Michael Manley (foto LaPresse)

Manley chiamato a resuscitare l'accordo zombi con Renault e Nissan

Ugo Bertone

La partita sembrava chiusa ma il settore è in crisi, i conti dei giapponesi peggiorano e crescono gli argomenti a favore di un'intesa a tre in cui Fca non sembra destinata a fare da figurante

Milano. “La logica industriale c’era prima e c’è ancora oggi. Se loro rimuovessero gli ostacoli, saremmo interessati ad ascoltali le loro proposte”. E’ toccato a Mike Manley, il numero uno di Fiat-Chrysler Automobiles (Fca), riaprire (o quantomeno schiudere) con questa dichiarazione al Financial Times la porta (o almeno uno spiraglio) alla trattativa con Renault, ormai indissolubilmente legata alla sorte dei rapporti tra la casa francese e Nissan.

 

La partita sembrava chiusa una volta per tutte dopo che John Elkann si era ritirato dall’accordo con la Régie dieci giorni dopo il clamoroso annuncio della fusione tra Fca e Renault: un po’ per le pretese al rialzo dei soci transalpini (a partire dallo stato francese) un po’ per l’ostilità manifestata da Nissan, tutt’altro che entusiasta di imbarcare nell’avventura Fca, suo forte concorrente sul mercato americano. Ma nell’Auto, di questi tempi, le cose possono cambiare in fretta.

 

Negli ultimi sessanta giorni i conti sono peggiorati un po’ per tutti, ma ai giapponesi è andata peggio: Nissan, che ha già annunciato il taglio di 12.500 mila dipendenti e la riduzione del profitti del 95 per cento, deve ora fare i conti con la ritirata dei giganti giapponesi dalla Cina per evitare le sanzioni di Trump. E la crisi minaccia di travolgere pure Renault che fino a oggi ha respinto al mittente la richiesta di ridurre la propria quota nella società giapponese, oggi al 43 per cento: il valore dei titoli Nissan, da mesi bersagliati dalle vendite, è sceso così in basso che la partecipazione in mano ai francesi oggi accusa una minusvalenza di 20,6 miliardi di euro, più del doppio del valore dell’intera Renault.

 

Data la situazione, insomma, la guerra non conviene a nessuno dei due. Al contrario, crescono gli argomenti a favore di un accordo a tre in cui Fca non sembra destinata, dati i numeri, a fare da figurante. I conti del trimestre, infatti, hanno confermato il successo di Jeep, uno dei pochi marchi sfuggiti al calo delle vendite che sta mettendo a dura prova i concorrenti di Detroit e quelli tedeschi. Certo, il momento è difficile per tutti: rallenta il mercato americano, l’Asia soffre la fine degli incentivi all’automobile già garantiti dalla Cina, l’Europa non brilla di certo. Ma questo non ha impedito a Fca di chiudere il secondo trimestre con un risultato record in nord America. Grazie proprio a Jeep “che resta la chiave di volta dei nostri profitti”, ha detto Manley al Wall Street Journal sottolineando la crescita del 17 per cento dei veicoli venduti, a partire dal gioiello Wrangler, e ribadendo gli obiettivi del marchio nei prossimi tre anni a partire da un ulteriore aumento delle vendite, già cresciute di tre volte negli ultimi dieci anni (fino a un milione e 570 mila pezzi l’anno scorso). Questo grazie al lancio di nuovi modelli più grandi (e redditizi) e la ripresa in Cina, dove l’azienda sta rimediando agli errori del passato quando, sbagliando, aveva puntato sulle vetture meno costose.

 

Forte dell’intuizione di puntare sui Suv a scapito delle berline, Fca si è così garantita un poker da giocare da una posizione di forza rispetto a possibili partner che sembravano assai più solidi. E una parte del piccola del merito spetta proprio a Manley, il manager inglese cui Sergio Marchionne affidò la missione di puntare sui Suv a scapito delle berline. Non è certo per caso se Elkann ha affidato proprio a lui l’onore di riaprire la partita con Renault e Nissan, cruciale per accelerare il decollo dei modelli elettrici nonostante che Manley, con una gaffe curiosa, abbia deciso di vendere parte delle stock option proprio nel giorno dell’annuncio dell’accordo tra Exor e Dominic Sénard, il pdg di Renault. Un infortunio che non cambia i piani: Elkann ha deciso che a esporsi in prima persona, nel caso in cui Renault e Nissan riescano a trovare finalmente l’intesa, debba essere il manager che ormai sembra godere della sua piena fiducia.

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