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Scaroni spiega perché Salvini dovrebbe rompere col M5s

Secondo il presidente del Milan e banchiere Rothschild “meglio la paralisi dell’ideologia grillina che il leader della Lega ha il merito di contrastare”

6 Agosto 2019 alle 06:15

Teorema Scaroni

In foto Paolo Scaroni (Wikimedia Commons)

Roma. Paolo Scaroni, ex amministratore delegato dell’Eni, vicepresidente di banca Rothschild e presidente del Milan, da tempo teorizza che sia meglio un governo fermo anziché un governo dannoso perché appiattito sull’ideologia della decrescita grillina. E per questo Scaroni preferisce Matteo Salvini che “si batte come un leone” per contrastare l’opera di demolizione dei progetti infrastrutturali, come la Tav, da parte del Movimento 5 stelle. Una posizione, dice Scaroni, condivisa dalla comunità degli affari del nord Italia, benché anche lì l’azione leghista al governo non sia più giudicata con benevolenza come un anno fa. “E’ meglio un governo paralizzato di un governo che prende cattivi provvedimenti – dice Scaroni al Foglio –. Temo soprattutto quelli del Movimento 5 stelle dalla riforma della giustizia al salario minimo, per non parlare di quello che hanno già fatto con il reddito di cittadinanza”. Tuttavia impegnare il Parlamento soprattutto per la conversione di decreti legge, poi da rivedere o rinviati per mesi perché da rifare (dal decreto crescita allo sblocca cantieri), ha prodotto dei danni in termini di reputazione internazionale agli occhi degli investitori. Per non parlare della minaccia dell’uscita dell’Italia dall’euro.

 

L’uscita dall’euro è fomentata dall’idea di introdurre i mini-bot promossa dal consigliere economico leghista, Claudio Borghi, con relativo aumento del costo di finanziamento del debito. Inoltre il rischio Italexit è un argomento usato dalle agenzie di rating come Standard & Poor’s per motivare un possibile declassamento del merito di credito nazionale. 

 

“Parto da un ragionamento diverso: gli italiani hanno votato, hanno dato il 33 per cento a un partito, il M5s, che propugnava idee che, a mio parere, sono anti industria e anti crescita. Se il 33 per cento degli italiani ha votato quel partito per portare avanti quell’agenda è meglio che ci sia un Parlamento paralizzato che uno molto attivo nel fare dei provvedimenti che non favoriscono né la crescita né il progresso del paese. Si può dire ‘sì, lo spread è cresciuto’ ma non dimentichiamoci che sono gli italiani ad aver votato così. Oltre a portare avanti delle idee che gran parte del mondo imprenditoriale non condivide, non hanno mai avuto esperienza di governo e si muovono con quella goffaggine di chi non ha esperienza, benché questo non sia colpa loro”.

 

Il M5s ha tentato di fermare opere infrastrutturali, dal gasdotto Tap alla Tav, con analisi e pareri legali, non ci sono riusciti: portare la minaccia all’estremo ha anche demolito l’utopia dei movimenti del No. Nel volerli sostenere li hanno indeboliti. “Sono costretti a farlo: è la differenza tra stare all’opposizione e stare al governo. Hanno preso voti sponsorizzando tutti i No del nostro paese, i sostenitori del ‘No a tutto’, poi scoprono che non si può e quindi rallentano recalcitrando. Mi rendo conto che non è facile disattendere tutte le promesse di quando sono stati eletti. D’altra parte il trend è un dimezzamento dei voti e questo accade perché al governo non si può essere solo utopici come quando si è all’opposizione”.

 

Salvini dice di volere un’Italia che dice “Sì” ma è corresponsabile della situazione di stagnazione dell’economia: non solo ha lasciato al M5s i ministeri economici (Lavoro, Sviluppo, Infrastrutture) ma, ad esempio, la Lega non è riuscita a fermare la sospensione delle esplorazioni di idrocarburi (l’emendamento “blocca trivelle” nel decreto semplificazioni) facendo anche allontanare imprese estere dall’Italia. “La Lega ha preso il 17 per cento dei voti, è partita come junior partner del M5s, con la metà dei voti e la metà della rappresentanza in Parlamento. Quando si è trattato di spartirsi i ministeri si è seguita questa logica. Ricordiamoci che se a quell’epoca non si fosse fatto un governo si sarebbe rivotato immediatamente e probabilmente il M5s avrebbe preso più del 30 per cento dei voti, magari proprio quel fatidico 40 che gli avrebbe dato la maggioranza assoluta. Il fatto che Salvini abbia accettato di creare un governo – non di convergenza ma di programma – l’ha impedito. In quella posizione Salvini ha fatto di tutto per portare avanti le sue idee, certamente non contrarie allo sviluppo e alle infrastrutture, battendosi come un leone – dice Scaroni che è stato amministratore delegato di Eni dal 2002 al 2014 – Questa è la ragione per cui nel nord Italia la Lega prende fino al 50 per cento dei voti nel Veneto: Salvini viene percepito come uno che la crescita la vuole, che poi ci riesca è da vedere, ma ci prova mattina, mezzogiorno e sera da una posizione di minoranza nel governo”.

 

Eppure un sondaggio di Assindustria Venetocentro del 31 luglio tra 530 imprenditori dice che il 46 per cento di loro a Padova e Treviso dà un giudizio “negativo” o “molto negativo” del governo. “E’ un malcontento che deriva dall’idea di andare a elezioni presto nella convinzione che la Lega possa fare meglio delle ultime elezioni politiche, che il M5s farebbe molto peggio e che poi si potrebbe formare un governo capace di procedere senza esitazioni a realizzare le opere necessarie. La mia impressione – dice Scaroni – poi è che l’Italia è sempre più divisa in due. Il mondo del nord Italia, sicuramente della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia-Romagna che vive un periodo abbastanza roseo, in cui gli imprenditori esportano e vanno ragionevolmente bene. Poi c’è una parte dell’Italia, soprattutto il sud, che vive una crisi che peggiora ogni giorno e non è con il reddito di cittadinanza che lo risolviamo. La riforma della giustizia che il M5s propugna è pessima, meglio nessuna riforma: togliere la prescrizione in un paese dove i processi durano un decennio è un errore. Certo, è meglio un governo che fa bene della paralisi, ma la paralisi è meglio di un governo che fa male”.

 

Quindi per avere un governo proattivo è preferibile andare a elezioni? “Le elezioni le decide il presidente della Repubblica, e mi sembra che i presidenti della Repubblica considerino le elezioni anticipate una loro sconfitta. Ho l’impressione che questo accordo tra il M5s e la Lega sia destinato a rompersi, ogni giorno è quello buono, stento a credere che durerà tutta la legislatura”. 

 

Ma se è meglio nessun governo rispetto a questo governo, il M5s non dimostra che la politica è solo una pratica di potere fine a se stessa e, paradossalmente, convince che l’anti politica è condivisibile? “Ricordo che il Belgio è rimasto senza governo per due anni e non è crollato. In un paese inserito nelle istituzioni internazionali, che non ha più una moneta perché è decisa a Francoforte, si può avere un governo poco attivo. Il M5s teorizza la decrescita felice e questo la Lega non lo fa”.

 

A proposito di goffaggine dei politici, al di là dei dj set sulle spiagge romagnole, Salvini si era fatto fotografare con un capo ultrà del Milan che aveva già avuto guai con la giustizia e per questo è stato criticato dai media. “Salvini è un tifoso del Milan con il cuore e anche col cervello e lo sostiene in tutti i modi. Ha anche sostenuto il nuovo stadio di San Siro con una dichiarazione pubblica e io non lo dimentico. Tutto quello che può fare per il Milan lo fa”, conclude Scaroni.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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