Donald Trump, dimostrandosi pragmatico ed equilibrato su questi temi”. 

 

Tuttavia, nota l’ex ministro, se guardiamo alle politiche energetiche americane l’aspetto cruciale è che la transizione va avanti – consumi alla mano – non solo grazie alle fonti rinnovabili, ma anche perché il gas sostituisce gradualmente il carbone: “E’ un approccio di mercato, molto diverso da quello europeo che ha scelto di sostenere esclusivamente le rinnovabili. Una scelta che ha un impatto geopolitico enorme, perché la lega profondamente alla Cina che di queste tecnologie ha quasi il monopolio”.

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.