Il populismo è una minaccia per il benessere mondiale e per la nostra libertà

Claudio Cerasa

Dall'Hard Brexit ai dazi. Così l'economia globale rischia di essere messa in pericolo da una crisi generata dal protezionismo 

L’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) ha chiuso ieri una lunga controversia giuridica su un ricorso presentato dagli Stati Uniti relativo ai sussidi europei che l’Europa ha concesso al costruttore aereo Airbus e che secondo l’Amministrazione americana avrebbero creato una concorrenza sleale ai danni del consorzio aeronautico (e americano) Boeing. Il Wto, dopo quindici anni di battaglie, ha giudicato quegli aiuti “illegali” e come compensazione ha concesso (non imposto) agli Stati Uniti di poter imporre dazi sui prodotti europei pari a 7,5 miliardi. La decisione del Wto offre a Donald Trump un pretesto giuridico per mettere a frutto una strategia politica più volte annunciata dal presidente americano: proteggere l’economia americana applicando dazi esterni per tutelare i comparti economici in cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale. La possibilità che l’America di Trump scelga di utilizzare l’arma dei dazi per scatenare una guerra commerciale tanto con l’Europa (da ieri più che una possibilità) quanto con la Cina (la decisione è stata rinviata a fine mese) offre agli osservatori molti spunti di riflessione. La possibilità che la guerra commerciale diventi qualcosa in più di una minaccia è certamente un problema se si sceglie di ragionare in chiave economica (il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire ha detto giustamente che gli Stati Uniti commetterebbero “un errore economico e politico” se decidessero di imporre sanzioni all’Ue attraverso i dazi) ma diventa un’inaspettata opportunità se si sceglie di ragionare in chiave politica osservando cioè gli altri effetti della trasformazione del protezionismo in una minaccia per il mondo.

 

Il primo effetto è simile a quello che si è andato a innescare in Italia nel corso dell’estate, nei giorni in cui, grazie alle pazzie di Matteo Salvini, è risultato evidente, alla maggioranza dei gruppi politici presenti in Parlamento, quanto fosse doveroso combattere il nazionalismo per tutelare l’interesse nazionale. Allo stesso modo, oggi, i rischi generati dal protezionismo, per un paese esportatore come l’Italia, hanno trasformato in sostenitori della globalizzazione anche soggetti che fino a qualche tempo fa avevano fatto del protezionismo un proprio cavallo di battaglia. Succede così, scorrendo le agenzie di ieri, che a denunciare il dramma della politica dei dazi ci sia la Coldiretti, schierata fino a poco tempo fa contro il Ttip, l’accordo commerciale con gli Stati Uniti che avrebbe dovuto abbattere i dazi, e contro la ratifica dell’accordo di libero scambio con il Canada (il Ceta). Succede così, scorrendo le notizie, che a denunciare la politica dei dazi ci sia anche la Lega, con il governatore lombardo Attilio Fontana che ieri si è detto “molto preoccupato” per i dazi, nonostante sia stato proprio Matteo Salvini in un recente passato ad aver difeso i dazi di Trump (giugno 2018), convinto che “le politiche commerciali vadano ristudiate soprattutto per arginare la prepotenza tedesca”. Lo stesso vale per il M5s, il cui leader Luigi Di Maio, oggi “preoccupato dai dazi”, fino a un anno fa, sosteneva (giugno 2018) che l’Italia non doveva “avere paura di affrontare il tema dei dazi per proteggersi”.

 

In Italia il protezionismo è diventato un rischio per tutti coloro che lo consideravano un’opportunità (evviva!) e la consapevolezza della pericolosità delle guerre commerciali ha trovato spazio anche all’interno della Nota di aggiornamento del Def.

 

I tecnici del ministero dell’Economia hanno dedicato un capitolo ai possibili scenari globali negativi che potrebbero gravare sul pil. Il primo rischio è, per l’appunto, la guerra commerciale, che potrebbe indebolire dello 0,2 per cento il pil nel 2020 e dello 0,5 nel 2021. Il secondo rischio è, invece, l’altra guerra commerciale generata da un’hard Brexit, che potrebbe indebolire il pil di uno 0,4 per cento nel 2020 e di uno 0,1 nel 2021. Entrambi i rischi ci dicono quello che in molti si ostinano a non vedere: nel 2011, l’economia globale venne messa a rischio da una crisi finanziaria; nel 2019, l’economia globale, dalla hard Brexit ai dazi, rischia di essere messa in pericolo da una crisi generata dal populismo. E i danni generati dalle politiche antisistema ci mostrano qualcosa di importante: più il mondo imparerà a battersi contro il populismo, e contro la chiusura, e più ci saranno occasioni per capire che ogni limitazione al libero commercio è una limitazione per la società del benessere e in fondo anche per la nostra libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.