Le mascherine e gli sciacalli dell'anti capitalismo

Luciano Capone

Niente moralismo. La regola del mercato non è l’“avidità”, ma la ricerca razionale del profitto

Roma. L’arrivo del coronavirus in alcune regioni dell’Italia settentrionale, insieme alle relative misure di emergenza, ha alimentato la preoccupazione di una diffusione dell’epidemia, che a tratti è divenuto panico. Si sono viste scene da guerra, con assalti ai supermercati e accaparramento di beni più o meno essenziali fino allo svuotamento degli scaffali anche in aree non a rischio. L’acquisto massiccio si è poi rivolto verso prodotti ritenuti indispensabili per prevenire il contagio, ma non si sa quanto realmente utili. L’isteria si è ovviamente riflessa sui prezzi di questi particolari prodotti, che sono schizzati alle stelle, soprattutto sui siti di e-commerce. La speculazione su mascherine e detergenti – prodotti dal valore originario di pochi euro messi in vendita a 90 o addirittura oltre 100 euro – è stata denunciata da molti come il simbolo della vera natura del capitalismo: l’avidità. Nel momento di massima emergenza, il sistema mostra il suo vero volto, quello della brama del denaro. Un altro sistema economico, con un’altra etica manterrebbe i prezzi a un livello più “giusto” e accessibile a tutti.

 

La spiegazione “morale” del capitalismo, come sistema economico basato sull’avidità, e rappresentato dallo speculatore o dall’accaparratore, è soprattutto in queste circostanze di facile presa. Ma è parziale e soprattutto sbagliata. La parzialità deriva dal fatto che indica l’aumento dei prezzi come frutto della decisione del venditore, quando invece è anche il prodotto del comportamento degli acquirenti. L’impennata del prezzo dell’Amuchina e delle mascherine riflette l’interesse (o l’avidità) del venditore a cederle non meno dell’interesse del consumatore ad acquistarle. E in questo caso si può dire che l’origine dell’ingiustificata impennata dei prezzi è proprio la psicosi dei consumatori. Perché invece la spiegazione “morale” sia sbagliata lo spiegava chi come Max Weber ha indagato proprio sullo spirito del capitalismo e sulle sue origini etiche: “La sete di lucro, l’aspirazione a guadagnare denaro più che sia possibile, non ha di per sé stessa nulla in comune col capitalismo”, scriveva il sociologo tedesco. L’auri sacra fames, l’avidità di denaro, non è certo nata con il capitalismo: “L’avidità del mandarino cinese, del patrizio dell’antica Roma, del patrizio moderno regge a ogni confronto… La diffusione generale di un’assoluta mancanza di scrupoli nell’affermazione del proprio interesse materiale, pecuniario, era proprio una caratteristica specifica di paesi il cui sviluppo capitalistico borghese era rimasto arretrato”.

 

Nei sistemi pre-capitalistici la ricerca del profitto era ancora più spregiudicata, irrazionale e regolata da minori vincoli etici. Ciò che caratterizza il capitalismo non è la cupidigia, ma la ricerca del profitto basata sul calcolo razionale, sulla produzione e sullo scambio. Da qui nasce l’organizzazione razionale di un processo produttivo rivolto al mercato.

   

Lo scambio nel mercato avviene attraverso una lingua universale, il sistema dei prezzi, che come aveva capito e spiegato Friedrich von Hayek è soprattutto un meccanismo efficiente di scoperta e di conoscenza, che fornisce a tutti gli operatori mondiali un’informazione: qui le mascherine sono poche, producetene tante perché c’è molta gente disposta a comprarle. E’ proprio in questi momenti critici, in cui i prezzi salgono alle stelle, che dovremmo ricordarci che il capitalismo – ovvero il mercato e la concorrenza – è il sistema che attraverso questo meccanismo ha garantito all’umanità beni in abbondanza e prezzi bassi.

 

Le alternative al sistema capitalista e al libero mercato non sono granché. In questi giorni circola un video del candidato democratico Bernie Sanders che a metà anni 80, di ritorno da una visita in Nicaragua, in un’intervista elogiava il regime sandinista per le file davanti ai negozi (le stesse che oggi vediamo in Venezuela): “A volte i giornalisti americani parlano di quanto sia brutto questo paese, perché le persone sono in fila per il cibo. Ma questa è una buona cosa! In altri paesi le persone non fanno la fila per il cibo: i ricchi ottengono il cibo e i poveri muoiono di fame”.

In realtà nei paesi capitalistici normalmente accade che sono i prodotti in fila sugli scaffali ad aspettare le persone. Non viceversa. Nelle realtà con economie pianificate e prezzi amministrati la normalità è quella che da noi è l’emergenza: le persone sono in fila davanti a negozi con scaffali vuoti. Che un politico come Bernie Sanders – ammiratore della Cuba castrista e del Nicaragua sandinista, con le carte annonarie e le code ai negozi – sia il favorito dei democratici per diventare presidente degli Stati Uniti rappresenta la crisi delle società capitaliste più del prezzo delle mascherine.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali