Il proteo del capitalismo

Stefano Cingolani

Il mito che oscilla e si trasforma. Dalla finanza alla moda, ora i soldi si fanno con il green e la sostenibilità

Laurence Douglas Fink detto Larry non è uno dei profeti di sventura contro i quali si è scagliato Donald Trump a Davos; tanto meno può essere definito un gretese, cioè un seguace di Greta Thunberg, la Giovanna d’Arco del clima. Larry è un turbofinanziere di 68 anni e guida BlackRock, il fondo di investimento da lui creato nel 1988, che gestisce seimila miliardi di dollari, più di tre volte il prodotto interno lordo dell’Italia. “Siamo sull’orlo di una completa trasformazione delle fondamenta stesse della finanza moderna”, ha scritto nella sua ultima lettera ai clienti annunciando che al centro della sua strategia ci saranno gli investimenti “responsabili” soprattutto per affrontare il cambiamento climatico. Fink si spinge ancora più in là e parla di combinare il perseguimento del profitto con obiettivi di lungo termine a forte contenuto sociale: “Utili e scopo non sono affatto in contraddizione, anzi risultano indissolubilmente legati tra loro”, scrive. “Gli utili sono essenziali, se una società deve servire efficacemente tutti i suoi portatori d’interesse nel tempo, non solo gli azionisti, ma anche i dipendenti, i clienti e la comunità. Lo scopo unisce amministratori, dipendenti e comunità, orienta il comportamento etico ed è essenziale per verificare eventuali azioni contrarie ai migliori interessi degli stakeholder. Lo scopo guida la cultura, crea un quadro di riferimento per un processo decisionale coerente e contribuisce, in ultima analisi, a sostenere i rendimenti finanziari”. Il suo mantra è “capitalismo responsabile e trasparente”, roba da far rabbrividire Milton Friedman per il quale l’impresa ha un solo obiettivo: guadagnare.

 

Il mantra del fondatore di BlackRock è “capitalismo responsabile e trasparente”, roba da far rabbrividire Milton Friedman

Nemmeno Ray Dalio è un ingenuo o una mosca cocchiera, visto che dal lontano 1975 ha messo su Bridgewater trasformandolo in uno dei più influenti hedge fund americani, capace di provocare un terremoto ogni volta che cambia strategia. Nei mesi scorsi ha pubblicato un ampolloso saggio fitto di dati e grafici per mettere sotto accusa il modo in cui ha funzionato l’economia negli ultimi trent’anni. “Il sogno americano è a rischio”, sostiene smentendo in anticipo quel che Trump ha affermato dal pulpito del World Economic Forum. Anche per Dalio non conta solo il profitto. Non è che lo schifi, al contrario, il suo patrimonio personale ammonta grosso modo a 17 miliardi di dollari, insomma è più ricco di Trump. E nel suo scritto sottolinea che non esiste alternativa a un sistema che persegue l’utile, ma il concetto stesso di utilità sta cambiando. E’ il capitalismo bellezza, questo Proteo della modernità, questa inafferrabile divinità eraclitea, signore delle acque e dei fiumi, là dove tutto scorre e tutto muta.

 

Il catalogo dei contriti è lungo come quello di Leporello. Il fondo sovrano della Norvegia, tra i più grandi e importanti al mondo, ha deciso di fare solo “investimenti sostenibili”; anche la compagnia Scottish Widows, storica icona della finanza di massa, ha cambiato le sue priorità. Axel Weber l’ex presidente della Bundesbank che ora guida la svizzera Ubs e Hiromichi Mizuno, capo del fondo pensioni pubblico in Giappone, sono sulla stessa linea. La Business Roundtable, la influente lobby americana, nell’agosto scorso ha emendato la sua dichiarazione vecchia di due decenni secondo la quale “le imprese esistono per servire i loro azionisti” e ha sostituito shareholder con stakeholder, (clienti, dipendenti, fornitori, comunità e, ultimi ma non per importanza gli azionisti). Bnp-Paribas la prima banca francese, vuole concentrare i prestiti su chi lascia il vecchio paradigma. Intesa Sanpaolo ha deciso di mettere sul tavolo 50 miliardi di euro per prestiti supplementari a chi investe sul cambiamento climatico. Lo ha annunciato l’amministratore delegato Carlo Messina davanti allo stato maggiore dell’istituto e a Rob Kapito, presidente di BlackRock, azionista con il 5 per cento.

 

La riorganizzazione del lavoro si sta trasferendo dalle grandi imprese a quelle medio-piccole. Al centro ci sono formazione e avanzamento

Dalla finanza alla produzione, il modello di business sta cambiando velocemente. Prendiamo il re dei blue jeans, Levi Strauss. Ha una storia di “responsabilità” economica e sociale che risale al suo fondatore l’immigrato ebreo tedesco che fece una fortuna con l’oro della California a metà del XIX secolo e spese parte della sua ricchezza in beneficenza. Dopo il terremoto di San Francisco, che nel 1906 distrusse la fabbrica, suscitò scandalo nel mondo degli affari la decisione di continuare a pagare i dipendenti. Rispetto dei contratti e dei diritti, buoni salari, condizioni di lavoro al meglio, la scelta di produrre i blue jeans con marchio Levi’s rigorosamente negli Stati Uniti (in Asia vengono lavorati i prodotti con altre etichette per non “macchiare” l’All American, come recita la pubblicità del brand principale). Il gruppo è tornato a Wall Street dopo trent’anni, ma è rimasto sotto il controllo della famiglia Haas, che discende dal fondatore, anche dopo la quotazione in Borsa nel marzo scorso. Il top manager Chip Bergh spiega che “fare profitti seguendo i princìpi non vuol dire non fare profitti. Più ne facciamo più ne reinvestiamo e non solo in azienda, perché vogliamo fare la differenza sul piano dei benefici sociali ed economici”.

 

La Maison di moda a New York, aperta venerdì 9 novembre, è stata dedicata ça va sans dire, alla sostenibilità sotto il titolo di “Shaping the future”. Per Carlo Mazzi, presidente di Prada, non è solo un’operazione di marketing, “la sostenibilità”, dice, “è divenuta essenziale per la crescita”. Il gruppo italiano da anni sta investendo in nuovi progetti tra i quali Prada Re-nylon utilizzando il nylon riciclato realizzato con rifiuti di plastica pescati negli oceani. Insieme alla New York University ha realizzato una ricerca ad ampio spettro sulla economia sostenibile. Roberto Marques, presidente del gruppo brasiliano Natura & Co. che possiede The Body Shop ed Aesop, ha indicato tre linee di fondo per i risultati sociali, ambientali e finanziari dell’impresa: la gente, il pianeta e il profitto (in inglese sono tre p: people, planet, profit). Preservare la foresta amazzonica è, ovviamente, una delle priorità. Il colosso giapponese Hitachi ha deciso di rivedere la sua intera governance.

 

Il ciclone coinvolge il mondo degli idrocarburi. La Bp non si chiama più British Petroleum, ma Beyond Petroleum, oltre il petrolio, una decisione presa sotto l’effetto choc dell’incidente del 2010 sulla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. La famiglia Rockefeller, ancor oggi maggior singola azionista della Exxon Mobil, nel 2014 ha deciso di non investire più negli idrocarburi. La Royal Dutch Shell cerca un futuro oltre l’oil & gas. Lo stesso sta facendo l’Eni – come ha spiegato al Foglio l’amministratore delegato Claudio Descalzi. L’Enel il gruppo elettrico italiano che controlla anche la spagnola Endesa, sta realizzando da anni una riconversione verso l’utilizzo di energie rinnovabili. Tesla raggiunge una quotazione di 100 miliardi di dollari a Wall Street. Il motore a scoppio volge al tramonto e l’auto elettrica è la grande scommessa delle aziende, dalla Toyota alla Volkswagen, che contagia persino l’industria aeronautica. Grazia Vittadini, capo progetto dell’Airbus non ha dubbi: il futuro degli aerei è elettrico. I pannelli solari sono ormai una realtà sulle grandi navi da crociera e anche sui cargo. I cantieri cinesi come quelli italiani si attrezzano. 

 

Il top manager di Levi’s Chip Bergh spiega che “fare profitti seguendo i princìpi non vuol dire non fare profitti”

Un coro conformista, una bolla? E’ tutta una finta, un opportunistico cedere allo spirito del tempo? Un tentativo maldestro di lavarsi le mani sporche? Enrico Giovannini, alfiere dell’economia sostenibile, crede alla svolta e lo ha scritto domenica scorsa sul Sole 24 Ore. Anche il vasto tessuto di aziende italiane, comprese le medio-piccole, si sta adeguando, come mostra una indagine dell’Istat ricavata dai bilanci delle società. Si fa strada un capitalismo Dvr, digitale, verde, responsabile; avrà la forza di guidare un nuovo ciclo di sviluppo, come avvenne per i computer, internet e i telefonini, la triade digitale? Non sarà una transizione lineare né destinata a facili successi. Le resistenze sono forti e diffuse. David Solomon, capo di Goldman Sachs, rifiuta di “tirare una linea” tra i suoi clienti, tra ecologisti e non, comprese le aziende inquinanti. Goldman ha lavorato con i sauditi per la quotazione del colosso petrolifero Aramco. Mike Corbat, amministratore delegato di Citibank, rifiuta di essere “la punta della lancia” e spiega: “Non sta a noi dividere tra vincitori e vinti, non è il nostro compito stabilite le priorità e gli standard dell’economia e del mondo degli affari”. Gli interessi dei consumatori e dei produttori, per esempio, entrano in conflitto, shareholder e stakeholder non sono sempre sulla stessa lunghezza d’onda, come mostra l’esperienza della Danone. Tre anni fa l’amministratore delegato Emmanuel Faber decise di non usare su almeno la metà dei suoi prodotti ingredienti genericamente modificati, suscitando una ondata di reazioni negative: i tecnici aziendali per i quali sarebbe impossibile, i fornitori, i produttori, gli operai timorosi di perdere molti posti di lavoro, tutti hanno alzato barriere protettive. In realtà, gli azionisti si sono mostrati più aperti all’innovazione che è andata avanti comunque. Sugli stakeholder pesa il reticolo di interessi consolidati. Non serve citare Joseph A. Schumpeter per concludere che il vero visionario è l’imprenditore. 

 

Il sistema economico reagisce adeguando l’offerta ai mutamenti della domanda, alle trasformazioni sociali e culturali che condizionano i comportamenti, il capitale ha una sua etica e una sua ideologia, ma è mosso soprattutto dagli interessi. E’ il noto paradosso messo in chiaro da Adam Smith: “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”. Da qui deriva quella che Immanuel Kant chiamava la “insocievole socievolezza”. Il filosofo tedesco scelse come metafora la foresta che cresce rigogliosa mentre ogni albero e ogni cespuglio compete con il suo vicino per afferrare il sole e la luce. Questa competizione ha già cambiato molte volte l’economia e la società, ora siamo di fronte a una nuova svolta.

 

E’ un coro conformista, una bolla? Di certo le resistenze sono forti e diffuse. Anche nelle fabbriche l’èra fordista è finita

La grande trasformazione riguarda anche il modo di organizzare il lavoro e le imprese. L’èra fordista è finita da tempo e le fabbriche non sono più le stesse. E’ vero, una nuova forma di taylorismo sopravvive soprattutto in certi servizi o nella logistica, ma la catena di montaggio come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso non esiste più. Flessibilità, autonomia, iniziativa individuale, specializzazione, formazione permanente, un continuo mutare e migliorare le mansioni, sono queste le caratteristiche prevalenti nel lavoro, in quello manuale e in quello intellettuale, tra i colletti blu e tra i colletti bianchi. Ciò provoca anche stress e introduce nuove divisioni e nuove ineguaglianze, ma la tendenza è ormai chiara e punta a rendere il lavoratore sempre più consapevole e padrone del proprio tempo di lavoro, invertendo la famosa sequenza marxiana dello sfruttamento. Responsabilità e partecipazione salgono dal posto di lavoro fino al consiglio di amministrazione. Il modello tedesco ispirato alla cogestione si è ormai esteso in molti paesi europei (Austria, Danimarca, Svezia, Norvegia, Olanda, Polonia, Slovacchia). Il nuovo gruppo che nasce dalla fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot Citroen avrà due consiglieri su undici nominati dai sindacati, uno per Fca e uno per Psa. “Una solida struttura di governance”, l’ha definita John Elkann.

 

Quale sarà l’impatto sulla struttura della società e sulla democrazia? E’ davvero presto per capirlo, ma non per porsi le domande. La globalizzazione esprime un bisogno profondo e un diritto naturale, tornare indietro significa un regresso dell’umanità. L’etica internazionalista è un prodotto del capitalismo, scriveva ancora Schumpeter, ed estendeva la sua convinzione anche al pacifismo (forse in modo troppo ottimista). Tuttavia nella grande incubatrice c’è un nuovo modello destinato a produrre vaste conseguenze politiche. Il mondo digitale può diventare il campo di battaglia in una guerra distruttiva oppure il laboratorio di nuove acquisizioni scientifiche e innovazioni tecnologiche. La geopolitica dell’energia ha assunto un nuovo assetto; grazie alle nuove scoperte e alle fonti rinnovabili il mondo non è più sotto il ricatto del Golfo Persico o il predominio della Russia, non solo gli Stati Uniti, ma il Mediterraneo spostano la bilancia verso occidente. La riorganizzazione del lavoro e della plancia di comando si sta trasferendo dalle grandi imprese a quelle medio-piccole, mettendo al centro la formazione e l’avanzamento professionale, i consumatori hanno già oggi un potere di mercato superiore al passato, la finanza come abbiamo visto si è data priorità nuove, e mettere al centro le scelte a più lungo termine implica cercare stabilità ed equilibrio anche negli assetti internazionali, la guerra non potrà essere considerata la legge del mercato perseguita con altri mezzi.

 

La politica assumerà nuove forme. Sarà digitale e questo lo stiamo già sperimentando, conseguenze negative incluse. Sarà verde? Certo la questione ambientale è già prioritaria all’interno dei singoli paesi, apre conflitti tra interessi contrastanti che vanno gestiti in modo diverso dal passato. Sarà responsabile? Dovrà esserlo in molti modi, come capacità di rappresentare ceti sociali, bisogni e interessi che nascono dal basso, ma anche (e forse ancor più) come capacità di governare i processi in modo efficace, altrimenti cresce nei cittadini la voglia di soluzioni semplificate, di uomini soli al comando, di dittatori. La crisi del modello politico non è solo crisi di rappresentatività, è forse ancor più crisi di governabilità; oggi sono entrambe deboli ed entrano costantemente in conflitto. Un altro modello può maturare proprio a partire dalle imprese, dal mondo del lavoro prima che dal mondo politico, come ha scritto Larry Fink. Afferrare Proteo è un compito impossibile, riformarlo può diventare una generosa illusione. Ma toccherà comunque al capitalismo che l’ha generata salvare la democrazia liberale.

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