Il coronavirus lascia la Cina senza energia

Gabriele Moccia

Nonostante i toni trionfalistici del presidente cinese Xi Jinping che ha dichiarato vinta la guerra contro il virus, il governo cinese ha chiesto di tagliare le forniture di gas

Nonostante i toni trionfalistici del presidente cinese Xi Jinping, che da Wuhan ha dichiarato vinta la guerra contro il coronavirus, c’è un fattore che fa capire più di tutti come Pechino resti ancora intrappolata in una spirale di crisi economica da cui sarà difficile uscire. Se i flussi energetici sono spesso la cartina di tornasole della tenuta industriale di un Paese, alcuni segnali che arrivano da Pechino lasciano intendere come la domanda interna di energia sia ancora precaria, soprattutto per quanto riguarda il gas, una delle fonti più utilizzate nel mix produttivo cinese.

 

Negli ultimi giorni, infatti, il governo cinese ha chiesto a due dei principali partner energetici dell’Asia centrale come il Kazakistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan di tagliare le forniture di gas. PetroChina, la principale compagnia petrolifera cinese, ha comunicato al governo kazako di ridurre il flusso di gas del 25 per cento, come riferito dal ministro dell’Energia di Astana, Nurlan Nogayev. In particolare, secondo quanto riferito dalla Reuters, un mix letale legato al crollo del prezzo del greggio e il crollo della domanda interna, ha costretto la PetroChina a invocare l’elemento della causa di forza maggiore nei contratti energetici che il Paese aveva stipulato con il Kazakistan.

 

Stesso discorso è valso per l’Uzbekistan, dove il ministro dell’Energia ha riferito di aver ricevuto una richiesta da parte della stessa PetroChina relativa al taglio dei contratti di fornitura del gas nei prossimi mesi che dovrebbero incidere per il 15 per cento circa. Secondo un recente report di Citigroup, la domanda di gas persa dalla Cina a causa dell’emergenza legata al coronavirus è di circa 8 miliardi di metri cubi di gas. Si tratta di circa il 2,6 per cento della domanda totale di gas della Cina nel 2019. Un tonfo che ha colpito anche progetti strategici con alleati strategici come la Russia.

 

Lo scorso dicembre Xi Jinping e il presidente russo, Vladimir Putin, hanno presenziato alla cerimonia di lancio del primo gasdotto che collega i due paesi “Power of Syberia”. La costruzione del gasdotto lungo oltre 2.000 chilometri è iniziata nel 2014. Il completamento della linea dalla parte cinese è programmato dal 2022 al 2023 e porterà il gas a Shanghai. L’altro ieri, come riportato dall’agenzia di stampa Interfax, l’attività è stata interrotta ufficialmente a causa di lavori di manutenzione, ma secondo alcuni analisti, l’attuale domanda da parte della Cina non giustifica la sua piena operatività.

 

Oltre alle infrastrutture energetiche, il coronavirus ha messo in ginocchio anche la produttività del sistema petrochimico nazionale. Al momento, una delle raffinerie più grandi del Paese, quella di Shandong, sta operando al 57 per cento della sua capacità operativa massima. Hengli Petrochemical, con sede nella Cina nordorientale, uno dei maggiori raffinatori privati ​​del paese con una capacità di lavorazione giornaliera di 400.000 barili, sta riportando la produzione al 100% questo mese, rispetto al 90% del mese scorso. Le raffinerie gestite dallo stato, tuttavia, rimangono più caute, con diversi impianti costieri gestiti dalla Sinopec che mantiene tagli del 20-30% alla produzione rispetto a gennaio. “Il nostro più grande problema è il carburante per aerei”, ha riferito a Bloomberg un alto funzionario di Sinopec.

 

Si prevede che l’altra grande società energetica cinese, PetroChina, a marzo opererà con una capacità media del 65%, in linea rispetto ai livelli di febbraio e in calo rispetto alla capacità dell'80% avuta lo scorso gennaio. Come certificano sia le stime del Dipartimento statunitense dell’energia, sia quelle lanciate lunedì da Parigi dall’Agenzia internazionale per l’energia, sarà l’atteggiamento energetico della Cina a stabilire gli scenari futuri per i prossimi mesi. Nonostante l’ottimismo di Xi Jinping, come ha riferito il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, la crisi del coronavirus continuerà a colpire una vasta gamma di mercati energetici, tra cui carbone, gas e energie rinnovabili, ma il suo impatto sui mercati petroliferi è particolarmente grave perché impedisce alle persone e ai beni di spostarsi, assestando un pesante colpo alla domanda di carburanti per il trasporto. Ciò è particolarmente vero in Cina, il più grande consumatore di energia al mondo, che ha rappresentato oltre l'80% della crescita della domanda mondiale di petrolio lo scorso anno.

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