Operatori sanitari disinfettano un'aula all'interno di un liceo di Seul (foto LaPresse)

La Corea del sud in emergenza: è il secondo paese per contagi

Giulia Pompili

L’epidemia iniziata all’improvviso, dopo il raduno di una setta. E ora paura e irrazionalità rischiano di far danni

Roma. Se perfino i Bts, cioè la boyband più famosa del mondo, la macchina da soldi del soft power di Seul, ieri sono stati costretti a cancellare la mastodontica conferenza stampa di lancio del nuovo album “Map of the Soul: 7”, vuol dire che la Corea del sud sta prendendo molto seriamente la sindrome simil-influenzale da coronavirus. Per l’Oms non è ancora il momento di chiamarla una pandemia, ma il mondo deve “prepararsi a questa eventualità”. I “centri di contagio”, cioè i cluster epidemici, sono sempre più frequenti e in zone molto lontane tra loro. E tra le nazioni più esposte ci sono quelle asiatiche, soprattutto Giappone e Corea del sud, cioè i due paesi d’oriente più vicini ai modelli occidentali – paesi democratici, con un’informazione libera e un sistema sanitario d’eccellenza. Mentre i contagi sul territorio giapponese sono ancora sotto i duecento, è soprattutto la Corea del sud, in questi giorni, a fare i conti con epidemia e panico, e con le possibili ripercussioni economiche che potrebbe avere un contagio di massa. Da una settimana i contagi si moltiplicano, su tutto il territorio sudcoreano hanno ormai superato gli ottocento, e il governo ha alzato l’allerta da gialla a rossa: l’ultima volta era accaduto nel 2009 con l’influenza H1N1. Ieri in una conferenza stampa il presidente Moon ha detto che “non dobbiamo esitare a prendere misure severe, anche senza precedenti, senza essere vincolati dai regolamenti”. E infatti le scuole in Corea del sud, ferme per le vacanze alla fine del semestre invernale, verranno riaperte non il 2 marzo come previsto ma l’11 marzo.

 

Il primo caso di trasmissione di covid-19 su territorio sudcoreano è stato individuato alla fine di gennaio. In quei giorni il problema del governo di Seul, guidato dal democratico Moon Jae-in, era cercare di rimpatriare i cittadini sudcoreani da Wuhan, accolti da lanci di uova e dai trattori da alcuni manifestanti, che volevano bloccare la strada per i due centri di quarantena delle città di Jincheon e Asan. Moon cercava di tranquillizzare gli animi: “L’arma che ci protegge dal virus non è la paura e l’odio ma la fiducia e la collaborazione”. Poi però, mentre l’attenzione mediatica internazionale si concentrava sulla nave da crociera Diamond Princess, in quarantena nel porto di Yokohama, in Giappone, in Corea del sud i contagi improvvisamente hanno iniziato ad aumentare con un’anomala velocità.

 

Soprattutto a Daegu, la quarta città sudcoreana per dimensioni, cuore industriale dell’economia della penisola. Per uno strano scherzo del destino, mentre il presidente Moon richiamava i cittadini alla razionalità e alla cooperazione, il centro dell’epidemia veniva individuato nella riunione di una setta dal nome complicato: la Shincheonji, cioè “la chiesa di Gesù, il tempio del Tabernacolo della Testimonianza”, una delle centinaia di sette ispirate al cristianesimo che esistono in Corea del sud, fondata negli anni Ottanta dal carismatico Lee Man-hee. A metà febbraio una donna di 61 anni, identificata come il “paziente zero”, avrebbe preso parte a un raduno della setta con un migliaio di partecipanti. Durante le preghiere, i membri della Shincheonji siedono sul pavimento toccando gomiti e ginocchia l’uno dell’altro, e le cerimonie possono durare anche due ore: secondo le autorità sudcoreane è la condizione ideale per la rapida diffusione del virus. Il santone Lee ha detto che il contagio è in realtà “il segno del diavolo” che vuole fermare l’ascesa della sua chiesa, ma nel frattempo è stato costretto a sospendere tutte le preghiere di gruppo. E questo nonostante la Shincheonji sia anche molto potente politicamente: perfino il capo del centro di Medicina preventiva delle infezioni del distretto ovest di Daegu, malato di covid-19, fa parte della setta. Negli ultimi giorni, con la paura del contagio, stanno aumentando anche le polemiche sulle sette e i culti in Corea del sud: sabato è apparsa una petizione online sul sito della presidenza che chiede la messa al bando della setta ritenuta responsabile dei contagi. In poco tempo ha raccolto oltre 552 mila firme – e ogni petizione che ne supera 200 mila richiede una risposta ufficiale da parte del governo.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.